New Wave #20

Simple Minds

Di Stefano Marullo

La storia dei Simple Minds viene spesso intrecciata a quella degli U2. Entrambi provenienti dalla periferia dell’impero, i Simple Minds da Glasgow (Scozia) che alla fine degli anni ‘70 non era esattamente Londra o Manchester, e gli U2 da Dublino (Irlanda). Città dai contesti urbani complessi e proletari, un’estrazione da working class che spiegherà l’impegno politico delle due band. I più cattivi dicono che i Simple Minds avrebbero voluto essere gli U2 senza riuscirvi. Beh certo, i nostri irlandesi sono nel pantheon degli artisti che hanno venduto di più nella storia della musica rock, parliamo di 170 milioni di dischi venduti, mica noccioline, complice anche la continuità nella line-up e una straordinaria capacità di adattamento ai tempi. Ma non ci sputerei sopra ai 60 milioni di dischi venduti dai Simple Minds, meno audaci e meno stabili quanto a formazione ma, scusate se è poco, comunque capaci negli anni d’oro a piazzare tre album consecutivi al primo posto nel Regno Unito (Sparkle in the rain, Once upon a time e Street fighting years).

Sui Simple Minds ho un curioso aneddoto nel corso degli anni Ottanta quando un amico seminarista mi regalò un’intera collezione di vinili tra cui Live in the City of Light, doppio live proprio dei Simple Minds, come “sacrificio a Cristo” volendosi separare da qualcosa che amava. Diaboliche le religioni! Chiusa digressione. Tornando al confronto Simple Minds/U2 (non vorrei sbagliare, ma per un certo tempo ebbero lo stesso produttore) la similitudine più forte tra i due gruppi è sull’architettura del suono, nella ricerca di un suono atmosferico e riverberato, quello che tecnicamente è chiamato delay presente sia sulla chitarra sia di Charlie Burchill (Simple Minds) che di The Edge (U2). Proviamo a capire meglio di che parliamo quando parliamo di delay (che in inglese significa letteralmente “ritardo”); in parole povere il delay prende il segnale audio originale lo registra e lo riproduce nuovamente dopo un certo intervallo di tempo crendo un effetto eco. Il chiatarrista suona poche note a tempo con un delay molto preciso, il pedale ripete le note incastrandole tra quelle che sta effettivamente suonando, dando l’impressione che ci siano due o tre chitarristi contemporaneamente e creando quella tipica “cascata” che arriva all’orecchio. Su questo effetto nelle loro canzoni i due gruppi hanno costruito la loro identità.

Il 1985 per i Simple Minds è l’anno della consacrazione: conquistano l’America con Don’t You (forget about me) e si esibiscono al Live Aid (dove ritrovano gli U2). Quello dei Minds è uno stile dalla forte impronta synth-pop raffinato, talvolta quasi affettato. I testi talvolta marcatamente politici (Mandela day o Belfast Child) con un approccio però più poetico che militante. Negli anni Novanta del secolo scorso Jim Kerr (cantante e anima del gruppo) & Co. si orientano verso un rock più tradizionale abbandonando la new wave degli esordi perdendo presa sul mercato mainstream anche se hanno continuato ad essere una cult band dal vivo. Continuano infatti a fare concerti in lungo e largo; il loro recente Global tour ha toccato anche l’Italia con location spettacolari (il Teatro Greco di Taormina!). Nel 2024 i Simple Minds hanno pubblicato un ideale capitolo finale di questa saga live, intitolato Live in the City of Diamonds.

Da quello che è universalmente considerato il loro capolavoro assoluto New Gold Dream (81-82-83-84), pubblicato nel settembre 1982, vi faccio sentire il pezzo omonimo, ipnotico mandra post-punk/funk. Si sentono i sintetizzatori analogici dell’epoca e la batteria che si fonde con la drum-machine, la chitarra con effetto delay e la voce di Kerr evocativa e sussurrata.