Si può sapere di non sapere, come l’umile Socrate, ma si può anche arrogantemente sapere di sapere. Io so, per esempio, la ricetta della cacio e pepe, ma in questo momento so anche di saperla, perché fino a un momento fa la sapevo ma dato che non ci stavo pensando non sapevo ancora di saperla e, quindi, possiamo dire che non sapevo di sapere, mentre ora so di sapere. Ma, diciamocelo, non sapere di sapere è come non sapere e basta. Oddio, forse non è proprio così, forse me ne ero solo momentaneamente dimenticato, perché dentro di me sapevo di saperla. Non sapere di sapere è più che altro uno che si risveglia dal coma e parla solo singalese e dice “wow, non sapevo di sapere il singalese” ma nessuno lo capisce perché lo dice in singalese, appunto. Sì, però, attenzione, perché sapere di sapere non è la stessa cosa di saper sapere. Saper sapere implica un giudizio di valore: essere in grado di distinguere ciò che vale la pena sapere da ciò che proprio no. Tipo il singalese, se non hai alcuna intenzione di andare nello Sri Lanka, non serve a niente, per cui uno che sa sapere non perde tempo a impararlo. Certo, se ti risvegli che lo sai, buon per te, una lingua in più non fa mai male, puoi sempre diventare un interprete (sempre se ti ricordi l’italiano) o guardarti i film srilankesi in lingua originale. Ma, in generale, meglio sapere la ricetta della cacio e pepe – ma se è facilissima?! Ah sì? e allora cucina tu!
s.

Illustrazione di Romareloaded
