Murate vive

A proposito del libro “Cara senatrice Merlin… Lettere dalle case chiuse” (EGA, 2008)

Di Stefano Marullo

Si chiamavano case chiuse e chiuse lo erano per davvero. Avevano pareti spesse e finestre ermeticamente sigillate: per chiudere dentro ragazze e donne in vendite, per chiudere fuori chi non doveva – o non voleva  – vederne il mercato. Nessun segnale di entrata libera: le porte si aprivano solo per chi era pronto a comprare.

Dalla postfazione di don Luigi Ciotti

Invero qualcuno, oltre agli stupratori a pagamento (spesso con famiglia ma con mogli incinte che non riuscivano a soddisfare i loro bisogni sessuali “improrogabili”, secondo la narrazione patriarcale) entrava eccome, periodicamente. Si trattava del medico preposto ai controlli sanitari che doveva certificare che “la merce” fosse in buono stato, in particolare non ci fossero segni di sifilide, gonorrea, blenorragia e altre malattie a trasmissione sessuale. In base a quasi tutte le testimonianze presenti in questo libro, contenente 70 lettere indirizzate alla prima senatrice donna della repubblica italiana, Lina Merlin,  questi medici erano in combutta con i proprietari delle case  e bastava poco per corromperli e far loro produrre certificazioni false; quanto ai funzionari di polizia, spesso facevano finta di non vedere nulla perché essi stessi clienti.

Una pagina nerissima quella delle donne murate dentro alle “case” con turni massacranti, anche 17 ore consecutive (una ragazza di 21 anni, si legge in una lettera datata 2 settembre 1949, arriva a ricevere 42 uomini in un solo giorno e finisce in ospedale), d’altronde le case offrono un “servizio” continuativo dalle 10 di mattina fino all’una di notte senza mai chiudere, le ragazze hanno appena il tempo di lavarsi o mangiare, sono costrette a dormire tutte insieme, perché tutti gli angoli vanno sfruttati e spesso negli stessi letti dove ricevono i clienti, e se arrivano a guadagnare anche 400mila lire al mese almeno la metà va data ai/alle padroni/e, e poi ci sono le tenutarie e il personale a cui si deve dare la “mancia” altrimenti ti cacciano. E di questi soldi le spese personali sono sempre a carico delle “signorine”.

Tutte scritte negli anni Cinquanta, ma alcune risalgono all’immediato dopoguerra, l’autenticità di questi documenti è garantita dagli originali che si trovano depositati presso un notaio. Sono tutte anonime o firmate con sole iniziali per paura di essere intercettate, spesso sgrammaticate ma pregne di rabbia, di sofferenza, di storie orrende di diritti negati. Giovani donne, per lo più, dimenticate, o vedove di guerra o con mariti infermi, o abusate, sedotte e abbandonate con figli a carico. Scrive M., con lettera datata 15 luglio 1949

Si dice tante volte in giro, io l’ho sentito spesso, che non siamo obbligate a entrare nella vita. Non è vero: siamo peggio che obbligate. Tante volte sono dei luridi sfruttatori che costringono a darsi al prossimo, tante volte è la fame, e altre volte è il bisogno di soldi per poter mantenere la famiglia, o i figli, o il marito malato eccetera.

per rispondere alla narrazione che le vuole amanti del lusso e del “vizio”, attratte da un mestiere redditizio (si è visto). Sempre nella stessa lettera M. dice:

Una volta prese si rimane incatenate finché si ha forza e salute, poi si è buttate via come stracci.

In un’altra lettera, senza data e senza firma stavolta, una donna scrive:

Non è vero che una donna può rifiutare qualche cosa al cliente… cliente scontentato, rinnovo perso… e la voce corre e le case non vogliono donne «schizzinose» (così vengono chiamate le signorine che non si adattano a tutte le deviazioni paranoiche dei nostri clienti).

La legge Merlin, Legge 75/1958, che nel titolo recita “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui” che divenne operativa il 20 settembre dello stesso anno,  rappresentò una delle norme più femministe ed innovative mai uscite dal Parlamento italiano: in particolare la previsione della norma che impedisce di “schedare” le donne che decidevano di abbandonare la prostituzione, ha letteralmente liberato migliaia di donne, inserito nell’ordinamento la punibilità dello sfruttamento dell’altrui prostituzione (che non è mai equiparata a “lavoro”, ci rifletta chi blatera “sex work is work”) e dell’esercizio della prostituzione con una minorenne. Lina Merlin dovette faticare parecchio per trovare una maggioranza parlamentare sotto il secondo Governo De Gasperi e ci furono profonde spaccature oltre che, a più riprese, tentativi di investire la Corte Costituzionale per dichiararla incostituzionale (riguardo il reato di favoreggiamento) andati però a vuoto. Tra i più accesi avversari della legge si segnala un certo Indro Montanelli (lo stesso che in epoca del colonialismo abissino fascista aveva “sposato” una bambina eritrea di 12 anni!). Furono circa 3.000 le donne “registrate” e liberate dalla case chiuse ma saranno oltre 40.000 tra il 1958 e i primi anni Ottanta accompagnate in progetti di reinserimento sociale e politico di donne come Ida d’Este, Virginia Dalmati, Angela Gotelli, Stefania Rossi, Teresa Sandeski.

Nel solco di quella rivoluzionaria legge rappresentata dalla Merlin, un’altra pietra miliare della legislazione italiana, è rappresentata dall’art. 18 del Decreto Legislativo n. 268 del 1998 (Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che consente alle vittime di tratta di denunciare i propri sfruttatori e di avere accesso ad un programma di protezione (case rifugio servizi medici ecc.) al termine del quale possono avere un permesso di soggiorno convertibile in permesso di lavoro o studio ed ancora la Legge 8 agosto 2003 n. 228 (Misure contro la tratta di persone) che introduce moderni strumenti di contrasto contro il fenomeno, inasprisce le pene, modificando in particolare l’art. 600  del Codice Penale che ora recita: “Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativo, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali (corsivo mio, NdA) […] è punito con la reclusione da otto a venti anni”.  Misure rese ancora più necessarie intanto perché una fetta crescente di donne prostituite è composta da donne immigrate irregolari (quindi ricattabili) provenienti da Paesi come Nigeria, Albania, Brasile, Marocco, Cina; un calcolo approssimativo stima che in Italia ci siano dalle 75 alle 120 mila prostitute mentre i cosiddetti clienti si aggirano su una forbice che va da 2,5 ai 9 milioni (un terzo degli uomini adulti, le donne clienti sono rare e per lo più tendono a “comprare” in luoghi esotici); in secondo luogo, perché sarebbe opportuno squarciare il velo di Maya della nostra ipocrisia: se le case chiuse non esistono più in Italia (altrove sì, vedi Germania o Nuova Zelanda dove si parla di bordelli lager, e la regolarizzazione è stato un fallimento totale) ci sono luoghi molto simili nei locali privé, nei night club, nei centri massaggi, nei set del film porno dove le donne sono “merce” e vendute come tali.

In ultima analisi, Lina Merlin (che alcune donne nelle lettere arrivano a chiamare “madre”) e la sua legge, non ha fatto altro che recepire quanto dichiara la nostra Costituzione all’art.41 : “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Questo libro, se ce ne fosse ancora bisogno, ce ne restituisce la grandezza e la lungimiranza di donna e politica.

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Immagine: Henri de Toulouse-Lautrec, Al salon di rue des Moulins, 1894.