Chiudiamo le scuole!

Di Michele Savino

Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato.
Jorge Luis Borges

A noi italiani esterofili ce lo deve dire Borges che il nostro Giovanni Papini è scrittore immeritatamente relegato nell’oblio, dal quale, tuttora, parrebbe faticosamente, e soltanto parzialmente, timidamente fuoriuscire. Però, se ce lo dice Borges, che, evidentemente, italiano non era, magari l’ascoltiamo e magari, oltre a Borges, pure Papini lo leggiamo.

Inveterato vizio latino quello dell’erba del vicino, che lo stesso Papini ebbe modo così di sintetizzare: “Vecchia abitudine latina, da Tacito in qua, lodare quel che appena si conosce per ammonir coloro che si conoscon troppo.”1 Non che Papini lo si conosca troppo, anzi, ma fa pur sempre parte di questa nostra italianità che parremmo smemorare vagheggiando terre d’oltremare.

Il Nostro Fiorentino fu invero intellettuale completo, dagli interessi vastissimi, dall’acceso spirito ostinatamente polemico, nonché dallo stile densamente poetico e personalissimo. E di codesto polemismo papiniano si vorrebbe, in questa sede, approfondire la critica mossa dal poeta al sistema scolastico d’allora, che, ahimè, è tristemente sovrapponibile, a distanza d’oltre un secolo, alla medesima critica che noi oggi potremmo muovere all’attuale; non dimenticando che Papini fu scrittore fieramente privo di qualsivoglia titolo universitario, ma non certo carente di quel talento innato che, giocoforza, nelle università non potrà mai essere insegnato. Orbene si ceda la parola all’autore spolverato:

Ma io non conosco le università: non sono stato studente e non sarò professore. Mi contenterò delle ciabatte, senza salire alle brache.
In verità ho più in pratica le scuole elementari, non solamente perché ci ho ingollato anch’io la mia parte di noia e d’aria cattiva, ma anche perché sono stato lì lì per entrarci come annoiatore e tiranno quotidiano di bambini. Nessuno, mi pare, parla di riformare le scuole elementari come se a migliorarle bastasse rendere meno magro il magrissimo salario dei maestri. Eppure a me pare che le scuole elementari non vadano punto meglio di quelle medie, se devo giudicare dai maestri che v’insegnano e dai ragazzi che ne escono. Anche qui siamo alla solita storia: poco o nulla si fa mutando programmi e orari.2

Il fatto che le sopraccitate parole risalgano al 1909 parrebbe commentare da sé l’annosa questione della scuola italiana, problema che, invece di sbrogliarsi, sembrerebbe invece essersi sempre più incancrenito dai tempi di Papini e da queste sue attualissime parole di ben centodiciassette anni addietro.

Qualche anno più tardi, nel 1914, Papini tornò sull’argomento con un testo scandalosamente memorabile, che, per accentrare l’attenzione sul problema, portava all’estremo la critica, mutandola in una gustosissima e quantomai condivisibile invettiva:

Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi.
Quali?
Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.
Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.
Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori, librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e pareggiate case di pena.
Nessuno – fuorché a discorsi – pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.
Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non ci pensiamo più.3

A posteriori, noi oggi tristemente sappiamo che nemmeno l’enorme sforzo provocatorio di Papini ha sortito effetti alcuni e ci limitiamo a rileggerlo malinconicamente con la consolatoria consapevolezza che qualcuno in passato ha avuto il coraggio intellettuale di comunicare per iscritto quanto segretamente pensiamo, o abbiamo a suo tempo pensato, più o meno tutti, belli e brutti:

La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!4

Parrebbe tornare alla mente la celebre invettiva anticulturale condensata da Jean Dubuffet nel suo esplosivo e ribelle Asfissiante cultura del 1968:

I professori sono degli scolari perpetui, degli scolari che, terminati gli studi, sono usciti dalla scuola dalla porta per rientrarvi dalla finestra, come i soldati che prolungano la ferma. […] Il professore è il rubricatore, l’omologatore e lo schedatore di quel che ha prevalso, non importa dove e quando.5

Questo pensiero risulta ancor più incisivo se applicato a quelle istituzioni accademiche che s’incaricano di formare artisti, o aspiranti tali, nel campo delle lettere o dell’arte. A tal proposito ci ha consegnato parole infuocate Arthur Cravan, il famigerato poeta-pugile nipote di Oscar Wilde:

Prendiamo in giro i clienti di chiromanti e cartomanti, e non abbiamo mai un briciolo d’ironia verso gli ingenui che frequentano le accademie di pittura. Si può imparare a disegnare, a dipingere, ad avere talento o genio? […] Mi stupisce che nessun imbroglione di spirito abbia avuto l’idea di aprire un’accademia di letteratura.6

Abbandonando questa breve escursione esterofila, pure qui da noi, in terra di poeti, non mancano le voci che sostengono l’impossibilità d’una formazione artistica impartita dall’esterno; se proprio, tale formazione dovrebbe in primis affiancare un’innata predisposizione o talento e, secondariamente, maturare silenziosamente in solitudine nutrendosi avidamente dell’opere del passato:

Il miglior consiglio che si può dare a chi si avvicina alla scrittura della poesia (come lettore o come autore) è quello di evitare gli insegnamenti. E quindi: non frequentare scuole di scrittura o di poesia.7

Sandro Penna, similmente, ebbe modo di annotare nei suoi diari come la poesia, o l’arte in genere, sia una specie di sostanza innata che, molto semplicemente, è in noi oppure no, vanificando qualsivoglia sforzo d’emulazione:

Ma la poesia è come una “sostanza” a sé, così come la volontà, l’intelligenza, il sentimento, l’immaginazione, sono altre sostanze più comuni, meno rare, più utili certo, meno belle. O si ha o non si ha questa sostanza. Se si ha, e per particolari doti che, ripeto, non è difficile avere, si può estrinsecare, si è poeti, altrimenti “non varrà cura nessuna”: sarà come voler entrare nell’anima di un altro: a nulla varrà intelligenza-volontà e tutto, così come a nulla queste varranno per entrare in Dio, quando un uomo mediocre sembra che spesso lo può per sua natura (Dio o misticismo per me…).8

Questa la risposta di Penna all’annosa questione “artisti si nasce o si diventa?” e, se effettivamente l’arte è un dono innato, non lo si riveli fra le mura accademiche, ché, altrimenti, dovranno presto chiudere i battenti.

E il nostro Papini parrebbe giungere ad estendere questo pensiero pure all’ambito scientifico, dichiarando provocatoriamente:

Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuori dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non sono nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non vi insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza – raccoglie tanta di quella gente! – la scuola può essere il laboratorio di nuove verità.9

Innegabilmente, fra le altre cose, la scuola ci ha insegnato a leggere e a scrivere: a leggere Papini, così come a scrivere contro la scuola. La caustica invettiva papiniana parrebbe invero finalizzata a sollevare un problema troppo spesso ignorato, ovvero quello del sistema scolastico, che, tra le svariate storture, porta con sé il non irrilevante peso d’essere in primis giudicante, tendenzialmente omologante e discretamente competitivo. E se ripenso agli anni trascorsi ad essere soppesato tramite quell’odiosissima forma di giudizio che è la valutazione, allora sì che vorrei gridare a squarciagola: “Chiudiamo le scuole, andiamo tutti a raccoglier le viole!”


Note

  1. Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole!, Luni Editrice, Milano 2022, p. 9. ↩︎
  2. Ivi, p. 22. ↩︎
  3. Ivi, pp. 55-56. ↩︎
  4. Ivi, p. 60. ↩︎
  5. Jean Dubuffet, Asfissiante cultura, Abscondita, Milano 2006, p. 16. ↩︎
  6. Arthur Cravan, Grande trampoliere smarrito, Adelphi, Milano 2018, pp. 47-48
    ↩︎
  7. Cesare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, Il melangolo, Genova 2018, p. 69. ↩︎
  8. Sandro Penna, Poesie, prose e diari, Mondadori, Milano 2017, pp. 868-869. ↩︎
  9. Giovanni Papini, op. cit., pp. 54-55. ↩︎

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