AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Monica, riprendiamo la nostra angosciosa ma necessaria discussione sullo stupro. Marvin Harris ha scritto: la capacità di divenire aggressivi e muovere guerra fa parte della natura umana. Ma il modo e il momento in cui ciò avviene è controllato dalle nostre culture piuttosto che dai nostri geni. In buona sostanza tutto scaturisce dalla (mancata) educazione, dai memi maligni trasmessi dalla società. Concordi?
Sì, il vecchio e mai obsoleto adagio secondo il quale la guerra è la politica che continua con altri mezzi; che vuole l’uomo cacciatore e la donna preda; che la prostituzione è il mestiere più antico del mondo e via così. Il paradosso è che nel giro di pochi secondi posso avere un saggio pronto attraverso qualche programma on line, ma poi di fronte ad un tentativo di violenza invece che intervenire esercitando l’umanità tiro fuori il cellulare e mi metto a filmare. Oltre e più che la mancata educazione c’è la sottovalutazione dell’ingrediente indispensabile per costruire relazioni sane e generative: l’empatia.
Cito ancora Byung-Chul Han che ne Le non cose: Come abbiamo smesso di vivere il reale scrive: “L’assenza dello sguardo è corresponsabile della perdita di empatia nell’epoca digitale. Persino ai bambini piccoli viene impedito l’accesso allo sguardo ogni volta che la loro persona di riferimento fissa lo schermo. Nello sguardo della madre il bimbo trova appiglio, conferma, comunità. Lo sguardo smantella ciò che è estraneo. La mancanza dello sguardo conduce a una relazione distorta con sé e con l’Altro.”
Mi accorgo sempre di più quanto sia importante sollevare lo sguardo, tornare a farlo tra le persone, durante le mie formazioni, quando propongo il minuto di silenzio, occhi negli occhi, a coppie: la proposta di Marina Abramović nella sua ultima performance alla Biennale, The artist is (in) presence. Le persone che fanno questa pratica sono quasi sempre prese da emozioni inaspettate, perché è sempre meno frequente guardare davvero un altro essere umano. La violenza inizia con la disumanizzazione, e molta parte di ciò passa attraverso l’uso della vista come atto di potere, non come veicolo di curiosità, conoscenza e incontro.
Lo stupro ha accompagnato gran parte delle guerre, comprese le guerre di religione e le rivoluzioni. Nell’agosto del 1914, in piena Prima Guerra Mondiale, i tedeschi invasero il Belgio e lo stupro delle donne fu identificato come simbolo internazionale dell’umiliazione belga. Per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale, ritorna invece un vecchio concetto per cui l’uomo dev’essere educato per la guerra e la donna per lo svago del guerriero. Le donne stuprate dai russi e dai tedeschi non furono certo le uniche a subire violenza sessuale nel corso della Seconda Guerra Mondiale: circa 200.000 donne coreane, cinesi, indonesiane e filippine furono costrette a prostituirsi dall’esercito giapponese, che le rapiva e le portava nei pressi della linea del fronte dove erano costrette ad avere rapporti sessuali con dozzine di soldati al giorno. Molte di loro morivano a causa dei maltrattamenti. Cosa si può dire di questi scempi, di questi crimini spesso neanche raccontate dai libri di storia convenzionali?
Hai ragione: uno dei problemi più giganteschi dell’insegnamento è che la storia che impariamo, nonostante se ne parli da decenni, è ancora la storia dal punto di vista degli uomini, di chi ha vinto, del dominio, e non la storia del quotidiano, dei bisogni, del percorso dei diritti, delle relazioni e delle donne. Tutto questo contribuisce a cementare la convinzione che stare dalla parte giusta della storia significhi reiterare l’esistente, senza guardare in modo critico al sapere, senza valorizzare la lateralità, il piccolo, la natura.
Quando evidenzio come tutte le generazioni a scuola abbiano letto, per esempio, del ratto delle Sabine senza che ci si soffermasse sul fatto che si parla di stupro di massa, o che, in tempi più vicini a noi, durante la Seconda Guerra Mondiale, si parlasse di comfort women, raramente vedo che le persone sanno di cosa si tratta. Mi soffermo sulle confort women perché il fatto stesso che siano state chiamate così già dice tutto: le donne, o meglio, le bambine coreane, cinesi, giapponesi e filippine, venivano prelevate a forza dai soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale per farne le loro prostitute. Un eufemismo vergognoso per indicare una pagina di storia cancellata per decenni e che solo ora piano piano sta tornando alla luce. Vorrei dire una cosa scomoda: allora erano tempi di guerra, ma in tempi di pace questa pratica non si è mai fermata: vogliamo parlare delle donne ‘organizzate’ a soddisfare i tifosi durante i mondiali di calcio in giro per il pianeta? Ricordo una campagna Uisp (Unione sport popolare) che denunciava l’imponente macchina per attrezzare campi per lo stupro a pagamento di donne in luoghi comodi agli stadi.
Due suggerimenti di carattere letterario sul fenomeno delle confort women: in Figlie del mare, di Mary Lynn Bracht, le protagoniste sono haenyeo, donne pescatrici, dell’isola di Jeju. È la storia di due sorelle, vittime di questa tratta durante la seconda guerra mondiale. La scrittrice è americana di origine coreana e per documentarsi ha trascorso diverso tempo proprio a Jeju.
Il secondo libro è un giallo, Le notti di Tokio, scritto da Mo Haiden, anch’essa nordamericana di origine giapponese: Grey, vent’anni e già custode di un terribile segreto, cerca a Tokio le tracce delle atrocità commesse nel 1937 dall’esercito giapponese a Nanchino, verificando che sollevare questa memoria che si vuole a tutti i costi seppellire è pericoloso.
Di stupro in televisione non si parlava, poi il 26 aprile 1979 la Rai trasmette il documentario “Processo per stupro” sui fatti del Circeo e per la prima volta l’opinione pubblica viene a conoscenza di quello che delle donne si diceva nei tribunali. Che valore ha avuto quella trasmissione nel risveglio della coscienza collettiva?
Ha avuto un valore e un impatto enorme, e ogni volta che lo mostro ne ha ancora.
Riporto qui le parole di Loredana Rotondo, una delle registe del documentario.
“Processo per stupro aveva mostrato oltre 40 anni fa (e nel corso del tempo ha continuato a fornire la prova visiva e il supporto politico per una maggiore consapevolezza rispetto ai temi della violenza sessuale) che la legge in Italia non è uguale per tutti. Allora fu una sorpresa molto inquietante perché fu chiaro agli occhi del paese che le donne, nei processi per stupro, da vittime diventano imputate di un crimine che avevano subìto, un crimine gravissimo. Quando ci si è accorte di ciò il dibattito sulla legge in particolare, e in generale sulla cultura italiana, è lievitato. Processo per stupro è stato questo: un lievito culturale e politico”. Loredana Rotondo è l’unica ancora in vita delle sei autrici registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti) del celebre documentario prodotto dalla Rai andato in onda appunto il 26 aprile 1979. Qualche anno fa a novembre, in occasione della ricorrenza della giornata internazionale sulla violenza contro le donne, il giornalista Gian Antonio Stella scrisse un articolo sul Corriere della Sera, nel quale oltre a ricordare l’importanza di quel documentario, conservato anche al MoMa di New York, il collega si domandava perché la Rai non lo riproponga nelle sue reti. Di fronte al diniego, ad arte, della Rai di trasmettere il documentario, Stella avanzava la risposta: “A quanto pare gli avvocati ancora vivi e perfino i parenti degli avvocati defunti protagonisti di quel processo, imbarazzatissimi sia pure con decenni di ritardo per certi interrogatori di pruriginosa invadenza, certe allusioni voyeuriste, certe arringhe beceramente machiste, hanno preteso l’oblio su quello sfoggio di spiritosaggini da bordello scagliate contro la vittima e a favore dei violentatori, poi condannati a pene leggere e con la condizionale”.
Loredana Rotondo, che nel 1981 fu persino incriminata per un secondo documentario – questa volta sulla prostituzione, AAA Offresi, prodotto dalla Rai che fece scandalo, purtroppo mai trasmesso e che si teme sia irrintracciabile – non usò allora mezzi termini: “Io penso che la risposta della Rai sull’impossibilità di riproporre Processo per stupro significhi tutelare interessi di parte e politicamente convergenti con una deriva molto pericolosa, che tra l’altro contrasta con lo spirito dell’articolo 3 della Costituzione. Questo è grave. Aggiungerei che se la Rai oggi non è più all’altezza della sua funzione pubblica (il privato è pubblico) e della sua storia (Processo per stupro è stato esibito nel 2004 da Pippo Baudo nella trasmissione celebrativa del cinquantenario della Tv) chi vuole può vederlo su YouTube. Spero in un pubblico di giovani, come auspicato da Gian Antonio Stella, a cui oggi viene negata dalla tv pubblica questa possibilità”.
È triste e penoso ripubblicare le parole dell’arringa di Tina Lagostena Bassi, pronunciate dall’avvocata a Latina, nel 1979: triste e penoso perché ogni parola di allora non ha perso attualità, valore e necessità, purtroppo.
“I colleghi della difesa svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli – non sempre ce l’ho, lo confesso – e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocata, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocata – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori: “Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un pò è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!”
Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa. E nessuno lo farebbe nemmeno nel caso degli espropri proletari – ma questi sono avvocati che certamente non difendono nessuno che fa esproprio proletario. Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, la vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.”
Dalla cronaca alla fiction: la serie The Handmaid’s Tale, tratta, almeno nella prima stagione, dal romanzo di Margaret Atwood del 1985 Il racconto dell’ancella. Lo stupro come istituzione, il corpo delle donne come feticcio nelle mani del potere patriarcale e della religione usato per la riproduzione. Sono meccanismi orrendi. Alcune femministe hanno parlato di trauma porn (criticando la spettacolarizzazione del dolore e una certa ostentazione della violenza). Tu, che conosci bene il libro di Atwood, hai scritto positivamente della serie. Come mai?
Ho trovato la serie importante perché ha riportato alla ristampa del libro, e in parte, anche alla riscoperta del film, realizzato nel 1990, un capolavoro coraggioso e rimasto per lo più sconosciuto pur avendo un cast stellare. Dal mio punto di vista la serie è stata dirompente e ha portato le nuove generazioni ad affrontare il tema della violenza patriarcale connessa al fondamentalismo religioso attraverso un mezzo a loro familiare, ovvero appunto le serie tv. Violento, inesorabile, profetico, spietato: così è Il racconto dell’ancella, capolavoro dell’autrice canadese Margaret Atwood, uscito nel 1985 e tradotto in Italia tre anni dopo.
Un testo che è stato contestatissimo negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione (fu rifiutato in alcune scuole degli Stati Uniti per la dura e chiara connessione che la scrittrice dichiara tra patriarcato, religione e sottomissione femminile), dal quale nel 1990 fu tratto il film omonimo per la regia di Volker Schlöndorff.
Anche il film è un pugno nello stomaco: nonostante il cast stellare, con nomi del calibro di Natasha Richardson, Robert Duvall, Faye Dunaway, Aidan Quinn, Elizabeth McGovern e la sceneggiatura di Harold Pinter la versione cinematografica è stata, se non boicottata, quantomeno non promossa in tv come nelle sale ai livelli di altre pellicole di fantascienza sociale. Perché? Perché, a differenza della letteratura e della cinematografia impegnate a indagare e denunciare le ingiustizie e le discriminazioni sul pianeta declinando la narrazione con le coordinate della classe, dell’etnia, della geografia, dell’economia Atwood salta a più pari la complessità nella quale sono inseriti questi elementi e sceglie la lente della differenza sessuale per raccontare l’abisso del totalitarismo coniugato con la teocrazia.
Siamo nel presente: il mondo sta collassando sotto il peso dell’inquinamento, che ha come primo risultato tangibile il crollo della fertilità, e negli USA il potere viene assunto da un gruppo ispirato da feroci teocrati che decidono, da un giorno all’altro, di sospendere ogni diritto a metà della popolazione: le donne. Non è quindi l’acqua o il petrolio la risorsa fondamentale ma il corpo fecondo della femmina umana.
Il tema, caro a molte scrittrici femministe di fantascienza distopica, come Ursula Le Guin (La mano sinistra delle tenebre), Sheri Tepper (Cronache del dopoguerra), Joan Slonczewski (La difesa di Shora), Nancy Kress (Incubo genetico) è stato affrontato in modo molto simile dalla grande giallista P. D James nel suo I figli degli uomini, anch’esso diventato un intenso film per la regia di Alfonso Cuaron. Mai però così apertamente puntando il dito sul fondamentalismo religioso come formidabile strumento (e fine) politico per la cancellazione della libertà di metà del genere umano e la sua dominazione.
La scelta dei volti ai quali è stato affidato il non facile compito di stare all’altezza del testo, e del film, dal mio punto di vista è stata davvero felice: la protagonista è Elizabeth Moss, intensa e sfuggente qui come nel film The free world, mentre una delle carceriere della teocrazia è Ann Dowd, la fumatrice fanatica della serie a tematica religiosa The Leftovers. I primi tre episodi sono folgoranti: per chi, come me, ha letto il libro e ha visto il film, c’è la fortissima emozione di rivivere la sorpresa, lo sgomento, la paura e poi il terrore della protagonista, che in meno di qualche settimana si ritrova a diventare, da essere umano libero, serva sessuale destinata alla procreazione privata persino del nome. Chissà se è una coincidenza: il lancio della serie, promossa dalla piattaforma streaming Hulu, è coinciso con l’allucinante notizia che la Commissione ONU sullo Status delle donne (l’organo intergovernativo deputato a promuovere la parità tra i sessi) ha ammesso con voto segreto l’Arabia Saudita in qualità di membro, votata da molti paesi europei. Un ossimoro: l’Arabia Saudita, insieme all’Iran, è uno degli stati al mondo dove le donne sono private dei diritti che chiamiamo universali (e che invece evidentemente non lo sono). Fantascienza?
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Leggi Stupro (parte I)
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Immagine: Edgar Degas, Intérieur, 1868.
