Frida e la scimmia ragno

Tra tutti gli animali che affollavano la Casa Azul, le scimmie ragno sono quelle che meglio raccontano Frida Kahlo (1907-1954). Non erano certo animaletti da salotto, eppure lei le teneva addosso, arrampicate sulle spalle, portandosele persino nei quadri.

Nei suoi autoritratti non giocano, ma osservano e a volte soffocano. Nell’Autoritratto con scimmia del 1940, un nastro rosso lega l’acconciatura di Frida al collo dell’animale: un dettaglio che è insieme carezza e cappio, intimità e prigionia. Più che mascotte, erano proiezioni della sua interiorità, sostituti dei figli mai avuti, compagni di solitudine – “Dipingo autoritratti perché sono spesso sola, perché sono la persona che conosco meglio”, diceva.

Diego Rivera arrivò a costruirle un vero e proprio serraglio nel giardino, perché la Casa Azul ormai assomigliava più a un’arca di Noè che a un’abitazione. Oltre alle scimmie, c’erano cani nudi messicani, pappagalli, galline e persino un cervo di nome Granizo: un piccolo esercito di creature che facevano da specchio alla sua vita spezzata. Frida non li ritraeva per folclore, li dipingeva perché erano parte di lei, il suo doppio animale.

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Immagine: Frida Kahlo, Autoritratto con scimmia, 1940 (particolare).

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