Maternità

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Oggi parliamo di maternità. Mi ha colpito una frase riportata in Marea 1/25 che suonava così: “È tra l’essere (e il non essere) madri che si gioca la partita più difficile nei rapporti tra le donne anche nel femminismo”. Puoi cercare di illuminarci meglio sul senso di questa espressione?

Certamente, e per rispondere devo fare riferimento al mio libro Parole madri, che scrissi dieci anni fa. Quando lo stavo per terminare ci fu chi mi disse: “Che ti salta in mente di scrivere un libro che contenga la parola ‘femminista’ nel titolo, e che per giunta connetta questa parola con la maternità, nell’Italia della prima decade del nuovo millennio? La domanda, magari non in modo così diretto, rivoltami da svariate persone è la stessa che mi sono fatta anch’io.

Da una parte un mercato editoriale in crisi, perché sempre meno la gente legge e, se legge, legge soprattutto romanzi (di solito quelli proposti dalla tv) e dall’altra la parola femminismo, che in Italia è uno stigma. La radice del libro fu in un due brevi incontri di quando ero una giovane aspirante giornalista.

Il primo: intorno ai vent’anni feci un’intervista a Daniela Colombo, fondatrice di Aidos, associazione che si occupa di diritti delle donne in luoghi difficili del pianeta; non ricordo esattamente quale fosse l’oggetto dell’incontro. Rimase, però, indelebile nella mia memoria una digressione che Colombo fece nel suo discorso.

“Le donne sembrano avere problemi, le une con le altre, per questioni legate al tradimento nelle faccende di cuore, e agli uomini. Questo accade perché esiste lo stereotipo sessista che le vuole sempre in competizione tra loro per l’amore, la sessualità e la sicurezza affettiva. Ma l’aspetto della vita che risulta più aspro e tempestoso nelle relazioni femminili non sono gli uomini e le faccende collegate ai rapporti con loro, quando piuttosto la maternità. È tra l’essere (o il non essere) madri che si gioca la partita più difficile nei rapporti tra donne, anche nel femminismo.”

Ricordo che quel passaggio mi colpì: era suonato un campanello d’allarme, allora soltanto razionale e senza vibrazioni nel profondo, che non potevo comprendere a causa della mia giovane età, ma lo avevo registrato come importante. Quel suono riaffiorò una decina d’anni dopo, alla nascita del mio primo figlio. Fu allora, essendo l’unica madre nel gruppo allargato di femministe con le quali lavoravo e facevo politica (nella redazione della rivista Marea e altrove)che compresi davvero, con il corpo e nel profondo: i conflitti più significativi, non tutti trasformati e trasformabili in opportunità (quindi in alcuni casi potentemente distruttivi) li ebbi anni dopo proprio a causa della differente condizione tra me e alcune donne senza figli/e.

E veniamo al secondo incontro.

In un breve scambio nell’ascensore del quotidiano Il Manifesto si situa il fatto successivo, sempre all’epoca dei vent’anni: ad una autorevole collega maggiore d’età e di esperienza proposi una inchiesta sulle differenze di vita e di esperienza tra madri e non madri (così dissi, anche perché non c’è una sola parola in italiano che indichi la condizione di una donna che non ha figli: è necessario mettere il non davanti).

Mi fu risposto che non esisteva una categoria di donne non madri. Non osai ribattere davanti a tanta sicurezza. Quell’inchiesta non venne alla luce, ma negli anni il rovello che mi seguiva pungolandomi a cercare di capire come, e quanto, incidesse la presenza contemporanea nelle esistenze femminili della scelta di maternità con quella dell’impegno femminista non si placò. Crebbe, il rovello, stimolato ancora di più da una costatazione: se manca la parola per dire di una realtà, quella della scelta di non mettere al mondo, significa che esiste un inciampo, un vuoto, una carenza insidiosa in questo campo che dal linguaggio diventa concretezza. Come può essere che l’unico termine per indicare l’assenza di figli e figlie sia una parola il cui senso è carico di dolore e assenza, cioè sterile, un termine che diventa etico quando indica, contrapposto a fecondo, l’assenza di vita, gioia, creatività, ricchezza?

Fa riflettere come di rado si dica di un uomo che è sterile, mentre il più delle volte l’attributo è riferito ad una donna. Appunto: se non sei feconda (anche nel senso fisico) sei in difetto rispetto al dover essere della femminilità, e hai tradito le aspettative, il destino al quale il tuo sesso ti ha consegnato.

Nel tuo volume Parole madri hai raccolto le voci di tante attiviste sul rapporto tra maternità e femminismo. Cosa ci raccontano le donne femministe impegnate nel mondo della cultura e della politica che scelgono diventare madri? Tu cosa puoi raccontare di te?

Nel libro l’intento fu di fare fluire le parole e le immagini delle esperienze individuali delle mie interlocutrici, nelle quali ci sono sì anche riferimenti al dibattito culturale e politico ma stemperati nel dialogo che parte dalla narrazione di sé, come madri e come attiviste, nei vari modi in cui questo impegno si articola. Raccolte in due anni, le risposte alle mie domande sono state un regalo che queste amiche e compagne di viaggio mi hanno fatto, per aprire finestre, varchi, squarci di curiosità su cosa sia, faticosamente e creativamente, pensarsi, ed essere, femministe e madri.

Come ebbe a scrivere Robin Morgan nel suo Il demone amante: “Essendo qui, e sapendo ciò che so, non posso scegliere altro che di inventare un modo diverso di vivere. Non posso, però, farlo da sola. Ed è qui che entri in campo tu”.

La scommessa del libro è stata quella di capire se, e come, la doppia scelta di dirsi, ed essere, femminista e poi madre modifichi anche nella realtà le relazioni e cambi il discorso, nel privato come nel pubblico. E quindi ecco alcune domande che posi: essere femminista ed essere madre cambia lo sguardo e la pratica materna verso chi si mette al mondo così come nel resto dei rapporti umani?

L’analisi critica del femminismo riesce a condire anche l’essere una madre con la sua carica di apertura di contraddizioni dentro al privato e al politico? Quanto del potere generativo della maternità di carne (con il suo bagaglio di assoluto e di assolutizzante) siamo disposte a cedere per trasformare dentro e fuori i legami familiari?

Nella mancanza di certezze, e nel mare di dubbi, provai con il libro a mettere un punto fermo: è stato relativamente facile sganciarsi dallo stereotipo che vuole tutte le donne potenziali nemiche per via di un uomo, perché il sentimento di amicizia femminile ha subìto, per fortuna e anche grazie al femminismo, una rivisitazione e un rafforzamento, nonostante i contrattacchi. Ma quando c’è di mezzo il corpo e l’esperienza del materno le cose cambiano. L’eco del retaggio della prigione della casa da una parte e quello dell’onnipotenza generativa dall’altra sono elementi che dividono le donne, se non elaborati, e creano fossati zampillanti d’invidia, inadeguatezza, impotenza e fragilità che vanno affrontati molto seriamente, non banalizzando né riducendo il conflitto che spesso si origina. Non è sempre né facile, né possibile, avviare questo processo, ed è spesso più agevole dividere, dividersi e mettere le donne le une contro le altre usando il materno come spartiacque di valori e di valore.

Prima di iniziare a scrivere di maternità e di incontrare le donne femministe e madri delle quali ho scelto di ascoltare e riportare parole, pensieri e visioni, ho cercato spunti, stimoli e viatici nella grande quantità di libri e articoli delle riviste femministe accumulate nei decenni nella mia non piccola biblioteca personale. Un pezzo di storia del pensiero femminista italiano e non solo sulla maternità. Mentre li scorrevo con emozione, perché parte concreta del mio vissuto, mi sono resa conto che molti di questi testi sono ignoti a chi oggi è nella fascia tra i venti e i quarant’anni.

Riviste come Effe, Reti, Lapis, Dwf, Noidonne, Grattacielo, Mezzocielo (persino Marea che tra queste è la più giovane essendo nata nel 1994) sono del tutto sconosciute alla maggior parte delle donne, anche femministe, più giovani, e questo è uno dei danni più rilevanti dovuti all’interruzione del passaggio di memoria e di saperi prodotti dalle più anziane.

La biblioteca testuale sul materno è ingente e, volendo schematizzare, le due polarità di un dibattuto teorico, saggistico, letterario e poetico dagli anni ‘70 ad oggi sono declinate così: da una parte s’indica come necessaria la riappropriazione della figura materna per la propria crescita, e dall’altra si mettono in guardia le donne dalla forza dello stereotipo che vuole le donne prima di tutto madri, consacrate in questo ruolo e di conseguenza  rassicuranti testimoni della giusta sessualità etero e dell’ordine patriarcale.

“Esaltazione della maternità e misoginia sono due facce della stessa medaglia” scrisse Simone de Beauvoir nel suo capolavoro Il secondo sesso, e come darle torto?

Esiste un movimento Child Free che, comprendo, posso essere disturbante per il paradigma patriarcale. Quanto lo è all’interno del femminismo?

Dieci anni fa lessi un articolo sulla scelta di non maternità, scritto dall’autrice di American monsters, l’eclettica imprenditrice editoriale e scrittrice femminista Sezin Koehler, che sull’Huffington Post indicava otto motivi per non avere figli, riflessione che mi ha nello stesso tempo trovata consenziente e infastidita.

Il tema che tocca è importante, perché riguarda la libertà di scelta di non mettere al mondo, scelta che per le donne non è scontata. È possibile che la percezione che si ha della presunta ‘libertà di scelta’ procreativa nella cultura occidentale sia quella di un traguardo abbondantemente tagliato: ma a parte, e oltre, le difficoltà economiche, che pesano sulla vita delle giovani donne quando si tratta di decidere se essere o non essere madri, c’è la questione della solitudine, culturale e sociale, che circonda il tema della maternità.

In superficie è tutto un fiorire di messaggi e immagini stereotipate e rassicuranti sul materno: dalla pubblicità tv, nei giornali così come nei social il merchandising prolife impazza, il dibattito sui diritti riproduttivi anche nelle famiglie omosessuali mette al centro la genitorialità come valore e l’interruzione di gravidanza viene spesso dipinta come il sintomo dell’egoismo femminile, frutto dell’emancipazione che ha lacerato la naturale propensione delle donne all’essere madri, accoglienti e oblative.

Ma, in tutto questo rumoreggiare su natura, istinto e festa della mamma, il silenzio è di tomba su cosa sia nel concreto la messa al mondo, cosa comporti l’essere responsabile di un’altra vita umana, sul come ti cambia per sempre, nel corpo così come nella vita quotidiana, il diventare madre (e padre).

Il silenzio è assordante su questo: oggi si trovano tutorial su qualunque cosa in rete, ma niente ti prepara, ti supporta e ti offre strumenti per esercitare in modo consapevole la scelta più grande e definitiva nella vita di un essere umano. La società è decisamente più attrezzata a stigmatizzare la sottrazione (delle donne) dal destino materno piuttosto che aiutare a capire cosa realmente vuoi e puoi fare della tua vita.

Nell’articolo di Koehler che citavo pocanzi sono indicati otto motivi per non mettere al mondo, tutti tranne uno (dove si caldeggia l’adozione, vista la quantità di minori abbandonati) legati al desiderio di vivere agiatamente e senza vincoli: sono le stesse ragioni (tolte quelle relative alla fatica del corpo) che potrebbe addurre un uomo.

Eppure, se è una donna a esporle, qualcosa non va.

Quando l’articolo uscì alcuni dei commenti al pezzo evidenziavano l’egoismo e l’auto centratura dell’outing dell’autrice, come se la scelta di maternità fosse tout court una palese manifestazione di generosità. In Italia si è parlato poco del movimento Childfree, che ha mosso nel 2000 i primi passi nel mondo dei movimenti sulla sostenibilità negli Usa e in Australia, tema sfiorato in Italia dal libro uscito nel 2009 Perché non abbiamo avuto figli, evidenziando come ancora non ci sia una cultura di riferimento per trovare le parole adatte a dire, in questa fase di passaggio antropologico epocale, quello che sta accadendo nelle società dove sessualità e procreazione sono due ambiti distinti e dove essere una donna non è più un destino legato a doppio nodo con il ruolo materno obbligatorio.

Molto utile fu, quindi, soffermarmi sull’articolo di Koehler e poi vedere l’intenso film norvegese A thousand times good night, uscito nel 2013 e non ancora, purtroppo, tradotto e disponibile in Italia, la cui interprete principale è una intensissima Juliette Binoche (che nella vita è anche attivista femminista e pacifista).

È la storia di una donna forte, inviata fotografa di guerra, lacerata tra la passione per il suo lavoro (un’ossessiva missione per fare vedere la violenza del mondo al mondo) e l’amore per la sua famiglia, un marito e due bambine ancora piccole. Una storia disturbante, un po’ come lo sono gli otto motivi per non essere madre, soprattutto per una ragione: se a scriverli fosse stato un uomo avremmo, molto probabilmente, trovato normale, persino onesto e rassicurante il suo dirsi estraneo al richiamo dell’istinto, così come se nel film al posto di una donna ci fosse stato un uomo, avremmo trovato quasi ovvio il dilemma (che si risolve a favore della propria passione lavorativa) tra la febbrile carriera e i legami affettivi.

Ho sempre pensato che una visione e una pratica di cambiamento come quella femminista dovesse, e potesse, dire qualcosa di più (e di nuovo) sull’antica prigione invisibile: quella che ingabbia il femminile nella doverosità del materno alla quale sembra, però, non corrispondere una altrettanto nuova e dirompente visione da passare alle generazioni di madri (e padri) consapevoli e fuori dagli stereotipi. Una visione che dica quanto mettere al mondo, se è una scelta consapevole, sia capace di spezzare le divisioni tra le donne e in grado di dire parole nuove sul materno, sulla sua potenza e sulla sua potenzialità.

Nel mondo, nonostante i progressi scientifici e medici, almeno 260.000 donne ogni anno muoiono per complicazioni legate alla gravidanza. Oltre il 90 per cento di tutte queste morti materne avviene in Paesi a basso reddito, l’Africa subsahariana e in parte l’Asia meridionale. Che lettura si può dare di questi dati?

In un vecchio manifesto femminista che ho appeso alle mura di casa c’è scritto: “Si nasce da una donna perché lei sceglie”. Parole che appaiono semplici e ovvie, se fosse davvero così. Ma non lo è: in molti, troppi luoghi del pianeta le donne non possono scegliere di diventare madri, perché sono l’ultima ruota di un crudele e iniquo carro, sul quale sono molto meno importanti degli uomini. Mancanza di istruzione, totale assenza di accesso ala contraccezione sicura, religioni brandite come alibi per politiche criminali e fondamentaliste, condizioni sanitarie terribili rendono la maternità ancora un destino per le donne, un destino pericoloso che miete vittime nell’incuria generale. Sembra impossibile che migliaia di donne muoiano di parto o per le complicazioni post partum, ed è una guerra della quale non si parla. Grazie per averla nominata.

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Immagine: Gustav Klimt, Le tre età della donna,1905 (particolare).