La birifrangenza della miseria

Di Chiara Santarelli

I cristalli cubici, raramente ottaedrici,
scheletrici geminati,
aggregati granulari, in croste e stalattiti
sono il mio specchio.
Il nodo in gola non lascia passare né aria né voce
Non c’è spazio per la noia per chi non sa cosa voglia dire essere annoiati
In questa grotta non c’è rifrazione nei cristalli
non c’è rifrazione che possa proiettare il silenzio in avvilimento
non c’è riverbero che possa eccitare il silenzio in euforia
Dove vivo non c’è rifrazione nei cristalli.

Gli abitati di Wieliczka ne parlano alle cene della domenica.
Molte sono le ipotesi sulle ore che passa chiusa
la donna che vive sola nella miniera di cristallo
Che fa bagni di sale nell’acqua verde
E ha pareti come piatto principale per il suo desinare

La mia figura è frammentata in ottaedri
ricomposti dal caso dopo la scomposizione
Ho provato ad essere gentile
Ho salutato la città
Ho sbracciato la mia euforia e urlato ai vicoli più nascosti
E ne ho conosciuto solo il silenzio e il buio delle strade senza i lampioni
E ne ho conosciuto l’avidità
Di un mondo che non esce dalla propria capanna
Che non spalanca le finestre né prende a calci le sue porte di paglia

I cristalli cubici sono il mio specchio
Al di là dell’oro, al di là di ciò che riflette
Gli ottaedrici mi hanno dato nuove espressioni facciali
E non c’è miseria che non possa vedersi magnanimo
E non c’è miseria che non possa vedere nobile anche il peggiore degli animi

*

Fotografia dei fratelli Seeberg, 1920 (particolare).


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