L’arte di mandare vocali

La moglie dell’artista Paul Klee, Lily Stumpf, quando la famiglia si spostò a Dessau per seguire il Bauhaus perseguitato dai nazisti, voleva assolutamente mettere il telefono nel loro nuovo appartamento. Telefono? “La scuola del diavolo non la voglio in casa!”, rispose lui. E la moglie: “Ma Paul, per ogni commissione devo andare fino in città!”. La lotta continuò per mesi, finché lei non l’ebbe vinta e fu installato un telefono non nell’antro più arcano della cantina, dove avrebbe preferito lui, ma nella dispensa. Comunque, immagino che Klee non lo toccò quasi mai. Un secolo dopo eccoci qui con “una scuola del diavolo” (se non due) a testa, che funge anche da molte altre cose – essenziale per me la torcia quando va via la luce perché mi sono dimenticato che forno e lavatrice non possono andare insieme! E, sì, va beh, c’è anche internet e quelle cose lì. Ma comunque il punto è un altro, proprio quello sottolineato da Lily: col telefono, inteso come mezzo per parlare con gli altri ovunque si trovino, si possono fare un sacco di cose. Per esempio puoi ricevere venticinque telefonate al giorno da parte di qualcuno che fa finta di sapere chi sei per venderti qualcosa di eccezionale come un depuratore per l’acqua – che forse, chissà, è davvero eccezionale ma tutta questa insistenza non aiuta a metterlo in buona luce. Ad ogni modo, converrete con me – e se non lo fate, altro che scuola, significa che state frequentando direttamente l’università del diavolo! – telefonare e ricevere telefonate, soprattutto quelle non previste, è una faticaccia. Perché uno ha altro da fare, o semplicemente altri pensieri a cui badare. Per questo hanno inventato i messaggi, gli sms. A un sms si rispondeva quando lo si leggeva, senza troppa fretta. Ma con l’avvento della cosiddetta messaggistica istantanea via internet direttamente sul telefono gli sms sono caduti in disuso e, per una legge implicita inspiegabile, anche a noi è richiesta una reazione istantanea a ogni messaggio arrivato. Quelli che si credono furbi hanno impostato tutti i possibili filtri privacy per non far vedere all’altro che hanno ricevuto e letto i loro messaggi, pensando così di sfangarla, ma non hanno capito che così sembrano solo più stronzi – lo sappiamo tutti che passate tre quarti delle vostre giornate al telefono! Quale soluzione? Nessuna, siamo condannati. Anche Paul Klee dovette cedere alla tecnologia, figuriamoci noi. Forse, però, esiste una via di mezzo: i messaggi vocali. Sì, è vero, quando ve ne arrivano di 16 minuti, magari da qualcuno di cui non avete troppa stima (e solitamente esordisce dicendo “Ciao, scusa ti mando un vocale così faccio prima”), vorreste esplodere e ricongiungervi al tutto. Ma questo, secondo me, proprio perché non avete voglia di parlare con quella persona, che sia con una chiamata, un messaggio o un vocale. Se invece ne avete voglia i messaggi vocali sono una manna, perché (per ora) sembra socialmente accettata una risposta lenta. Il vocale è una telefonata asincrona, non avviene in tempo reale, in cui a differenza dei messaggi puoi dare un tono alle tue parole, evitando di inserire faccine equivoche a corroborare un concetto, e lo fai coi tuoi tempi, riflettendoci su, senza doverti dare in pasto nell’immediato. Un compromesso accettabile fra il silenzio e il rumore continuo. Certo, se siete di quelli che registrano sette versioni per ogni vocale prima di mandarlo perché non siete soddisfatti del risultato, lasciate perdere. Chiamate e basta. Tanto non vi risponderanno.

s.

Illustrazione di Romareloaded