Esiste una vasta letteratura sul piacere di camminare, in particolare sul camminare lentamente, in fiera opposizione all’accelerazione imposta da questa nostra epoca, o addirittura sul flâner, che è quel verbo francese che significa “andare a zonzo” o “passeggiare senza meta”, godendosi il panorama e osservando il brulichio della vita. Che va benissimo, è fantastico poter fare il flâneur, ma non è certo un caso che questo termine sia nato nella Parigi industrializzata, quando la metropoli ha assunto le sembianze di una sorta di circo-museo a cielo aperto. Fare il flâneur a Frampuglia sotto il Tanghero o nella remota periferia romana non è la stessa cosa, anzi è proprio impraticabile – al limite si può cazzeggiare nei boschi alla Thoreau, che è comunque un’altra cosa rispetto al flâner, e soprattutto: dove lo trovo un bosco a Frampuglia sotto il Tanghero? Ma andiamo avanti. Ecco, quando il camminare (e cioè nella maggior parte dei casi) è solo un mezzo per raggiungere un fine, ovvero arrivare alla meta prefissata, io non riesco che a camminare velocemente. Non vedo altri modi. Ne esistono? Perché indugiare se non c’è niente di interessante da vedere? Le mie gambe non riescono a fare passi più corti di loro, sarebbe uno sforzo inaudito e antiestetico. E poi perché tutti questi pensieri sul camminare? “Non dobbiamo pensare al motivo per cui camminiamo […] in quanto poi, in breve, non ci sarebbe più possibile camminare e di conseguenza, in breve, non ci sarebbe più possibile nulla” fa dire al suo personaggio Oehler il Thomas Bernhard di Camminare. Troppi pensieri, almeno quando camminiamo diamoci una tregua. Io una cosa che penso quando cammino è il motivo per cui quelli davanti a me sul marciapiede camminano nel centro, rendendo impossibile il superamento da una parte e dall’altra. Ecco, questo per me è il sintomo della barbarie più pura. Che poi siano dei vecchietti, quindi con l’aggravante che vanno anche molto lentamente, non è una giustificazione: se loro hanno tempo da perdere non vedo perché dovrei perderne anch’io. Ma sia chiaro! Io amo perdere tempo, ma non mentre cammino. Mentre cammino devo affrettarmi, sono una scheggia, non rispondo di me ma del demone che mi invade chiedendomi di assecondare il desiderio di farmi cantore delle “suole di vento” di Rimbaud. Quando andrò a Parigi avrò modo di flâner, ma oggi lasciatemi passare!
s.

Illustrazione di Romareloaded
