AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Buongiorno Monica. Proviamo a parlare di donne pioniere nella lotta femminista? Faremmo utile lavoro di memoria anche per dare modo alle nuove generazioni di coglierne la ricchezza e magari l’eredità. Vorrei partire da Lidia Pöet, resa popolare a livello internazionale negli ultimi tempi, grazie ad una serie televisiva Netflix, La legge di Lidia Pöet, un po’ romanzata e noir, che comunque ha il merito di essere costruita attorno ad un nucleo storico autentico relativo alle battaglie di prima donna avvocata in Italia, dopo anni di lotte. Accolta in modo unanimemente positiva dalla critica e dal pubblico, ha ricevuto qualche critica dalla pronipote e bisnipote dell’avvocata per l’eccessiva “sessualizzazione” della protagonista (interpretata da Matilda De Angelis). Vorrei intanto che tu ci delineassi un ritratto di Lidia Pöet, quella vera, e se ritieni, un parere sulla serie televisiva, ove l’avessi vista.
Ho trovato piacevole la serie, molto in parte De Angelis e anche i protagonisti maschili. Non mi sembra che ci sia stata una sessualizzazione del racconto. Al contrario mostrare una figura storica cruciale per la lotta verso i diritti di uguaglianza e parità tra uomini e donne anche nei suoi aspetti legati alle relazioni sessuali e romantiche mi sembra una bella scelta: le pioniere sono donne che desiderano, così come i pionieri!
La Poet è ben raccontata qui, quindi non mi dilungo sulla parte biografica.
Vorrei però accennare a due fattori: il primo è che, in modo non scontato, Lidia fu appoggiata nella sua lotta per l’accesso femminile alla carriera avvocatizia dal fratello; in secondo luogo forse non è noto abbastanza che bisognerà attendere quasi 20 anni dopo la sua morte (avvenuta nel 1949) per avere in Italia l’accesso delle donne in magistratura.
Sembra incredibile, ma fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso le donne non potevano diventare magistrate perché… hanno le mestruazioni!
Considerata un fattore di squilibrio inconciliabile con la facoltà di giudizio, la ciclicità delle donne è stata usata come umiliante elemento di discriminazione, inferiorizzando la metà del mondo come ‘indegna’ per ottemperare al delicato e cruciale compito di gestire la giustizia. Anche nella serie viene nominata la questione della inattendibilità delle donne per via del loro corpo, e bisogna ricordarlo alle giovani generazioni e anche a noi tutte e tutti: quando si vuole impedire l’accesso ai diritti umani di base è sempre in pista la discriminazione sessista verso le donne, che è la base di ogni successiva ingiustizia.
Coeva di Lidia Pöet è stata Anna Kuliscioff, russa di nascita ma milanese d’adozione. Una mente brillante, promotrice di quella Legge Carcano del 1902, che per la prima volta limitava le ore di lavoro di donne e minori e introduceva il congedo di maternità (non retribuito). Un’altra figura gigantesca per il primo femminismo italiano, non credi?
Assolutamente, e su di lei vorrei proporvi un brano dal suo discorso Il monopolio dell’uomo: si tratta del testo di una conferenza tenuta il 27 aprile 1890 presso il Circolo Filologico milanese, ancora di una attualità sconvolgente.
Signore, signori, voglio anzitutto confessarvi che, pensando intorno all’inferiorità della condizione sociale della donna, una domanda mi si affacciò alla mente che mi tenne per un momento perplessa e indecisa. Come mai – mi dissi – isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o d’una classe? Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per una infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e le leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante. Ed è per questo che, malgrado gli intimi rapporti che corrono fra i vari problemi, mi pare di poter isolare il problema della condizione sociale della donna, da tutti gli altri fenomeni morbosi dell’organismo sociale, generati in gran parte da quel dramma terribile della vita, ch’è la lotta per l’esistenza. In questa lotta lunga, continua e faticosa, col progredire e coll’evolvere della società è germogliato un sentimento, che si fa sempre più coscienza – il sentimento della giustizia sociale – della civile uguaglianza degli esseri umani. Non è una condanna ad ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano; esse aspirano anzi ad ottenere la cooperazione cosciente ed attiva degli uomini migliori, di quanti, essendosi emancipati, almeno in parte, dai sentimenti basati sulla consuetudine, sui pregiudizi e soprattutto sull’egoismo maschile, sono già disposti a riconoscere i giusti motivi che le donne hanno di occupare nella vita un posto degno per averne conquistato il diritto.
Davvero una anticipatrice, Anna Kuliscioff, e questo testo sarebbe da leggere e studiare nelle scuole. Aggiungo che nel cd audio realizzato da Marea dal titolo Ritratto di Signora – Maestre della libertà delle donne (disponibile qui) abbiamo un ritratto audio di Anna Kuliscioff, raccontata da Barbara Romagnoli, in ottima compagnia con altre pioniere della libertà delle donne come Eleonora De Fonseca Pimentel, Sibilla Aleramo, Mary Wolstoncraft, Emmeline Pankhurst, Bertha Von Suttner, Anna Maria Mozzoni e Rosa Luxemburg.
Per essere grandi e per fare le grandi rivoluzioni non è necessario poi appartenere a fasce sociali alte o arrivare in Parlamento. Ce ne ha dato testimonianza una donna del popolo, la siciliana Franca Viola, puoi ricordare la sua vicenda?
Soltanto pochi decenni separano l’Italia di oggi da quello stesso paese nel quale un uomo, dopo aver stuprato una donna, poteva sottrarsi al carcere, evitando la condanna penale come quella morale, semplicemente sposandola. Il 5 settembre 1981 in Italia sparisce dalla legislazione l’odiosa e iniqua possibilità, tutta maschile, di ricorrere al matrimonio riparatore (parente stretto del ‘delitto d’onore’), dopo la violenza sessuale, ma questo passaggio epocale non è senza traumi.
I traumi, incancellabili, furono e restano incarnati nei corpi e nelle vite di centinaia di donne (parliamo solo di quelle italiane, nel mondo sono ancora milioni) che prima di quella data non hanno avuto scampo, vivendo la loro esistenza in una gabbia legalizzata, sotto gli occhi della collettività, chiamata matrimonio. Vale la pena di ricordare la filosofia che legittimava in Italia gli uomini a violentare, o uccidere impunemente le donne, prima di quella data.
L’articolo 587 del Codice Penale Rocco, in vigore dal ventennio fascista fino al 1981 così recitava:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.
L’atto d’ira, quindi, veniva in parte motivato e giustificato dal fatto che l’uomo, e la sua famiglia, fosse stato disonorato. La fine in Italia di questa ingiustizia criminale, che secondo il report dell’UN Population Fund (UNFPA) attesta in vigore il matrimonio riparatore, definito dalle Nazioni Unite Marry-your-rapist law in 20 paesi nel mondo tra cui Mali, Niger, Senegal, Russia, Thailandia, Iraq, Kuwait, Iran, Afganistan e Venezuela porta il nome di Franca Viola. Ne ha scritto in un libro, dal titolo Niente ci fu, la narratrice e drammaturga siciliana Beatrice Monroy, che nel testo raccontò la storia di Franca e del contesto politico e sociale nel quale maturò la volontà legislativa di chiudere una fase oscurantista, durata ben 15 anni dopo la sua personale vicenda.
Nel 2018 sono state le attiviste femen Inna Shevchenko e Pauline Hillier ad analizzare lo stretto e letale legame tra tradizione patriarcale e fondamentalismo religioso che nutre la logica dell’onore e del matrimonio riparatore e di quello forzato nel loro Anatomia dell’oppressione:
I matrimoni organizzati o forzati a volte rispondono a una spersonalizzazione tradizionale della relazione amorosa. Il matrimonio è vissuto come un ‘contratto’ stipulato davanti a Dio, per servirlo, e non risponde al richiamo dell’amore. Nell’ebraismo gli ‘incontri organizzati’ (chiddur) da sensali (chadkhan) orientano i giovani ebrei verso la scelta dei loro congiunti. L’idea di Dio schiaccia tutto ciò che incontra, persino l’amore. Dopo il matrimonio il corpo della donna trova un proprietario, e la sua esistenza un senso, così ogni parte del corpo deve rispondere ai comandamenti e ai desideri del marito, che a partire da quel momento scavalcano quelli del padre o dei fratelli. Ciò che colpisce in primo luogo negli scritti religiosi è che in molte formulazioni che descrivono il matrimonio i coniugi non si scelgono l’un l’altro: è l’uomo che sceglie la donna. In tutti i testi sacri le formule suggeriscono che i padri ‘danno le loro figlie’. Il Deuteronomio (7, 3) ordina: “Non entrerai in matrimonio con questi popoli, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli”. Nel versetto 12 della sura 3 del Corano donne e bambini appaiono come ‘possedimenti’ tra altre piacevoli ricchezze: “L’amore per i piaceri, come donne, bambini, i tesori d’oro e d’argento, i cavalli superbi, le greggi e i campi, tutto ciò sembra bello per gli uomini, ma sono solo godimenti temporanei; il delizioso ritiro è con Dio.
Prima del 1981, un battito di ciglia nella storia italiana dei diritti, la violenza su una donna era una colpa e una condanna per la vittima, non per il perpetratore: una bella cerimonia in chiesa con fiori e invitati metteva a tacere ogni eventuale rigurgito di coscienza o di giustizia. Il ‘danno’, ovvero lo stupro, cancellato. La fine di quella ignominia segna un anniversario sul quale riflettere: è grazie alle lotte femministe che le donne in Italia possono crescere in un paese nel quale non è più possibile ricorrere alla riparazione matrimoniale dopo la violenza. Il ferale computo dei femminicidi, l’aggressività verso le donne e le ragazze, la misoginia che ammorbano i social intossicando le giovani generazioni stanno però lì a ricordarci che, se l’evoluzione delle leggi è indispensabile, il cammino culturale per sradicare l’ancestrale e pericolosissimo senso di possesso maschile impunito sui corpi e le vite delle donne è ancora molto, molto lungo.
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Immagine: Lidia Pöet (1855-1949).
Area femminista torna a settembre!
