L’arte di ntalliarse

Ovvero “l’arte napoletana di perdere tempo facendo cose inutili”, così come recita il sottotitolo del libro di Claudio Pennino. Io, fra i massimi esperti del globo terracqueo in materia di ozio e pigrizia, confesso che non la conoscevo – ma non è poi così strano, più si conosce e più ci si rende conto di quanto siamo lontani dalla meta, ed è questo il bello. Ad ogni modo, sono corso subito ai ripari. Parente stretta del tampasiare siciliano, ntalliarse è anch’esso termine intraducibile in italiano. Etimologicamente potrebbe derivare da talus (talloni), indicando il fermarsi sui talloni, o dal verbo antico aliare (volare, aleggiare) o addirittura dal greco enthallein (mettere radici). Quale che sia la sua origine lessicale, ntalliarse ha a che fare con l’indugio e il rallentare come vera e propria filosofia, poiché è paradossalmente quando il nostro tempo non è occupato, e quindi già scritto, che può germogliare la creatività, e le decine di detti napoletani che hanno a che fare con questo “perdere tempo” (o riconquistare tempo) ne sono la più vivida testimonianza. Da Sciuscià ‘o naso ê ggalline (soffiare il naso alle galline, e quindi dedicarsi all’assurdo) a Parià (divertirsi, godersi la vita con la giusta leggerezza) fino a Stà appiso a nu suonno (stare appeso a un sogno, e cioè vivere sospesi nei sogni). Abbiamo tutti bisogno di un po’ di spirito partenopeo. Di fermarci, guardare una gallina e soffiarle il naso, prima che la stanchezza ci impedisca di inventare il nostro tempo.

s.

Illustrazione di Romareloaded