L’arte di cadere

Perfino gli angeli cadono, anzi, è proprio il più bello, Lucifero, che inventò la caduta. Ma c’è da capirlo, non riesco nemmeno a immaginare la noia profonda dell’ebetudine paradisiaca. Chi non si sarebbe ribellato a tale violenza? Potremmo dunque dire che è caduto per noi, per mostrarci come anche il cadere possa essere un’arte. Certo, spesso cadiamo nostro malgrado – brigoliamo, come si dice dalle mie parti – rendendoci nella migliore delle ipotesi ridicoli davanti agli altri, e nella peggiore facendoci del male. Non a caso Hubert, nel film L’odio, diceva che “il problema non è la caduta, è l’atterraggio”, una sottigliezza semantica, perché comunque la caduta presuppone sempre un atterraggio, perlomeno da quando esiste la forza di gravità. Ma in ogni caso cadere, una volta che sei caduto, ti fa vedere il mondo da un’altra prospettiva, e prima di tutto, per esempio, ti fa pensare che camminare non è poi sempre così semplice, non è scontato, ci hai messo un po’ per imparare a farlo anche se ora non ricordi quasi nulla. Se non cadi mai non ti chiederai nemmeno più perché stai camminando, mentre se cadi potrai addirittura imparare a cadere simulando un passo di danza improvvisato che provocherà l’invidia di tutti gli astanti. Oddio, ma non vorrai dirmi che l’arte nasce proprio dalle cadute? Temo di sì. Forse è anche peggio, nelle cadute nasce la coscienza di sé e del mondo, quella che ti permette di ridere e piangere, di dare valore a qualcosa che di per sé non può averlo. Che poi nel pensiero comune cadere sia sinonimo di fallire fa solo capire quanto sia importante fallire (e fallire sempre meglio, come direbbe Beckett) nella costruzione di sé, un viaggio magnifico che acquista sempre più senso a ogni ginocchio sbucciato.

s.

Illustrazione di Romareloaded