Talk Talk
Di Stefano Marullo
Quella di Mark Hollis, voce e mente del gruppo Talk Talk, è forse una delle storie più straordinarie e radicali, per coerenza e talento artistico, della storia del rock e della new wave nella fattispecie. La parabola dei Talk Talk, gruppo londinese che in pochi anni arriva ai vertici delle classifiche mondiali per poi scomparire nel nulla è un enigma che continua ad affascinare. D’altro canto, la scomparsa di Hollis il 25 febbraio 2019 all’età di 64 anni, per un cancro fulminante, ha reso ormai impossibile qualsiasi velleità di una loro reunion.
Partiamo però dall’inizio. I Talk Talk si formano nel 1981, per iniziativa di Hollis che canta e suona la chitarra (ma anche il piano all’occorrenza). A lui si uniscono Paul Webb al basso, Lee Harris alla batteria e Simon Brenner alle tastiere. Quest’ultimo però esce ben presto dal gruppo e non verrà mai sostituito, così i Talk Talk diventano un trio. Un quarto membro “ombra” nel loro periodo d’oro fu Tim Friese-Greene, produttore, tastierista e co-autore di gran parte dei testi insieme a Hollis, Nell’ultima fase della vita del gruppo abbandona anche Paul Webb e di fatto i Talk Talk diventano un duo affiancati all’occorrenza da musicisti presi in prestito e dal predetto Friese-Greene, sempre schivo come e forse più dello stesso Hollis.
Il primo periodo che va dal 1981 al 1984 è un crescendo per i Talk Talk, lo stile synth-pop è in linea con le tendenze del periodo, la EMI firma con loro un contratto e con album come Party’s over (1982) e It’s my life (1984) il successo è immediato in particolare con pezzi iconici come “Such a shame” e “It’s my life” che scalano le classifiche in molti Paesi. Paradossalmente il successo comincia ad essere disturbante in particolare per Mark Hollis. Con The colour of Spring (1986), la formula cambia, viene abbandonato il synth-pop per connubi più complessi new wave/jazz, al posto dei sintetizzatori arrivano strumenti acustici, l’organo Hammond e l’armonica a bocca oltre a percussioni che vanno oltre la semplice batteria. L’album vende comunque moltissimo come e più dei precedenti. Con gli album Spirit of Eden (1988) e Laughing Stock (1991), grandi incompresi della carriera della band, inizia l’ultima fase della vita dei Talk Talk, con quello che viene definito post-rock, uno stile caratterizzato da una musica rarefatta che attinge dal jazz e dalla musica classica contemporanea; siamo ormai lontanissimi dai primi Talk Talk. Si racconta che durante le sessioni di Spirit of Eden la band registra per mesi in uno studio illuminato da candele, lampade ad olio e luci psichedeliche. La EMI però non prende benissimo la svolta non-commerciale e art del gruppo; non solo rifiuta il finanziamento del video promozionale ma addirittura fa causa ai Talk Talk per avere prodotto un album “non idoneo”. Il gruppo vince la causa ma abbandona l’etichetta. Dopo Laughing Stock però decide di sciogliersi.
Nel 1998 Mark Hollis pubblicherà un album solista omonimo, un disco quasi del tutto acustico e sussurrato ma poco dopo si ritira definitivamente dalla scene per dedicarsi interamente alla sua famiglia fino alla tragica scomparsa del 2019. La sua è la testimonianza di un antidivo radicale (un po’ come Robert Smith o Michael Stipe) in contrasto costante con le regole dell’industria musicale. Plastica in questo senso la storia del videoclip di uno dei loro successi più noti, “It’s my life” del 1984; in quel periodo con l’esplosione di canali come MTV e storiche trasmissioni TV come la britannica Top of the Pops, le case discografiche pretendevano dai gruppi video accattivanti e il playback per le apparizioni televisive. Mark Hollis che detestava tutte queste cose decise di mettere in atto una protesta passata alla storia. Il video, girato al ZSL London Zoo, vide Mark in primo piano con la bocca serrata per quasi tutta la durata dello stesso mentre la traccia audio mandava la sua voce in sottofondo e invece di mimare le parole si abbandonava a gesti bizzarri (coprendosi la bocca con le mani o usando una striscia di nastro adesivo animata aggiunta in post produzione); gli altri membri del gruppo stanno con le mani in tasca senza fingere di suonare alcuno strumento. La EMI furiosa pretese che venisse girata una seconda versione del video. Hollis insieme al produttore Tim Pope, risposero con un’ulteriore provocazione: presero il girato originale di Hollis allo zoo e ci proiettarono sopra sequenze tratte da documentari sulla natura della National Geographic.
Ecco qua il video. Grandissimo Mark Hollis, (R.I.P.) e grandissima l’eredità dei Talk Talk per band come Radiohead e Mogwai. E in fondo, “It’s my life” è un pezzo bellissimo.
