Suicide
Di Stefano Marullo
Se dovessimo trovare dei padri nobili della new wave allora non c’è dubbio che approderemmo ai Suicide. Il duo si forma a New York nel lontano 1970, per iniziativa del cantante Alan Vega e del tastierista Martin Rev. Il nome è ispirato alla storia del fumetto preferito di Vega, Ghost Rider, intitolata Satan Suicide, ma la parola ha continuato ad incutere un certo timore tra il pubblico e probabilmente è stato concepito a questo scopo. L’effetto shock era comunque assicurato per una band che si presentava sul palco senza chitarra né bassi, ma con dei sintetizzatori abbastanza primitivi, la batteria elettronica e la voce farfugliata di Vega. Il risultato era che nei loro concerti, in particolare all’inizio, grazie anche alle provocazioni del cantante che incitava il pubblico attraverso il brandire di catene, tutto sfociava in vere e proprie risse, complice anche il suono alienante.
Una nota di colore, a proposito di pionierismo, ancora nel 1970 un volantino per un concerto dei Suicide, definiva la loro “punk music”, forse la prima volta che si usava un termine del genere, riduttivo comunque per il duo che era troppo all’avanguardia per i propri tempi. Il loro primo album arriverà ben sette anni dopo, in piena esplosione punk, e porta il loro nome; Suicide, considerato un capolavoro assoluto e contenente pezzi classici come “Ghost Rider” e” Frankie Teardrop” (che dura ben dieci minuti e racconta il dramma di un operaio che stermina la propria famiglia), sponsorizzato dalla Red Star di Martin Thau, ex manager dei New York Dolls. Un suono ostico e onirico, alternante suoni elettronici e rumori qualcosa che non si era mai sentito prima.
Tre anni più tardi, 1980, arriva il secondo album Alan Vega/Martin Rev-Suicide prodotto da Ric Ocasek (The Cars), con un suono più accessibile, synth-pop con elementi oscuri e sintetizzatori comunque nevrotici. Anche il successivo A way of life (1988) è un bel mix tra synth-punk, rockabilly con suoni claustrofobici. Il quarto album in studio Why be blue (1992), considerato il lavoro più convenzionale dei Suicide, sposa ritmiche dance/techno. Dopo di esso la band si chiude in un silenzio discografico che dura dieci anni. Fino al 2002 quando ritornano con American Supreme: nuova virata verso un suono industrial condito da hip hop, con un album molto politicizzato dove Vega recita feroci invettive contro l’imperialismo e il collasso della società americana. La loro attività in studio si ferma con il loro quarto album ma i Suicide continuano ad esibirsi dal vivo per oltre un decennio. Sia Alan Vega che Martin Rev hanno anche intrapreso fortunate carriere soliste. Vega, oltre a dipingere e fare sculture di luce, ha pubblicato due album caratterizzato da un originale rockabilly in chiave noise. Rev ha fatto altrettanto esplorando musica strumentale d’avanguardia tra techno e musica classica contemporanea.
Nel 2016, con la morte di Alan Vega, il progetto Suicide ha il colpo definitivo. Nel 2021 è stato pubblicato Mutator, album di inediti contenente materiale registrato a metà degli anni ‘90 poi riposto in cassaforte, seguito nel 2024 da Insurrection.
Vi propongo “Cheree”, presente nell’album di esordio del 1977 e poi pubblicato un anno dopo. Si tratta di un ballad ipnotica, melodia dolce e sognante sorretta da una drum machine lenta e notevoli arpeggi di sintetizzatore mentre la voce di Vega è calda e sussurrata. Perfetto esempio di new wave/synth-pop.
