Public Image Ltd.
Di Stefano Marullo
Se con i Sex Pistols Johnny Rotten aveva (ammesso e non concesso) inventato il punk, con i PIL Johnny Lydon inventa la new wave traghettandola attraverso un post punk nervoso, distorto e disturbante. Sicuramente nella sua nuova vita artistica Lydon non è più eterodiretto ma realizza un vero manifesto di rottura rispetto al modulo corrente della musica rock fino a quel momento, se possibile ancora più radicale di quanto non fosse con i Pistols. PIL è un vero progetto d’avanguardia musicale che va oltre i confini del rock. Pezzi come “The Suite” (di quel capolavoro che è Metal Box, 1979) dove si sente suono che riproduce un organo a canne creando un tappeto sonoro che sembra un incrocio tra una chiesa sconsacrata e un film horror degli anni ‘20, o “Swan Lake” (altrove chiamato “Death Disco”, presente sempre in Metal Box) dove la chitarra riproduce la melodia classica del lago dei cigni in una danza macabra ne sono la plastica testimonianza. Paradossalmente uno dei successi planetari dei PIL, la canzone “This is not a love song” (1983) su una traccia dance e una frase ripetuta ossessivamente è una critica proprio al mercato discografico. Ma è in tutto l’itinerario dei PIL che Lydon, attraverso suggestioni autobiografiche e ennui nichilistico, tuona contro tutto e tutti. Già nel primo album First Issue (siamo ancora nel 1978) con “Religion I” e “Religion II” compie uno degli attacchi più feroci contro la Chiesa Cattolica (celebre la frase “stained glass windows keep the cold out, while the kids outside are freezing” ovvero “le vetrate colorate tengono fuori il freddo , mentre fuori i bambini gelano), la sua ricchezza smisurata mentre predica la povertà, il controllo delle menti che esercita. Con l’omonima “Public Image”, attacca l’industria musicale e il mito dei Sex Pistols creato a tavolino. In “Tie Me to the Length of that” (1984) il bersaglio è la moralità borghese e il perbenismo, in “Rise” (1986) c’è un attacco politico all’apartheid e all’uso della tortura.
La vera rivoluzione dei PIL è però sul piano strettamente musicale. Soprattutto nei primi lavori l’intreccio tra quello che altrove viene chiamato krautrock contrassegnato da ritmi glaciali e ripetitivi (anche di 10 minuti), rumorismo e soprattutto il dub, sottogenere di derivazione reggae, dove l’ossatura è costituita da basso e batteria, mentre la chitarra e gli altri strumenti come le tastiere appaiono e scompaiono, insieme a massicce dosi di eco e riverbero rappresentano benissimo l’avanguardia stilistica di cui accennavo prima. La voce di Johnny Lydon condisce il tutto esprimendosi, come è stato efficacemente scritto, come un muezzin metropolitano, tra canto straziante e cantilene talvolta che indulgono al macabro. Il rumorismo, la techno, la Trip-Hop degli anni a venire devono tutto ai Public Image. Band come Nine Inch Nails, Massive Attack e Radiohead hanno citato i PIL come fonte di ispirazione. Nel corso degli anni il suono dirompente e anticonvenzionale dei PIL si è orientato verso lidi più classici e perfino pop ma con un approccio mai banale e spesso sarcastico.
Nonostante i 45 anni di carriera, i PIL sono ancora attivi e attualmente è impegnata in un tour europeo che toccherà le principali città del continente. Se riuscite andate a vederli all’Alcatraz di Milano, nell’unica data italiana il 26 maggio prossimo.
Il pezzo che vi propongo, “The Order of Death” del 1984, è uno dei brani più atmosferici e cinematografici (colonna sonora di ben 2 film) del gruppo, con un’estetica minimalista e industrial, mediante un’unica frase ripetuta in tutto il pezzo “This is what you want… This is what you get” (questo è quello che vuoi..questo è quello che ottieni), una sorta di frecciata sarcastica di Lydon al pubblico e all’industria discografica, come se dicesse: “Volete musica? Volete intrattenimento? Eccovi questa ripetizione infinita!”. Un po’ come Lou Reed in “Disco Mystic”. Un sintetizzatore cupo e martellante e una batteria fredda danno un tocco di darkwave e un’atmosfera noir davvero suggestivi.
