all’origine #15

Di Carlos Molina

Mi sono svegliato tra le macerie:
ospedali, case, palazzi,
strade, biblioteche, piazze,
supermercati, bar, farmacie,
scuole, caserme, cimiteri,
nessuno a soccorrere poteva
nessuno a giocare in difesa,
nemmeno in ultima linea, nemmeno quelli in galera,
i vigili del fuoco son vittime
chi è veramente testardo resta e persevera
E di tutto ciò in piedi, non era che rimasto il solo ricordo;
peraltro minacciato da questi detriti, da questi massi,
questi macigni che mi stanno così a presso,
la cui immediatezza ha la meglio su qualsiasi ricordo.

Ero tra le macerie e nessun altro era in giro.
Sono arrivato appena dopo la catastrofe.
Il silenzio era totale. Il poco vento rimasto in aria era denso,
mi dava in faccia, pregno della cenere delle rovine
che picchiettavano la fronte, le guance, le labbra. Pensieri, baci e parole…
Sentivo tutte le vite riunite in questo soffio passarmi dinnanzi
e chissà cosa andrebbero dicendo, se a parlare fossero capaci.
In quest’atmosfera siffatta, il paesaggio, sia in alto nel cielo che in basso sul brullo,
sia a destra che a sinistra, è pervaso dal colore della vita che via viene spazzata.
Questo colore ha un’unica caratteristica: l’indicibile.
Perché non è suggestione. Perché non è su tavolozza.
È già direttamente sentimento questo colore.
Mi guardo intorno e non vedo nient’altro che pura distruzione.
Non vi è nessuna traccia di fauna né di vegetazione.
Insisto nel guardami intorno e comincio a vedere
pareti abbattute di case ferite e moribonde,
tetti saltati via per esplosioni di palazzi insanguinati.
Mentre cammino noto un’insegna penzolante con su iscritto:
l’uomo giusto non si muove se ben cada il mondo.
Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti,
perché il mondo è caduto, e niuno s’è mosso.”.

Vado avanti nel mio movimento, così come vanno avanti le stagioni
che si ripetono, ma mai sono davvero uguali all’interno
e pure noi ci ripetiamo, ma mai siamo davvero uguali all’esterno.
Vado, e mi vado fondendo nelle carcasse negli scheletri nei fantasmi
che da stasera tutti insieme faremo la ronda.
In questa terra dilaniata, di campi infecondi e ricoperta dalle polveri
io vado, vado errante come il primo che in seno al buio è chiamato
a fars’istrada e a fare istrada, ignaro ma fiducioso del Futuro.
Il silenzio viene interrotto da un suono, verso il quale mi incammino,
si sente una tromba che canta una melodia proveniente da un’epoca passata
e fa presto a diffondersi come un profumo primaverile tutto intorno, la voce la riconosco,
è quella di Louis Armstrong. Ma non c’è né la tromba né l’uomo, al posto loro
c’è solo una vecchia radiolina sopravvissuta a quest’Apocalisse.
West End Blues è il nome del pezzo. Quasi come a suggerire la fine dell’Occidente
messa in un Blues. E allora sorgono in me delle domande:
Quale idea della vita mi son fatto?
Quale idea della vita ti sei fatto?
E, dunque, quale idea della vita ci siamo fatti finora?
Abbiamo bisogno che ci si dica qualsiasi cosa…
Questo però può essere nocivo, pericoloso e perfino mortale.
La Fine è un nuovo Inizio, mi dico.
Dobbiamo essere un Nuovo Buon esempio, mi dico.
Non possiamo permetterci il rinnovo e la proliferazione dei tristi esempi che ci sono già noti, perché ciò mette a rischio la nostra stirpe umana, che altrimenti verrebbe a perire.
La mia prima azione su questo suolo arso è un gesto simbolico vitale, in quanto riconduce alla vita, che prendo in prestito dalla poesia di Pina Bausch: The Nelken Line.
Con questo gesto rigetto il seme nel ventre del terreno. E non è un caso, avverto, se la Nelken Line parta proprio dallo sbocciare della primavera poiché la Rinascita è un regalo.

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Carta de amor a la vida
(le quattro stagioni)