From The Lions Mouth

Di Donato Novellini

“La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e sullo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, chiamò: Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni? Daniele rispose: Re, vivi per sempre. Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o Re, ho commesso alcun male.” Questo suppergiù è il racconto biblico a proposito delle vicende del profeta Daniele, che ispirò l’artista Briton Riviere (1840-1920) per l’opera pittorica, olio su tela, Daniel in the lion’s den (1872, ora custodita presso il National Museum di Liverpool). Riconosciuto dagli specialisti come uno dei massimi esperti nella riproduzione pittorica di animali, Riviere finì presto nel dimenticatoio con l’avvento delle avanguardie novecentesche: i radicali mutamenti artistici lo consegnarono giocoforza all’oblio, quale vetusto manierista di un mondo e di un’estetica in via d’estinzione. Il dipinto, ancora tipica espressione dell’eclettica epoca vittoriana, venne ripreso però nel 1981 dalla band post-punk The Sound, per la copertina del loro secondo album, giustappunto titolato From the lions mouth. Fu una scelta di grande impatto visivo, per altro in netto contrasto con lo stile adottato all’esordio. Jeopardy, piccolo capolavoro dell’anno prima, si fregiava infatti di una cover in bianco e nero, fumettistica noir ma dai tratti squadrati, secondo il gusto minimale, cupo ed espressionista della new wave primigenia. Questo secondo album risulta estremamente compatto, di alta e costante qualità in tutte le 10 tracce, intriso com’è di uno spleen tragico ma soprattutto dotato di una rara qualità nel rock e questa si chiama Epica, epica – e non retorica – applicata alla musica. Certo è curioso come certi destini, a distanza di molti anni e in contesti assai diversi, riescano a trovarsi, a connettersi, a specchiarsi, quasi legandosi in fatale simbiosi. Già a partire dal luogo: Londra in entrambi i casi. Come al pittore realista toccò in sorte il crepuscolo della tecnica certosina, in favore degli astrattismi nuovissimi in voga nei primi anni del ‘900, così alla compagine capitanata da Adrian Borland capitò la sventura sminuente dei paragoni illustri – Joy Division prima, Echo & The Bunnymen poi – nonché il verdetto d’essere “fuori moda”, assai inclemente, pregiudiziale e persistente, emanato dalle petulanti vestali giornalistiche d’oltre Manica. Ma se per Briton Riviere l’accademismo passatista fuori zeitgeist funse da salvacondotto quantomeno museale presso gallerie stuccate e dorate, ai The Sound spettò l’arduo compito di affrontare un avversario ben più insidioso: l’indifferenza, presto tramutatasi in tragica irrilevanza. Belli o brutti fossero i dischi – e quello in questione fu senz’altro più che notevole – prevalsero abiette logiche commerciali, nel loro caso più spietate che mai. Tant’è che, dopo una carriera solista passata pressoché inosservata, il cantante Adrian Borland decise di farla finita, gettandosi sotto un treno nel 1999. Aveva 41 anni e pochi s’accorsero di quella tragedia. Alla fine, riguardando il dipinto – un uomo solo, immobile a capo chino e con le mani legate dietro la schiena, stoico e impotente davanti ai leoni – mentre lo stereo suona “Silent air dei Sound”, viene da pensare soprattutto alla preveggenza e alla coerenza, un limite nell’immediato epperò virtù per i cultori delle retrospettive. Per chi ha memoria. D’altronde è destino dei profeti, in religione come nell’arte, piccoli o grandi che siano, doversi sobbarcare il fardello di una scomoda inattualità. Insomma, si tratta di ascoltare musica che non ha prodotto magliette per hipster, per nostra fortuna.

From The Lions Mouth – The Sound, Korova, 1981.


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