AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Monica, parliamo di prostituzione che con una efficace espressione, che dà il titolo ad un celebre libro di Rachel Moran, è definita “Stupro a pagamento”. Tu hai conosciuto Rachel: ci puoi raccontare un po’ della sua storia?
È stato molto emozionante incontrare Rachel Moran in Italia due volte: la prima a Genova nel 2018 per la presentazione del suo libro Stupro a pagamento organizzata da Marea e poi, nel 2019, per il seminario di Altradimora, dove Rachel è rimasta con noi per tre lunghi giorni. La quotidianità con una donna che ha subìto per anni la violenza, e quindi ha segni di stress post traumatico evidenti, è dolorosa. Nulla di eclatante all’apparenza, ma è qualcosa che si percepisce quando, a tratti, Rachel si estraniava. A tavola eravamo tante, il solito rumore del gruppo dopo i lavori seminariali e lo scambio di opinioni, le discussioni animate, le risate. Ovviamente c’era anche il problema della lingua, perché Rachel non parlava bene l’italiano e quindi è naturale astrarsi. Però l’impressione era, in quei momenti nei quali la vedevo assorta, che ci fossero delle ombre che la attraversavano, anche perché ovviamente poco prima aveva raccontato di sé e della sua storia faticosa e dolorosa. Mi viene in mente una vecchia intervista a due voci di Anais Ginori su Robinson Repubblica con le scrittrici Nadia Terranova e Annie Ernaux: quest’ultima dichiarò che “senza la vergogna non c’è letteratura”. Prendo in prestito questa suggestione perché sono convinta che senza il sentimento della vergogna non soltanto non ci possa essere la letteratura come atto creativo, ma nemmeno la politica, se intesa come visione e impegno costruttivo. Per la politica, quella che si fa a livello individuale o collettivo nel segno della lotta alle ingiustizie e del cambiamento,il sentimento della vergogna è centrale: vergognarsi, ad esempio, per lo stato delle relazioni tra donne e uomini, caratterizzate ad ogni latitudine dall’iniquità, dalla discriminazione, dalla violenza è un’emozione propulsiva. Mi vergogno di ciò che vedo, quindi mi impegno perché quello che ora è così non lo sia più. Lo faccio per me, nel nome di chi mi ha ispirato e per chi verrà dopo di me: anche se non sono io ad avere creato questa situazione essa mi tocca così tanto e così nel profondo che devo agire. Più della rabbia, più dell’indignazione o della collera la vergogna muove la voglia di riparare ai danni generati dalla violenza, perché questa emozione non mi fa scagliare, prioritariamente, contro chi la provoca, ma mi interpella direttamente nell’intimità del mio essere. Mi fa muovere con urgenza, perché vergognarsi è insopportabile e ciò spinge a liberarsi da questa condizione di disagio e malessere. Scrittura, lettura, cinema, arte sono state potenti alleate per dareun senso all’indignazioneprovata verso l’ingiustizia (e l’ignoranza complice di chi volge lo sguardo altrove pensando che il sessismo non sia un suo problema) perché il nutrimento della cultura e della bellezza che emoziona è necessario mentre si lotta.
Ho incontrato molte donne e uomini che hanno gridato ‘vergogna’ per esprimere la propria alterità nei confronti della violenza, e molti libri sono stati illuminanti: uno tra questi è Stupro a pagamento di Rachel Moran. Figura internazionale di primo piano nell’impegno contro la tratta e nettamente critica nei confronti delle posizioni favorevoli alla legalizzzione della prostituzione Moran, che collabora in Italia con il gruppo Resistenza femminista, con il suo testo-memoirha diviso il movimento femministain Italia. Sui temi nei quali si intrecciano corpo, sessualità, autodeterminazione e denaro (quindi in primo luogo la prostituzione e la maternità surrogata) i conflitti sono molto accesi e difficilmente dipanabili allo stato attuale. Se infatti sulla tratta e sulla prostituzione obbligata c’è accordo nel definirla una violenza, quando non sussiste l’obbligo i fronti si dividono tra chi parla di scelta libera considerandola come un lavoro qualunque e chi pensa che vendere il corpo non possa essere considerata una attività come un’altra. Rossana Rossanda, appoggiando negli anni ‘80 la lotta delle attiviste del Comitato delle prostitute di Pordenone le cui portavoce sono state Carla Corso e Pia Covre, affermò che i diritti erano sacrosanti ma che non si poteva parlare di una vittoria per le donne, perché la lotta per fare della prostituzione un lavoro si situava dentro all’orizzonte del capitale e del patriarcato. Molte inchieste e lavori di approfondimento sugli esiti della legalizzazione hanno fatto luce sui lati oscuri di questa realtà. Non sullo sfondo, ma centrale nell’analisi femminista, è il nodo della sessualità maschile, indagato da anni nei reportage della blogger Ricciocorno: un aspetto che resta spesso in ombra quando si parla, con leggerezza e banalità, del ‘mestiere più antico del mondo’ senza considerare che è la richiesta, e non l’offerta, il vero problema e il più antico mestiere: quello del cliente.
Rachel descrive la dissociazione psicologica come unico strumento di sopravvivenza nella prostituzione. In che modo la pornografia industriale insegna agli uomini a desiderare ed erotizzare proprio quel corpo assente, dissociato e sottomesso?
Nel suo Ted dal titolo Why it’s time for porn to change («Perché è ora che il porno cambi»), l’attivista e regista Erika Lust nel 2014, afferma una verità assodata: che oggi i giovanissimi di entrambi i sessi apprendono la sessualità attraverso i canali on line, i quali rendono disponibile ogni tipo di pornografia in modo gratuito e immediato. La magnifica rete internet è anche questo. Lust è stata una pioniera del cosiddetto «porno femminista»: supportata dalla visione pragmatica e laica della cultura svedese, è da sempre attenta alle connessioni tra sessualità, stereotipi, prostituzione, violenza e pornografia. Stanca, come spiega nel Ted, di vedere film porno prodotti pensando solo ed esclusivamente al (presunto) piacere maschile, siano esse pellicole industriali o film
amatoriali di bassissima qualità, per lo più indirizzati verso una sessualità genitale nella quale il corpo delle donne è ridotto a orifizi da penetrare, la regista ha deciso di mettersi dietro alla camera da presa e scrivere un copione per una sceneggiatura fuori dagli schemi. Ne è nato A good girl, un corto del 2004 indubbiamente pornografico, che però ha caratteristiche assai diverse rispetto al porno mainstream.
La decisione di mettere on line il corto gratuitamente per lanciare la linea di film della sua casa di produzione è stata vincente: la possibilità di fare un confronto tra la sua visione e quella corrente che orienta i materiali pornografici rende esplicita una realtà che l’attivista dichiara nelle linee guida della sua impresa.
Intendiamoci: sempre di porno si tratta, ma la differenza tra il porno girato da Lust e gli altri è evidentissima. Per esperienza diretta posso dire che vedendo A good girl (andando veloce perché comunque è ben evidente di cosa si tratti), per la prima volta un prodotto pornografico non mi ha fatto sentire a disagio. Il non sentirmi invasa, violata e non avvertire disgusto per come il corpo di una donna era trattato nel film è stata una emozione nuova e sorprendente rispetto alla pornografia nella quale si incappa in rete. Certamente stiamo parlando di materiale sessualmente esplicito, ma tre caratteristiche importanti stanno alla base del lavoro della Lust rispetto alla pornografia tradizionale: c’è una storia, il piacere e il desiderio della protagonista sono al centro della narrazione, e la telecamera guarda i corpi nella loro totalità espressiva e gaudente, non soffermandosi in modo ossessivo alla sola zona genitale. Insomma, per una volta esistono i corpi nella loro interezza, non c’è intento predatorio o soltanto performativo nelle azioni sessuali il che non è poco per un film porno. Da madre di due figli maschi mi spingo a dire che avrei voluto (visto che le parole sex e porn sono le più ricercate nelle stringhe dei motori on line, e portano direttamente all’apertura di siti porno) che i miei figli vedessero A good girl durante l’adolescenza piuttosto che altri materiali pornografici, di sicuro violenti e umilianti verso le donne, perché concepiti e realizzati secondo una visione generalmente misogina e sessista.
Al contrario, si esce dalla visione del corto di Lust con la certezza che due parole abbiano attraversato l’intento di chi ha pensato il film: la prima è relazione, e la seconda è empatia, vocaboli e concetti entrambi assai strani (ed estranei) da nominare per un film porno, e tuttavia decisamente evocabili in questo caso.
Di certo anche nella produzione della Lust l’aspetto prioritario è la prestazione ginnico/sessuale (stiamo ragionando di porno), ma l’assunto di voler raccontare all’interno della pornografia il desiderio femminile nei confronti della sessualità, quale che sia l’orientamento, cambia profondamente ciò che si guarda e quindi gli effetti che si producono dentro di noi mentre guardiamo. Il suo progetto è durato qualche anno, poi anche lei ha dovuto ammettere che non c’era mercato autonomo per un prodotto come il suo, e quindi tutto è confluito sulle piattaforme mainstream: un fallimento a mio parere ovvio, perché porno e femminista non sono concetti che possono viaggiare insieme.
Lorella Zanardo, nel suo documentario Il corpo delle donne, che la manager e attivista rilasciò in rete nel 2009, commenta così alcune immagini mandate in onda sulle reti tv italiane, Rai e Mediaset, nelle quali, in orario di prime time e quindi di massimo ascolto, passavano abbondanti porzioni di corpi femminili, pur non essendo affatto trasmissioni pornografiche, ma di intrattenimento per «famiglie», e persino informative: «Abbiamo stabilito che le donne emancipate devono porsi pubblicamente, e dichiaratamente, come oggetto di desiderio. Sempre, e comunque, in ogni situazione, anche quando siamo interpellate per la nostra professionalità. Anche quando sullo schermo ci sono donne adulte preparate, che avrebbero forse delle cose da dire. Siccome però l’unico segno di desiderabilità che siamo in grado di riconoscere è una esplicita allusione sessuale, abbiamo convertito tutta la nostra cultura all’estetica di uno strip club. Per riprendere queste immagini è necessario posizionare prima delle riprese la telecamera, in modo che possano riprendere poi seni, vagine, cosce: come in un film porno. Senonché siamo sulla tv pubblica».
La riflessione di Zanardo è stata dirompente in Italia e all’estero perché, nei 25 minuti del suo video, sono stati concentrati oltre 20 anni di quotidiana macelleria mediatica del corpo femminile. Molte trasmissioni tv, non a tarda notte ma già dal pomeriggio, hanno introdotto figure femminili giovani, belle, mute, la cui presenza discinta e del tutto oggettivata era un prodromo allusivo della sessualità femminile disponibile.
Proporre queste immagini per oltre 20 anni attraverso gli schermi tv non è una operazione innocente e i risultati e le ricadute su diverse generazioni di giovani non sono incoraggianti. Vedere per la prima volta tutte quelle immagini in sequenza, delle quali alcune decisamente vicine al porno, ha scioccato l’opinione pubblica, perché ha reso chiaro e manifesto che l’indifferenza verso quel diluvio di esposizione di quarti di donna come quarti di carne offerta in macelleria ha rappresentato, nel tempo, una sorta di autorizzazione dell’estetica pornografica nel piccolo schermo, esibita nell’orario della cena e del dopo cena, per non parlare della presenza di riferimenti al mercato sessuale e al porno introdotti in modo nemmeno tanto occulto da programmi come Uomini e donne, Veline (Velone!) e Il grande Fratello. Non è da sottovalutare il fatto che dagli anni Ottanta in poi molte generazioni di giovani hanno visto, non su canali on line ma alla tv, negli orari di massima audience, la carneficina simbolica del corpo femminile esposto ogni giorno: veline, letterine, meteorine, vallette, presentatrici giovani e belle, prive di qualità se non quella appunto della bellezza esteriore, spesso mute, il più delle volte svestite, sorridenti, disponibili, esposte, accanto a uomini che comunque detenevano il potere della parola come conduttori, giornalisti, esperti.
Come non pensare che questa costante esibizione dei corpi femminili abbia prodotto effetti pornografizzanti nell’inconscio collettivo e che, quindi, abbia autorizzato a dare per scontato che le donne, in fondo, siano una merce disponibile per il piacere degli occhi e delle mani maschili? Nonostante molte tra le persone adulte di riferimento (padri, madri, insegnanti, trainer sportivi) abbiano provato a negare, quando ne parlavo, la diffusione capillare e la normalità del consumo di porno a partire talvolta dalle scuole elementari, la verità con la quale bisogna fare i conti è che la prima (e spesso unica) palestra informativa sulla sessualità e sulle relazioni tra i corpi è costituita dall’insieme infinito di piccole e grandi piattaforme web dedicate alla pornografia.Alla pornografia, non alla sessualità.
Questo ce lo confermano le risposte date dai ragazzi nella mia ricerca, pubblicata nel 2019 da Erickson in Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo, senza possibilità di fraintendere o equivocare. La negazione da parte del mondo adulto e la sua minimizzazione dell’impatto della pornografia sull’immaginario adolescente, che ho incontrato un po’ dovunque nella scuola, così come nel resto della popolazione adulta di riferimento educativo, sono estese e preoccupanti, dal mio punto di vista, e hanno avuto un picco quasi comico durante una riunione con docenti e prèsidi propedeutica alla somministrazione dei questionari nelle scuole di Imola dai quali origina in parte il libro. Quando affermai che avremmo avuto la conferma, dalle risposte dei ragazzi, che i siti porno erano, per la stragrande maggioranza, la (unica) fonte di apprendimento sul sesso, un preside di un liceo classico si riscosse dal diffuso torpore e affermò con decisione: «Ah no, i miei alunni no». Mi scappò una risata, convinta che stesse scherzando. Non era una battuta, però.
Se il denaro serva a comprare la resa della donna e la sospensione del suo consenso, perché la narrazione sex positive si ostina a considerare la prostituzione un atto di libera scelta relazionale?
È una domanda cruciale, perché la posizione della parte ‘progressista’ (facciamo il bene delle donne che ‘scelgono’ di vendersi) si salda con quella della destra alla quale importa nulla delle donne ma hanno a cuore i ‘diritti’ dei clienti, oltre alla retorica della giustizia fiscale (facciamo pagare le tasse alle prostitute così è tutto a posto). Del resto c’è già un Ateco per le ‘professioniste’ su Only Fans.
“Ho una proposta da fare a tutti i gnoccatravels: quanti saremo iscritti? Circa 25000? In quanti leggeranno questo sito? Secondo me anche 100.000 uomini. Cosa significa questo? Possiamo influenzare un intero mercato, perlomeno in Italia: avete presente le aziende che si coalizzano per formare cartelli sul mercato e ottenere prezzi migliori? Noi dovremmo fare lo stesso”.
Questa proposta, lanciata qualche anno fa dal sito gnoccatravels, community per soli uomini dove si confrontano, divulgano e votano i luoghi della prostituzione (legale e illegale) di tutto il mondo, è lanciata da un cliente, un uomo come tanti intorno a noi (molti dei quali con mogli e prole) che viaggia, ‘collauda’ i bordelli, compra le donne e poi le recensisce online. Ben prima del best seller Utilizzatori finali di Riccardo Iacona una blogger italiana, che scrive dalle pagine del sito Il Ricciocorno Schiattoso, ha studiato per un anno il sito (più volte segnalato per la chiusura, senza esito e che oggi è confluito sulle piattaforme del porno), e ne ha ricavato uno studio dettagliato dal quale una conclusione è innegabile: dare per scontato che si possa vendere e pagare un corpo per offrire, o acquistare, servizi sessuali incide in maniera importante e determinante sul modo di concepire le relazioni tra donne e uomini.
Chi pensa che la regolamentazione del cosiddetto ‘lavoro sessuale’ migliori le condizioni delle donne ‘lavoratrici’ dovrebbe leggere una inchiesta tradotta da Internazionale e l’analoga disamina delle esternazioni dei clienti, documentate qui.
Il cliente che ipotizza la class action (sarebbe interessante capire a che titolo e in che categoria si identifica) sa evidentemente che poco lontano dall’Italia, in Germania, il risultato della pressione dei ‘consumatori’ è stata vincente: i bordelli low cost di Berlino offrono laflat rate, prezzo unico per bevute, show di lap-dance e prestazioni di ogni tipo con le ragazze. Nel lupanare a buon mercato più famoso di Berlino un’ora, tutto incluso, vale 49 euro, mentre con 99 euro si può restare per tutto l’orario di apertura, no limit, per il ‘100% Sex & Drinks’.
Sia le inchieste sulle condizioni di vita delle donne che si prostituiscono, come quella dell’attivista scrittrice Lydia Cacho, sia le segnalazioni e le testimonianze delle sopravvissute (dal sito) non hanno scalfito la decisione di Amnesty International di indicare, nel documento Draft Policy on Sex Work la depenalizzazione dei bordelli, e di chi li gestisce, come la strada per risolvere i problemi e favorire chi si prostituisce.
Più di 600 gruppi, nazionali ed internazionali, che operano in difesa dei diritti delle donne, tra cui la Coalizione contro la tratta delle donne (Catw) e Space international (che associa sopravvissute al commercio umano), difensori dei diritti umani, medici, attori e registi, stilisti, organizzazioni religiose e persone interessate da oltre 30 paesi hanno firmato una lettera aperta ad Amnesty International (fin qui senza risposta) per esprimere la loro costernazione per la sua proposta, che chiede la depenalizzazione dell’industria del sesso.
Il sito del Catw è impegnato a livello globale nel documentare i disastri che provocherebbe la proposta di depenalizzazione così come indicata da Amnesty, ma, almeno in Italia, il dibattito sembra inchiodato sulla parola ‘scelta’. Se le donne ‘scelgono’ (di vendersi) allora tutto va bene.
Paradossalmente questa presunta libertà, che reclama diritti, diventa volano speculare dei diritti dei consumatori, i clienti, ai quali deve essere garantito l’esercizio ‘corretto’ rispetto a quanto si paga. Che questa moderna e disincarnata giostra di diritti, doveri, scelte e libertà diventi, in carne e sangue, il fraseggio di uomini che recensiscono i bordelli e le donne online, però, dovrebbe avere qualche peso, non solo nel dibattito, ma anche nella presa di posizione della più grande organizzazione per i diritti umani al mondo. Comprare il corpo di una persona può diventare un diritto? Che ricaduta ha questo nel simbolico e nel concreto delle relazioni umane? Ad estendere il documento originale che parla di depenalizzazione c’è Douglas Fox, fondatore e partner commerciale della Christony Companions, una delle più grandi agenzie di escort della Gran Bretagna.
In un’intervista rilasciata al Guardian Fox afferma: “I think anyone who makes money from selling sex is a sex worker” (Credo che chiunque faccia soldi con la vendita di sesso sia un sex worker). Fox afferma che “quelli che voi (femministe) chiamate papponi noi li chiamiamo managers” (“what you call pimps we call managers”). Varrebbe la pena di riflettere.
Alla luce del cosiddetto modello nordico difeso da Moran quali sono i passi politici urgenti in Italia per decriminalizzare le donne e sanzionare la domanda dei compratori?
Su questo consiglio di prendersi un pò di tempo e studiare i materiali del sito davvero ben documentato di Resistenza femminista nel quale da anni un piccolo gruppo di femministe italiane traduce testi e organizza incontri con sopravvissute al sistema prostituente, che non è solo quello della tratta ma è anche il mondo che si muove intorno a siti e gruppi di fruitori della prostituzione. Internet ha reso la pornografia un argomento non solo legittimo culturalmente, alla pari della teologia o della puericultura (il mezzo è per sua natura orizzontale, e quindi ogni tema ha la possibilità di diventare potentissimo, basta una forte capacità di indicizzazione), e in meno di due decenni l’ha eletta a parola, e tema, dominante. Il vocabolo più digitalizzato sulle stringhe di ricerca in rete è sex, termine con il quale, immediatamente, si accede a miliardi di siti pornografici, con video e foto di ogni tipo, bambine e bambini compresi. L’allarme globale sulla recrudescenza del fenomeno della pedopornografia arriva anche attraverso la letteratura di evasione: i libri di maggior successo delle autrici contemporanee di thriller, provenienti da paesi e culture diverse (è una tendenza in aumento nel genere), hanno nel plot storie nelle quali non manca mai un riferimento al mercato, in crescita esponenziale, della pedopornografia e del commercio sessuale di minori, nel quale spiccano i maschi italiani (brava gente!) come utenti assidui e affezionati all’estero, durante le vacanze esotiche in Asia, Africa o America Latina. Ormai accertata è la connessione tra mercato pornografico, mondo della droga e, ai livelli più delinquenziali, mondo della schiavitù sessuale e traffico d’armi. La grande disponibilità di pubblico, e la sua economicità, rendono Internet un mezzo molto usato per la distribuzione e la fruizione della pornografia. In molti stati i governi cominciano a ragionare sulla necessità di affrontare il problema, che è soprattutto educativo, culturale e vede tra i temi centrali l’età media di accesso al porno attraverso i telefoni che vengono dati ai bambini e alle bambine: l’età media del primo accesso a questo micidiale mondo virtuale è 7 anni.
Il rischio in corso è il considerare la pornografia ‘moderna’, ovvero normalizzarla, nel discorso privato come in quello pubblico: con l’avvento di Internet, soprattutto per la diffusione di sistemi di file e video sharing, la pornografia è divenuta immediatamente, e anonimamente, disponibile ovunque e per chiunque. L’ultima conseguenza di questo fenomeno ha, innanzitutto, mitigato il generico sentimento di condanna di fronte a questa forma espressiva (senza però sviluppare un discorso sul «senso» e sulle implicazioni di un suo uso frequente e sostitutivo delle relazioni gratuite, comprendenti anche sentimenti ed emozioni, oltre a quelle sessuali). Inoltre ha agevolato l’esplosione di fenomeni quali il genere «amatoriale», consistente nella realizzazione di foto e video di carattere porno-erotico ritraente persone comuni (spesso gli stessi soggetti autori del prodotto): chi è più abile riesce a far rimbalzare il proprio io attraverso server che non sono raggiungibili dalle forze dell’ordine perché ubicati in paesi dell’Est Europa, dell’Asia e del sud America, dove non c’è collaborazione con la polizia locale, incrementando quindi il mercato illegale, privo di controllo e potenzialmente violento. Oltre al file sharing un altro canale di distribuzione della pornografia via Internet è rappresentato dai siti a pagamento, attività sempre più lucrosa per i produttori di materiale professionale che stanno privilegiando il web, abbandonando i canali di distribuzione classici quali edicole, videoteche e sexy shop. Grazie alla rete oggi si sta sempre più affermando il cosiddetto neoporn, ovvero il movimento di pensiero che intende la pornografia come liberatoria e principale frontiera antimoralista, accanto ai flashgames per adulti, ovvero giochi elettronici le cui situazioni (pur variando dalla commedia al fantasy) mantengono un carattere dichiaratamente pornografico.
Alcuni, di carattere violento e sessista, hanno trovato ampio mercato anche in Italia, come nel caso di Squillo, gioco da tavolo in cui, giocando nel ruolo di veri papponi, è possibile usare prostitute ed escort a piacimento, spingendo le squillo in dotazione, Lola e Hannah, Manny e Analia, Shannon e Patty, a pratiche estreme di ogni tipo. «Un’alternativa per intrattenere amici e parenti, una sfida a colpi di fellatio in cui dimostrare le vostre abilità manageriali», spiega l’ideatore del gioco e «adult music star» Immanuel Casto, nel video che apre il sito squillogame.com. Nonostante alcune interpellanze parlamentari affinché il gioco fosse ritirato dal commercio e cessassero i numerosi spot online, è ancora in circolazione, anche se solo nella versione Squillo Deluxe e Squillo Bordello d’Oriente (diecimila e cinquemila copie vendute): la prima edizione, Squillo Pappa, uscita nel 2013, è esaurita da un pezzo. Squillo Game, edito da Raven, è una specie di cult, andando fortissimo anche a Lucca Games, dove di solito sono di scena solo fumetti. Il target? «Soprattutto giovani universitari, anche tantissime donne», raccontano dalla fumetteria Gamecraft di Chieti, dove il gioco, unico per adulti, è incartato in una velina rosa che ne copre il contenuto. Come riportò un articolo sulla pagina web «Donne di fatto» del «Fatto Quotidiano» (molto criticato dai commenti perché ritenuto «moralista»), a leggere il regolamento, oltre che a vedere gli spot, con l’Immanuel Casto, serissimo, che tenta invano di fare ironia sullo sfondo di un sito dall’estetica a metà tra un triste porno e un’ambientazione da tarocchi di quart’ordine, anche chi ha un animo lassista e scanzonato viene preso da certa tristezza. Certo, ci sono alcune cose divertenti: la carta Senso di colpa cattolico, che limita le azioni della squillo, così come quella del Testimone di Geova, che colpisce il pappone, rendendogli impossibile la gestione delle proprie prostitute. Ilare anche quella Carriera nel Porno («sfrutta le conoscenze e spompina i potenti»). Per il resto, però, il registro non solo è ultravolgare (vedi carta Scorpacciata di cazzi), che «risolleva l’animo delle proprie ragazze»). A prevalere è soprattutto la violenza. Le ragazze sono le «troie», che possono essere uccise e i cui organi possono essere venduti per fare cassa. C’è la carta Taglia Gole, che «consente di levare di torno una troia nemica», quella Inculata da un rottweiler, che «rende malata la troia che colpisce», c’è l’opzione Kamikaze, per «trasformare la ragazza in una bomba umana», Il pestaggio e La gravidanza indesiderata. Ci sono persino l’Olocausto, il Patto col Diavolo e la Possessione demoniaca, le punizioni per i papponi troppo caritatevoli o troppo stupidi, e, infine, pratiche estreme, il pissing e il fisting ma anche, ben visibile appena si apre il sito, il gerbilling, con tanto di roditore tra le gambe di una ragazza.
La domanda è: cosa accadrà (cosa di fatto sta già accadendo?) nella vita sessuale, nelle relazioni concrete dei corpi e nell’immaginario erotico di chi, prima ancora che nell’esperienza graduale di ogni persona, che ha tempi e situazioni diverse per ciascuna/o di noi, è stato esposto in solitudine alla pornografia, e quindi ha potenzialmente avuto questa come palestra prioritaria per allenare corpo e fantasia alla sessualità e alla relazione sessuale?
Dal mio punto di vista ciò che trovo principalmente fuorviante è che sia avvenuto uno spostamento dal versante rimottivo «pornografia è ciò che fanno gli altri» a quello (per me altrettanto evasivo) genericamente anti- moralista: la pornografia è, in alcuni filoni di pensiero femminista e genericamente in certa sinistra, sempre sinonimo di liberazione.
Il porno, celebrato in ogni sua accezione, non manca mai nell’orizzonte della modernità per chi considera pericoloso criticarne l’uso e discutere sulla sua ipotetica responsabilità rispetto alla violenza maschile, ed è ingrediente fondamentale anche nel discorso dell’emancipazione e della liberazione femminile. Fioccano gruppi di studio, esperienze cinematografiche, romanzi di planetario successo nei quali la pornografia è predominante, salutata come strumento indispensabile per raggiungere consapevolezza e libertà.
Ma libertà per cosa, e perché? Questa è la domanda che mi pongo di fronte alla pornografia, e che faccio a chi ne propugna l’utilità, o addirittura l’indispensabilità (per le donne) come mezzo di liberazione. L’età e la conoscenza mi offrono la possibilità di accedere all’origine del dibattito, nel femminismo, sulla pornografia: la raccolta di riviste edite tra gli anni Settanta e Novanta, come «Effe», «Noi donne», «Lapis», «Dwf», «Grattacielo», «Reti» (che ad Altradimora abbiamo disponibili grazie al lascito della biblioteca di Emi Uccelli), raccontano di una riflessione e uno sguardo su corpo, emozioni, sessualità e pornografia molto sfaccettata. Quando, ancora agli albori del femminismo, c’era tutto da guardare per la prima volta, da vedere in profondità e in soggettiva, quando tutto, sessualità compresa, era ancora da dire, trovando le parole per raccontare il mondo (e per metterlo al mondo) raramente la pornografia risultava argomento interessante tanto da legarla dall’orizzonte della libertà. Se l’argomento entrava nel discorso (e non era un argomento molto trattato) spesso accadeva per connettere l’uso della pornografia con la violenza: l’analisi era legata al problematico mondo dello sfruttamento del corpo femminile nei media, nella comunicazione, nell’immaginario e nel linguaggio, che appiattivano e banalizzavano (già allora) il femminile, la sessualità e le relazioni, costringendole nella commercializzazione e nella riduzione di una parte per il tutto. Come avemmo a dire nello storico incontro del giugno 2001 «Punto G» a Genova, la globalizzazione, con il primato già all’epoca minaccioso del mercato su tutto, era paragonabile, nell’analisi femminista, alla pornografia: si disse infatti che, così come nel porno il corpo e le emozioni scompaiono perché tutto è focalizzato sulla genitalità, così la globalizzazione cancella il mosaico di differenze e ricchezze umane scegliendo solo l’aspetto del «consumo» per categorizzare gli esseri umani. Ecco, forse, uno dei nodi del discorso: che oggi la pornografia è centrale perché (in apparenza) del corpo, del piacere, del dolore, della morte, della sessualità è stato detto, fatto, rappresentato, sezionato, ripetuto tutto, al punto da non avere più nulla di nuovo da dire, esperire, raccontare, immaginare. A questo punto resta solo la pornografia, usata (anche) da chi contesta ciò che resta del giudizio (religioso o laico) della sessualità altrui come vessillo per la libertà d’espressione, dimenticando però che, mentre la sessualità è gratuita, la pornografia è regolata dal mercato, e difficilmente sfugge alle regole del controllo compulsivo, della ripetitività e della reiterazione. È in questo rischio che il mercato vince, e quindi da presunti protagonisti si rischia di diventare pedine di un triste e banale gioco commerciale. Mi fermo qui, e ci sono davvero molte altre cose che potrei condividere. Il punto è che o si costruiscono campagne durature e costanti a partire dalle scuole elementari (prima il corpo insegnante e le famiglie, che fanno formate e informate) oppure sarà sempre il mercato e la rete a vincere.
Per finire ecco un piccolo strumento alla portata di chiunque per alimentare il dibattito sul tema della pornografia in relazione con le persone giovani: eccovi la Lettera a mio figlio sulla pornografia di Harriet Pawson, giornalista e ricercatrice, pubblicata sul sito everydayfeminism.com e rilanciata poi da mamamia.com.au, il più importante sito indipendente di donne in Australia.
Caro Figlio,
So che questa non è una conversazione che qualsiasi ragazzo voglia avere con la sua mamma a qualsiasi età, così ho intenzione di facilitarti. Scrivendoti questa lettera, ho intenzione di risparmiarti di avere un faccia a faccia con me sul sesso. O, più precisamente, sulla pornografia. Ma è una conversazione che dobbiamo avere comunque. Perché io mancherei al mio dovere di genitore, guida, e di donna, se non condividessi le seguenti informazioni con te, informazioni che hanno il potere di influire notevolmente sulla tua futura vita sessuale e sulle tue relazioni. Quindi, ascolta con attenzione. È importante. Prima di tutto, so che hai guardato del porno. Probabilmente un sacco. Ho lottato con questo in un primo momento. Nessuno vuole immaginare il proprio bambino mentre guarda estranei che fanno sesso pazzo. Ma sono giunta ad accettare che il mondo oggi è diverso, e dal momento in cui ti abbiamo dato modo di accedere a uno smartphone e ad un tuo computer personale, era inevitabile che vedessi del porno. Questo mi rende triste, ma non per il motivo che tu potresti pensare. Non c’è niente di sbagliato nel sesso, e non c’è niente di sbagliato nell’essere interessati ad esso. Per me, questa non è una questione morale. Sono arrabbiata perché penso che guardare porno ha il potenziale di influenzare le tue esperienze sessuali in un modo davvero negativo. E non sono solo io a pensarlo. Questo è un fatto provato. Gli uomini che guardano un sacco di porno hanno difficoltà a godere132 Crescere uomini del sesso reale con le donne reali. E io non voglio che tu sia così, né per te stesso e né per le tue partner. Ho veramente sperato che tu e la tua generazione avreste potuto essere liberi di intraprendere la vostra vita sessuale senza tutto l’immaginario hardcore senz’anima e sessista del porno. Vorrei che tutti avessero avuto la possibilità di esplorare il sesso organicamente, con tutte le sorprese, le emozioni, e anche le cadute, senza aspettative o preconcetti. Questo è il modo in cui soleva essere, ai vecchi tempi. Per noi, il sesso era una meravigliosa esperienza, a volte imbarazzante, di scoperta.
Tanto armeggiare, un po’ maldestro ma, andando avanti, sempre più elaborato. Oggi però, prima che tu ed i tuoi amici abbiate avuto un rapporto, quasi certamente avrete visto centinaia di ore in cui pornostar si lasciano andare, in molti modi diversi. Questo sarà lo sfondo visivo nella tua mente mentre esplorerai la tua propria sessualità, ed è veramente un peccato. Capisco che il genio porno non può essere rimesso nella bottiglia. La vostra generazione è un prodotto del nostro tempo, e siete tutti sulla stessa barca. Quindi credo che avrete modo di capire. Tuttavia, ci sono alcune cose importanti che devi sapere, e che forse nessun altro avrebbe intenzione di dirti. Ricordale.
1. Nella pornografia il sesso non è reale. La maggior parte di ciò che si vede on line è sesso prodotto commercialmente. Queste sono persone che fanno sesso per soldi. È il loro lavoro. Proprio come i modelli della pubblicità non rappresentano ciò che le persone normali sono e appaiono, e come il videogioco «Call Of Duty» non rappresenta la guerra vera e propria, così allo stesso modo il porno non rappresenta il sesso.
2. Non confrontarti con gli uomini che vedi nei porno. I maschi pornostar sono scelti per i loro peni giganti e la loro capacità di mantenere l’erezione per un tempo molto lungo.
A volte usano farmaci come il Viagra per farlo. Altre volte, il video viene modificato per far sembrare una sessione di sesso continua quando in realtà non lo è. Gli attori di solito sono sempre senza peli e senza peli pubici. Questo è per l’esplicito scopo di effettuare primi piani, non perché tutte le donne preferiscono gli uomini glabri.
3. Non confrontare la tua partner con le donne che si vedono nei porno. Questo può sembrare ovvio, ma ho bisogno di scriverlo esplicitamente. Le pornostar femmine di solito hanno seni rifatti che sono più grandi e rotondi, non in armonia con il loro tipo naturale di fisico e che puntano al soffitto, in qualunque posizione si mettano. Le tette normali non appaiono né si muovono come quelle. Spesso, le donne nei porno hanno subito un intervento chirurgico sulle loro vagine per farle apparire «pulite». Esiste la vaginoplastica. Così le vagine che vedi nei porno appaiono diverse dalle vagine della vita reale, che sono molto più diversificate nell’aspetto. C’è tutta una serie di altre cose che le pornostar femminili fanno per modificare l’aspetto dei loro genitali, dall’eliminare i peli pubici con il laser allo sbiancamento dei loro ani. Sì, lo so. Davvero non desideri discutere di sbiancamento anale con tua madre, ma ormai sono qui, ed è per il tuo bene. Hai bisogno di sapere che non c’è nulla di lontanamente naturale nei corpi che si vedono nella maggioranza dei porno.
4. Le donne nella pornografia fingono. Le pornostar sono pagate per sembrare godere di tutto, non importa quanto scomodo, complicato, imbarazzante, o doloroso sia. Queste donne sono pagate per interpretare un falso stupro, o parti in cui vengono degradate o abusate. Anche per essere oggetto di violenza. Più umiliante e pericolosa è la parte, più sono pagate. Pensaci per un momento. Se devi pagare di più qualcuno per fare qualcosa, è perché non vuole farlo. Ecco perché non bisogna mai pensare che le reazioni delle donne che vedi nei porno sono in alcun modo indicative del modo in cui le donne reali reagiranno alle stesse cose.
5. Non si desidera una partner che finge il proprio piacere. Le donne reali in genere hanno bisogno di molto più tempo per eccitarsi rispetto alle donne che si vedono nei porno, che sono pagate per essere teatrali ed il cui «piacere» è quasi sempre una recita.
6. Il sesso nella pornografia non è indicativo dei gusti femminili più diffusi. All’interno di un rapporto sessuale consensuale e d’amore, non c’è giusto o sbagliato. Ognuno ha i suoi gusti. Ma ci sono alcune cose che la pornografia rappresenta come più piacevoli per tutte le donne, quando, in realtà, molte donne non le gradiscono. Eiaculare sul viso, o il sesso anale sono degli esempi. Lo sapevi che le pornostar sono pagate il doppio per fare sesso anale? Il che significa che le stelle del porno hanno bisogno di incentivi in più per fare alcune cose. Lo stesso vale per sculacciare, tirare i capelli, o qualsiasi tipo di trattamento brusco. Solo perché l’hai visto nel porno, non dare per scontato che funzionerà nella vita reale. Chiedi sempre prima, mai fare l’errore di pensare che una ragazza sia interessata a qualcosa solo perché lo hai visto in un porno o perché è piaciuto all’ultima ragazza con cui sei stato. La pornografia è fatta dagli uomini per gli uomini. Questo significa che ciò che si vede di solito è ciò che gli uomini vogliono fare, non quello che piace alle donne. È quasi impossibile parlare in assoluto perché i gusti sessuali sono altamente individuali, ma cerchiamo di confrontare il porno al cibo. Ci sono alcuni alimenti che hanno una cerchia di amatori limitata, ad esempio cervella e cavoletti di Bruxelles. Certo, ci sono alcune persone che veramente amano mangiare quei cibi (e buon per loro! Nessun giudizio!), ma queste persone non sono indicative della maggioranza. Ora, immagina se ogni programma di cucina in tv desse risalto a questi due ingredienti in ogni preparazione. Sarebbe strano, giusto? Ma se si è visto un sacco di spettacoli di cucina, si potrebbe essere facilmente ingannati nel credere che tutti amino le cervella e i cavoletti di Bruxelles. Tutti. Tutto il tempo. In realtà non è così. E ciò vale anche per la pornografia. Presentare come modelli normali comuni della pornografia cose quali sesso anale, doppia e tripla penetrazione, eiaculare sulla faccia delle donne, potrebbe facilmente indurre a pensare che a ogni donna piacciano quelle cose. No. Pensa a loro come fossero le cervella e i cavoletti di Bruxelles del sesso. Un gusto acquisito. Amato da alcuni. Detestato da molti. Pertanto, chiedi sempre ai tuoi ospiti, prima di servirli in tavola. Penso di averti dato abbastanza su cui riflettere, a questo punto. Ora vorrei che tu condividessi questa lettera con i tuoi amici su Facebook. Oh, quando ti ho detto che stavo scrivendo questa lettera, mi hai chiesto se potevo includere un video alla fine. Così è qui (attenzione: è un po’ forte).
Con amore, mamma
*
Immagine: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni,1622 (particolare)
