In Tre uomini in barca di Jerome, due dei tre protagonisti vedono il loro compare George addormentato e, presi da non si sa quale rabbia, si prodigano a svegliarlo: “Gli volammo addosso, strappammo via le coperte, Harris gli rifilò un colpo con una pantofola, io gli urlai nell’orecchio e lui si destò”. Begli amici! La verità è che gli esseri umani odiano chi dorme, perché lo invidiano: gli altri sono beatamente fra le braccia di Morfeo mentre io sono qua, sveglio e sfibrato, a far finta che mi piaccia vivere. È sempre stata invidia, ne sono certo, poi camuffata da dogmi e precetti morali, prima dalla Bibbia (che per la verità dice tutto e il contrario di tutto, non la riterrei una fonte affidabile) e poi dai pragmatisti come Franklin (“avrai un sacco di tempo per dormire nella tomba”, diceva) e i suoi epigoni tutt’oggi in gran forma (aiutati probabilmente da vari eccitanti), passando per Eraclito che paragonava i dormienti agli scemi (si dice anche oggi: “quello è un tipo sveglio!”). Non può essere un caso che si dorma sempre meno, solo le ore strettamente necessarie per non collassare sul capufficio e rischiare di soffocarlo col nostro peso morto, a favore di un tempo ottimizzato, non tanto per fare realmente qualcosa di utile, ma per dire di non aver sprecato tempo. L’arte del sonno consisterà dunque nel prendere tutte queste belle parole, accartocciarle e gettarle nell’indifferenziata, mettersi a letto con la grazia di chi non ha chiesto di nascere e russare così forte da far tremar le pareti. Può anche darsi che a un certo punto inizieremo a sognare, vivendo avventure che non avremmo mai creduto. “Il sogno è una seconda vita” scrisse il poeta francese Gérard de Nerval, e io penso “basti sia migliore della prima, altrimenti meglio sognare di andarsene a letto”.
s.

Illustrazione di Romareloaded

