AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Cara Monica, oggi se dovessi dare un titolo alla nostra discussione lo formulerei così: “L’immagine della donna”. La narrazione patriarcale trasmette un’immagine della donna standardizzata e funzionale al sistema. Quella che veniva chiamata body positivity, movimento culturale che promuoveva l’accettazione e il rispetto per tutti i tipi di corpo, indipendentemente dalla forma, sembra essere oggi rimesso in discussione. Ovviamente per le donne. Le passerelle, i social, le vip magre sono segnali che passano a volte impercettibilmente. Poi non ci si meravigli che un’inchiesta rivela che 4 ragazze su 10 hanno un rapporto negativo con il proprio aspetto. Su Tik Tok rispuntano le cosiddette “mamme mandorla” che ossessionano le figlie con le diete. Che valutazione dai di tutto questo?
Non posso che pensare che la mutazione antropologica indotta dall’impero tecnologico di internet ha accelerato e rafforzato le peggiori attitudini presenti nel mondo reale. Non è colpa del mezzo, ma di come lo si sta usando. Se immetti in rete violenza, pregiudizio, sessismo avrai in restituzione tutte queste cose rilanciate con il turbo. Vorrei segnalare il lavoro prezioso del filosofo Byung-chul Han, critico severo ma acuto della contemporaneità, che offre una peculiare e sferzante riflessione sulla comunicazione, la Rete e il futuro che stiamo costruendo. Cito un brano dal suo Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale:
Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale. Il costante digitare e strisciare delle dita sullo smartphone è un gesto quasi liturgico con effetti ponderosi sul nostro rapporto col mondo. Le informazioni che non m’interessano vengono scacciate alla svelta. I contenuti che mi piacciono vengono invece zoomati con due dita. Ho tutto il mondo in pugno. Il mondo deve orientarsi interamente verso di me. Per cui lo smartphone potenzia l’autoreferenzialità. Digitando come un pazzo, sottometto il mondo ai miei bisogni. Il mondo mi dà l’impressione di una totale disponibilità nell’apparenza digitale.
In questo senso è chiaro che il distacco dai tempi reali dei corpi, dalla fatica di crescere, invecchiare, morire, la rottura del senso di realtà e del ritmo fisico che ha limiti e inciampi potenzia il delirio di onnipotenza di poter modificare ‘tutto e subito’, in un click, ogni aspetto dell’esistenza. Ovviamente questo delirio tocca le donne nella parte più fragile e potente allo stesso tempo: il corpo. La richiesta che si fa alle ragazze è di smettere di essere bambine in fretta per diventare ‘protagoniste’ attive nell’immenso mercato: si smette di essere singole e irripetibili per entrare a far parte di categorie merceologiche, come nei grandi depositi del porno, ed è così che oggi si è sostituita la relazione con la transazione: la connessione non è più sinonimo di legame ma di capacità contrattuale. Penso urgente, come detto già altrove, riprendere in mano Noi e il nostro corpo scritto negli anni ’70 dal Boston Women’s Health Collective che firmò il celebre volume passato di mano in mano da donna a donna (spesso di madre in figlia) per più generazioni: una preziosa eredità senza tempo, viatico indispensabile per iniziare il cammino di consapevolezza, e quindi di libertà, dentro e con il proprio corpo.
Un’altra immagine stereotipata è arrivata di recente alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina. La medaglia d’oro sui 3000 metri di pattinaggio, Francesca Lollobrigida che festeggia la sua gioia con il figlio piccolo, con il quale si fa intervistare (lei che viene soprannominata “mamma volante”) e che dice che l’amore per il figlio le ha dato la forza. L’atleta mamma, rassicurante; in compenso non è dato vedere atleti papà. D’altronde la donna prima di tutto è mamma, no?
Assolutamente, e ribadisco: il punto non è negare che le atlete siano anche madri. È l’assenza dell’attribuzione agli atleti del loro essere anche padri che stride. Quando raccolsi, nel 2012, le 1800 risposte degli uomini adulti alle 6 domande sulla sessualità maschile, raccolte poi in Uomini che odiano, amano le donne, e successivamente quando misi insieme le oltre 5500 risposte alle stesse domande di ragazzi dal 16 ai 19 anni in Crescere uomini-le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo, ciò che emerse con chiarezza è che né gli adulti né i ragazzi consideravano tra le priorità fondative dell’essere maschi quella di poter essere anche padri, un giorno. Questo dato illumina sulla fondamentale differenza tra donne e uomini: le donne, a prescindere dalla scelta di fare o meno figli e figlie, pongono la potenzialità riproduttiva dentro al loro percorso come realtà fisica fattuale, mentre gli uomini no, o certamente molto meno: eroi, santi, poeti, artisti, scienziati, colonizzatori, trasmigratori. Ma non padri.
Ancora un’immagine plastica e fortemente evocativa. Nell’ottobre 2025 durante un vertice a Sharm el-Sheikh il presidente americano Donald Trump (su cui pendono accuse di violenza sessuale da parte di una ex-pornostar prima delle elezioni e di recente nei files di Epstein) elogia la premier Giorgia Meloni definendola “giovane e bellissima donna”. Rivolgendosi direttamente a lei, in un consesso in totalità formata da soli uomini, le dice: “Non ti offendi se dico che sei bellissima?”. Perché in politica gli uomini possono essere solo intelligenti o incapaci e mai bellissimi?
E che dire del recente passato, che passato non è mai, in cui il premier Silvio Berlusconi definì la cancelliera Angela Merkel ‘culona inchiavabile’, espressione che mi vergogno a scrivere?
Il problema enorme dal punto di vista sociale e culturale è questo: se gli uomini simbolo del potere e dell’autorevolezza che le istituzioni dovrebbero rappresentare si permettono di dire questo delle donne perché un qualunque uomo si dovrebbe sentire in dubbio sul considerare le donne dei pezzi di carne da valutare? Se, come diceva il Presidente della Repubblica Sandro Pertini vale molto di più l’esempio che un lungo discorso, questa impunità millenaria che autorizza gli uomini ad essere la misura di ogni aspetto della vita, compresa la valutazione dei corpi delle donne anche quando non si tratta di indossare un abito, è un veleno micidiale che continua a permeare le relazioni umane. La trasmissione di questa modalità di pensiero e di azione, senza che venga considerata un problema, sta alla base della normalizzazione della violenza, che da verbale poi diventa fisica.
Non posso dimenticare quanto accaduto con il gruppo di 32mila uomini che scelsero di scambiarsi, come bambini con le figurine, le foto rubate delle congiunte, o parenti, a loro insaputa. Già nel 2013 Il ricciocorno schiattoso aveva denunciato l’esistenza di un sito di ‘recensioni’ di bordelli a livello mondiale, in cui uomini, quasi tutti sposati e fidanzati, si scambiavano consigli sui migliori luoghi dove trovare donne (anche minorenni), alla stregua di ristoranti o b&b. Nonostante le differenze tra i cento, forse i mille, i milioni di clienti dei bordelli, rispetto ai 32mila del gruppo social io vedo una costante: sono tutti uomini che avrebbero potuto dire: no, io non lo faccio. E non l’hanno fatto. Perché la religione del ‘fattela una risata’ (dando di gomito virtualmente commentando la veduta inguinale della fidanzata/moglie/sorella/figlia) è diventata un imperativo morale per ribadire a se stessi e agli altri la propria virilità. Essere un vero uomo, ancora oggi nel 2026, discende dall’asseverare i mantra inossidabili del tutte le donne sono puttane, tranne madre e sorella: il gruppo di recente chiuso su Facebook (tanto lo si riapre altrove, tranquilli) si chiamava Mia moglie, con un accento su quel ‘mia’ che dice molto.
Segnalo infine, come strumento di discussione in famiglia, a scuola, nei gruppi un efficace video costruito sul paradosso del ribaltamento dei ruoli e dell’autorità che, forse, può essere utile per ragionare sulla disparità e sull’autorizzazione a esercitare il dominio della valutazione a seconda del sesso: si chiama Oppressed majority
Un’esperienza personale. Girando alcuni centri commerciali e una grande catena di abbigliamento, noto dei pittogrammi che indicano la zona nursery con l’immagine di un bambino e di una donna che lo accudisce. Scrivo a tutti loro. L’unico Center Manager (uomo) che mi risponde, pur premettendo che è per la parità di genere, dice “piaccia o non piaccia, la verità è che ad oggi la maggior parte delle volte all’interno della nursery entrano donne e non uomini, e rappresentare un’icona femminile con un bambino piccolo è il modo più immediato per rappresentare il servizio offerto”. Le altre due (donne) mi liquidano frettolosamente promettendo di prendere in considerazione la proposta di modificare il pittogramma. La responsabile qualità della grande catena di abbigliamento (qui faccio il nome, Kiabi) mi risponde accogliendo con entusiasmo la proposta e dopo poco cambiano il cartello mettendo solo il bimbo. Lascio a te le considerazioni.
Ricordo che mi raccontasti questo tuo intervento, e ne scrissi. Come tutte le questioni simboliche, qui si tratta di immagini legate ai ruoli, sappiamo come possano cementare gli stereotipi, normalizzandoli.
Non si nega il fatto che le donne portano in grembo figlie e figli, che allattano e che fino a che si continua, il più al lungo possibile, l’allattamento al seno, la relazione con i cuccioli umani è strettamente legata al loro corpo. Ma quando è disponibile il biberon e, sin da subito, se si parla di pannolini e di altre azioni di cura perché gli uomini non vengono annoverati? Che impedimenti ci sono, se non quelli culturali secondo i quali ci sono attività da donne e attività da uomini? Anche qui, prendendola un po’ sul ridere, propongo uno spot di qualche anno fa che mette in evidenza, in modo imbarazzante, l’inettitudine maschile nel luogo comune che diventa profezia autoavverante: cambiare i pannolini non è cosa da maschi. Si sorride, ma anche no. Gli uomini dovrebbero sentirsi offesi da questo ritratto, eppure poco tempo fa, durante una formazione europea, ragazze e ragazzi tra i 20 e i 30 anni hanno ostinatamente e tassativamente difeso ‘l’istinto’ che di per sé inchioderebbe i due sessi in rigide e precise cornici di competenza: esiste l’istinto materno per le donne, quindi a loro sta il cambio di pannolini, e poi c’è quello degli uomini che, cito “nelle preistoria andavano a caccia a procurare il cibo per la famiglia”. Quindi il discorso è chiuso e i cartelli dei bagni vanno bene così. Auguri e figli maschi.

