L’arte di fare le fusa

Le fusa dei gatti sono fra le cose più misteriose che esistano. Questi piccoli e morbidi felini, quando sono contenti, si accendono come delle stufette portatili, guardandoti negli occhi con quell’aria da consumati ventriloqui. “Se la chitarra suonavo, la gatta faceva le fusa” cantava Gino Paoli. Uno dei miei gatti, invece, appena tiravo fuori la chitarra scappava via terrorizzato – troppo fastidioso per lui il rumore delle corde metalliche (forse quella di Paoli era una chitarra classica con corde di nylon?). Allora presi un ukulele, e ne fu felice. Elsa Morante diceva che la chitarra i gatti ce l’hanno direttamente installata in gola (o dal luogo arcano da cui proviene quel suono): “Gioie per dire, e grazie, una chitarretta essa ha: / se la testina le gratto, o il collo, dolce suona”. Anche Ray Bradbury associava le fusa del suo gatto alla musica, una musica della natura, come se nella gola del felino si stesse suonando una “sinfonia di un nido d’ape, dove gli insetti come tanti piccoli Vivaldi compongono una trama d’oro che fluisce, come se accarezzassero un’arpa tra gli alberi che fanno da violoncelli”. Tutto questo significa solo che nessuno ha ancora capito nulla di quest’arte felina che tanto ci affascina. Invero, sappiamo però che i gatti non fanno le fusa solo quando sono contenti, ma anche in quei momenti in cui, malati, hanno bisogno di affetto e compagnia. Le fusa in questo caso sarebbero una manifestazione corporea di gratitudine. Bene, e ora che lo sappiamo? Questa è un’arte non umana, come potremmo mai impararla? Ecco, appunto, fatevi due domande.

s.

Illustrazione di Romareloaded