Vendere l’anima al diavolo

La decadenza della borghesia in Moravia e Polanski

Di Silvia Argento

Fino a che punto si arriverebbe ormai per il successo e per ottenere denaro? Quando parliamo di società, di decadenza dei valori, non siamo estranei a domande di questo tipo. Inevitabilmente desideriamo ottenere ciò che vogliamo, avere successo, fama e fortuna, ma con che mezzi vogliamo raggiungerli? Ci venderemmo l’anima al diavolo? Forse sì. Il quadro che Alberto Moravia nei suoi romanzi e Roman Polanski nei suoi film dipingono è fin troppo chiaro. Infatti, Gli indifferenti mostra una borghesia nel massimo della sua decadenza. Invece, Rosemary’s Baby mostra un uomo che, pur di ottenere ciò che vuole, arriva perfino a vendere il figlio a Satana.

L’indifferenza della borghesia

Quando parliamo di indifferenza e quindi di indifferenti per Moravia, non dobbiamo concepire questo termine semplicemente come assenza di emozioni. Si tratta, piuttosto, di un’assenza di moralità, di un’incapacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è conveniente. Il romanzo d’esordio di Moravia, pubblicato nel 1929, mostra nel suo crudo realismo la grottesca situazione della società borghese. Senza principi morali, senza scrupoli, gli uomini di questa società sono disposti a tutto per raggiungere scopi assolutamente ignobili. L’ipocrisia e la recita in cui essi vivono vengono aspramente denunciate da Moravia, che però era borghese lui stesso. Infatti, il romanzo diventa antiborghese in un certo senso solamente «dopo», ma di fatto risplende di un acuto realismo proprio grazie all’esperienza dell’autore all’interno di quel tipo di società.

È proprio questa familiarità con il mondo descritto a rendere la critica moraviana tanto incisiva: l’autore non si limita a condannare dall’esterno una determinata classe sociale, ma ne mette in luce le contraddizioni e il vuoto che si nasconde dietro le apparenze. La famiglia, tradizionalmente luogo degli affetti, diventa uno spazio in cui il denaro e gli interessi personali finiscono per prevalere su qualsiasi legame autentico. Emblematica, in questo senso, è la figura di Leo Merumeci, disposto a manipolare le persone che lo circondano pur di impossessarsi della villa degli Ardengo.

Rosemary’s Baby

Uno dei classici horror più apprezzati è tuttora sicuramente Rosemary’s Baby, considerato il capolavoro di Roman Polanski. La storia terrificante racconta di una donna che, a sua insaputa, partorisce il figlio di Satana, scoprendo poi che è stato il marito a cederlo a lui per ottenere una brillante carriera di attore, soldi e fortuna. Al di là di questa componente fortemente macabra, è facile comprendere come tutto questo costituisca un’allegoria. Come osserva Gianni Rondolino in Storia del cinema, infatti, il film costituisce una profonda critica della borghesia disposta a qualsiasi cosa, a lodare perfino Satana.

Un padre arrivista al punto da cedere un figlio pur di avere la vita che desidera, come Leo del romanzo di Moravia, che non esita a circuire due donne per impadronirsi di una villa. I due personaggi, sebbene appartengano a universi narrativi profondamente diversi, sono accomunati dalla medesima logica: gli altri non sono persone da rispettare, ma strumenti da utilizzare per il proprio tornaconto. Se Leo agisce attraverso la seduzione e la manipolazione, Guy arriva a un sacrificio estremo, dimostrando come il desiderio di successo possa annullare persino il più elementare senso di responsabilità.

Nel film di Polanski, il padre viene infine disprezzato dalla moglie e la vittima è proprio lei, Rosemary, che sembra invece essere l’unica a mantenere dei principi morali, ma che alla fine dovrà subire suo malgrado le conseguenze delle scelte altrui. La sua condizione è resa ancora più drammatica dall’impossibilità di fidarsi delle persone che la circondano: il male non si presenta sotto sembianze immediatamente riconoscibili, ma si nasconde dietro la rispettabilità e le convenzioni della vita borghese.

La decadenza della società

Il libro e il film non sembrano avere apparentemente nulla in comune e, se confrontiamo le trame, è effettivamente così. Tuttavia, entrambe le opere prestano una forte attenzione al tema della sensualità. Moravia scandalizzò per questa componente del suo romanzo, in cui i passi erotici sono fortemente presenti, come in moltissime opere dell’autore, mentre Polanski, pur senza mostrare esplicitamente l’atto, rappresenta una scena erotica onirica che cela lo scandaloso abuso di Satana su Rosemary. In entrambi i casi, il corpo e il desiderio non sono estranei ai rapporti di potere, ma diventano parte di dinamiche in cui l’individuo rischia di essere ridotto a oggetto.

Soprattutto, inoltre, le due opere incarnano una visione pessimistica della realtà. Non sembra esserci alcuna soluzione né possibilità di redenzione per personaggi che, amorali e inetti, rimangono fermi nella loro mediocrità, ipocrisia e assenza di virtù. La trama del romanzo di Moravia non si serve della fantasia o delle cupe grandiosità della pellicola, ma, nella semplicità di vicende intrecciate e legate soprattutto a scandali familiari, dipinge comunque il quadro decadente dello spirito dell’uomo borghese privo di valori. Polanski sceglie invece una strada più complessa e capace di colpire enormemente lo spettatore, ricorrendo all’orrore soprannaturale per rendere visibile una corruzione morale che, nel romanzo di Moravia, si manifesta nella quotidianità.

La paura di Rosemary di fronte agli occhi del figlio, uguali a quelli del padre, di Satana, è forse il solo singulto di sentimento di orrore verso il male che gli altri borghesi non sembrano più capaci di provare. Rosemary, infatti, non ha scelto consapevolmente di sacrificare qualcuno per ottenere ciò che desidera: è vittima di un sistema che ha deciso al suo posto, privandola della possibilità di autodeterminarsi. La sua reazione finale non rappresenta una vera vittoria, ma testimonia almeno la persistenza di una coscienza morale in un mondo che sembra averla completamente smarrita.

È proprio qui che le due opere si incontrano: nella rappresentazione di una società in cui il successo e il possesso sembrano avere più valore della dignità umana. Moravia racconta l’indifferenza di chi non riesce più a reagire al vuoto morale che lo circonda; Polanski mostra l’orrore di chi, pur di raggiungere i propri obiettivi, accetta consapevolmente di diventare complice del male. E forse la domanda iniziale rimane ancora oggi la più inquietante: quanto siamo disposti a sacrificare per ottenere ciò che desideriamo? Perché il diavolo, in fondo, non ha sempre bisogno di presentarsi come una figura mostruosa: talvolta gli basta prometterci esattamente ciò che vogliamo.