It’ll End In Tears

Di Donato Novellini

Lì in mezzo tra autunno e inverno, fogliame caduto prima della tanto rimpianta neve coprente, afflato malinconico evitando di essere deprimente, oscuro senza travalicare il segno del buongusto degenerando quindi nel grottesco, anzi, emblematico di una certa raffinatezza di matrice vittoriana, l’esordio di This Mortal Coil, a dispetto di una nomea gotica forse all’epoca vagamente giustificabile, resta a distanza di molti anni un capolavoro pop. “What dreams may come, when we have shuffled off this mortal coil, must give us pause”, ragione sociale tratta da un passo dall’Amleto shakespeariano, giusto per rimarcare il livello dei riferimenti letterari nel simposio 4AD. Un fatato mondo a parte quello dell’etichetta indipendente inglese, talvolta caratterizzato da aspri suoni post-punk, ma sovente filtrato da ricercate suggestioni e diafani languori: “dov’è la bellezza più bella del bello” (Schopenhauer a proposito della musica di Bellini). Un microcosmo magico, contraddistinto da estetica inconfondibile, impronta finemente elaborata, si direbbe cesellatura di grande eleganza, sempre a firma Vaughan Oliver per lo studio di disegno grafico 23 Envelope. A suggello di interscambi di scuderia e omogeneità di proposte, la creazione TMC si impose come manifesto romantico dell’etichetta, coinvolgendo di fatto molti musicisti affiliati in una sorta di gruppo aperto. Dead Can Dance, Breathless, Cocteau Twins, Colourbox, Modern English, The Wolfgang Press, Cindytalk, Howard Devoto, questi alcuni dei nomi dietro la sigla, riuscirono nell’impresa di fondere armonicamente le proprie rispettive peculiarità in tre episodi (Filigree & Shadow e Blood, gli altri due) di superba bellezza. Optare qui per il primo disco dell’ensemble, oltre a permetterci di riassumere sommariamente l’epopea 4AD del mentore Ivo Watts-Russell, ha pure una superflua valenza autobiografica: cd prestato ad un amico, mai più restituito, e vinile recuperato per caso anni dopo ad un mercatino dell’usato per 5 euro. Chiamiamola legge di compensazione. Chiamiamolo fruscio, solchi che qua e là saltellano al passaggio della puntina, sbeccature agli angoli della copertina, rughe d’espressione sull’involucro cartonato, piagato dall’umidità; ma vuoi mettere? Dietro c’è appiccicato un piccolo adesivo giallo che recita: “Fonotheek, Lokeren”, con numero di telefono ed indirizzo di un negozio di dischi belga; sarà ancora aperto? Che giro del mondo avrà mai fatto questo vinile, prima di essere accatastato da ignari venditori in una cassa di legno, in uno dei banchetti del mercatino dell’antiquariato di Novellara? Storie sconosciute, altri giradischi, ascoltatori dell’epoca ovviamente non rintracciabili, fantasmi di vite precedenti e di ascolti tramandati per caso. Mistero, ma resta l’affascinante consapevolezza di poter condividere emozioni con precursori ignoti. Una copertina seppiata e sotterrata in terriccio, evanescente, dolcemente ovattata come da cifra stilista della label, con in primo piano un ritratto fotografico femminile di seducente intensità. Immagine austera, occhi chiusi, una mano sulla spalla, marcata introspezione, quasi una Ofelia in piedi prima di abbandonarsi alle acque. Scatto replicato sul retro, ma di profilo, con ombreggiature più marcate e sinuosità ulteriormente oscure. It’ll End In Tears, contenente fra l’altro la cover di Tim Buckley – Song to the Siren – resta una bomboniera neoclassica, la traslazione sonora di un romanzo di Emily Brontë, un’eterea fuga in avanti di sogni liquidi.

It’ll End In Tears – This Mortal Coil, 4AD, 1984.