Liebestraum 

Di Chiara Santarelli

Ricordo Liebestraum, quando ancora lo si poteva solo immaginare. Sentii per la prima volta la sinfonia no. 3 di Liszt passare alla radio, che mia nonna usava come fedele compagnia per le sue depilazioni mattutine in bagno, e vi rimasi accanto alla porta socchiusa, ad origliare quel conforto senza parole. Adagio adagio, nel suo crescere, nota dopo nota, la sinfonia faceva breccia in me. Eravamo al minuto 2:46 della sinfonia. E la breccia, diventata incandescente, era appena caduta come pioggia dal soffitto bianco intorno a me. Aveva forato il parquet e frantumato in mille pezzi tutte le tazzine da tè, collezionate, lungo il corridoio. Capii allora di aver qualcosa da raccontare, qualcosa di difficile comprensione, per chi come me, non si fosse prima identificato nello stereotipo di cane romantico.

A vent’anni, il Liebestraum è un sogno come un altro. Ci si dà poco peso a volte. E a volte glielo si dà anche troppo. Quando si sogna con gli occhi aperti spesso gli alberi si colorano di blu e alle cortecce si legano dei cuscini dove potervi poggiare le schiene. È una terra desolata, quella dell’amante deluso. Sembra la più arida di tutte le terre, perché nemmeno il vento sa più come soffiare, perché nemmeno il silenzio sa più come tacere, ed i pensieri rifioriscono quando la notte ha le stelle, ma nemmeno lei sa più come chiamarle, se non figlie illegittime. E mentre ascoltiamo l’amaro sillabato nelle bocche degli altri, ci riconosciamo nel loro dolore, nelle bocche e nello stomaco di piombo per cui non c’è cibo che abbia sapore diverso. Non esiste il rancido, l’aspro, il dolce. Ci riconosciamo nel viso di chi guarda le nuvole cadere a peso morto. Cadono sulle case, sui tetti, per andare a morire nelle camere da letto e negli agglomerati di lenzuola – nei quali abbiamo vissuto e di cui siamo stati anche ospiti -, un tempo casa nostra, ma l’abbiamo messa a soqquadro pur di trovare una mollica di pane che pizzicava silente quando dormivamo. Alla fine né tu né io possiamo farci nulla, perché abbiamo saltato quanto più potevamo, e non siamo colpevoli di nulla se non di aver dormito scomodi e di aver lasciato che si formassero farinose filette di pane sotto i nostri cuscini. Ma almeno potremo dire di aver conosciuto il Liebestraum o la cosa più vicina ad esso, la sua ombra. Se avrai coraggio di andare in città, sentirai il Liebestraum e non saprai dare un nome alla morte se con te l’ultima nota della sua sinfonia avrà la speranza ancora in gola.

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Photo by Werner Bishof, SCOTLAND. Town of Edinburgh. 1950. Penguins from the zoo taking their weekly walk.


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