L’arte di pensare

Pensare è, come da etimologia, saper pesare. Ed è un peso non indifferente da portarsi dietro dover pesare ogni cosa per riuscire a decifrarla nel modo il più oggettivo possibile – altrimenti come potremmo comprenderci a vicenda? (ed ecco spiegato perché non ci capiamo). Pensiamo poco perché il mondo che viviamo è il più leggero che vi sia mai stato, che mi pare abbia poco a che fare con la celeberrima e inflazionata leggerezza calviniana, forse più che altro con quella delle pubblicità dei formaggi senza lattosio. Se ci liberassimo invece delle pubblicità attraverso i loro contenitori, sì che ci libereremmo di quelle zavorre che non ci permettevano di librarci nel pensiero alleggerito (cioè esatto e preciso). Ma pensare troppo può far male: Fileta di Coo morì letteralmente di insonnia nel tentativo di risolvere un’aporia – che per definizione non si può risolvere. È invece mai morto nessuno per aver pensato troppo poco? Non nel senso di uno che agisca senza figurarsi le conseguenze (facile morire così), intendo uno che se ne sta tranquillo in casa o sotto l’ombrellone a non-pensare. No, non si muore di depensiero. Si torna quindi alla pesantezza del pensare, pensare è pesante in tutti i sensi. Bene, se siete arrivati a leggere fino a qui, significa che avete accettato di sobbarcarvi questo peso insieme a me, rischiando di morire, più che di insonnia, di noia. Perdonatemi, so io come potete rimediare: chiudete questo testo, andate a bagnarvi i piedi sul bagnasciuga e, per favore, non pensateci più.

s.

Illustrazione di Romareloaded