Di Michele Savino
Amare puramente vuol dire consentire alla distanza.
Adorare la distanza fra sé e l’oggetto del proprio amore.
Simone Weil
Il principe e la principessa Cocchio di Chiodino è una nota poesia giovanile di Palazzeschi, da lui stesso definita “una delle rare cose che ancora mi piacciono un pochino”.1 Narra d’un amore, appunto, tra un principe e una principessa tanto innamorati e fedeli, quanto pigri e dormienti; essi trascorrono la loro vita coniugale dormendo ciascuno nel proprio letto, ognuno nel proprio castello, senza destarsi mai. Questo nesso tra sonno e matrimonio diventa, nel testo poetico, la condizione che avvera la durata dell’amore, o meglio l’amore durerà a patto che i coniugi continuino a dormire:
— M’ama?
— M’ama?
— Le piacerò?
— Gli potrò mai piacere?
— Dice che vi amerebbe
se vi vedesse dormire.
— Dice che vi amerebbe
se vi vedesse dormire.
— Dio mio che gente impossibile!
— Come possono fare
a vedersi dormire
tutti e due allo stesso tempo?
— Sposare…
— Sposare…
— Per che fare?
— Principe, per dormire.
— Per dormire principessa,
non pensate al male.
— Amare…
— Amare…
— Ma in un luogo che fosse tutto uguale,
dove una musica naturale
potesse accompagnare
questo nostro dolcissimo
sonno coniugale.
Sulla riva d’un placido mare…
Nei pressi d’una fonte…
Agli argini d’un fiume…
Oppure… sotto il ponte.— Io t’amerò, mia sposa,
se mi farai dormire.
— Se mi farai dormire,
mio sposo, io t’amerò.
— Amore.
— Amore.
— Io non ti tradirò, mia sposa,
se mi farai dormire.
— Se mi farai dormire,
mio sposo, io non ti tradirò.
— Amo… re…
— Am… o… r…
— Principe!
— Principessa!2
Il singhiozzante ritmo dialogico, vicino al botta e risposta del parlato quotidiano, è tipico di molti testi poetici giovanili di Palazzeschi, come anche di alcune prose, ad esempio la prima edizione del Codice di Perelà, dove queste sperimentali incursioni dialogiche scardinano la narrazione con conseguenti effetti stranianti.
Inizialmente pubblicata col titolo Il Principe e la Principessa Zuff, questa poesia venne, negli anni, ripubblicata dall’autore con alcune modifiche; essa incarna bene la fantasiosa malinconia sognante, propria dello spirito del primo Palazzeschi, con un’affinità tematica che ritroviamo anche nel suo primissimo romanzo, edito nel 1908 col titolo :riflessi e ristampato mezzo secolo più tardi col titolo definitivo di Allegoria di Novembre. Un breve passo di quest’opera è emblematico ai fini del tema affrontato in questa sede:
In quella luce la soave giovine riposava sul mio letto bianco, e il suo sonno era sì lieve che non se ne udiva neppure il respiro, e, unico segno della sua vita, due pulsazioni lente alle tempie. […] Bella Johnny, io ò pensato ad una sposa che non si possa amarla altro che nel sonno, alla mia sposa, non mi è balenata l’idea di ridestarla, e neppure di avvicinarmi, io mi sono contentato di circondarla della più silenziosa adorazione, di tutta la mia ammirazione muta.3
Nel contesto deliziosamente fiabesco dell’opera giovanile di Palazzeschi, pare che l’amore autentico sia intrinsecamente legato all’inattività e al sonno, ove l’azione potrebbe romperne irrimediabilmente l’incanto.
È importante notare che la profondità dell’intuizione di Palazzeschi sull’amore non riguarda mai il sogno, banalmente sognare l’amata o viceversa, bensì la condizione sospesa del sonno puro, che sincronizza i due animi dormienti nella perfezione d’un legame presente e dunque inesauribile. Il sonno, infatti, esiste esclusivamente nel presente e, similmente alla nuda consapevolezza dell’esistenza reciproca degli amanti, è esso stesso puro presente non agente, totalmente scevro dall’illusione d’un moto desiderante orientato verso l’avvenire.
Quest’aspetto dell’amore è stato magistralmente delineato da Simone Weil in alcune annotazioni degli anni ’40:
Ogni desiderio di godimento si colloca nell’avvenire, nell’illusorio; mentre, se si desidera solamente che un essere esista, esso esiste. Che cosa desiderare, allora, di più? L’essere amato è allora nudo e reale, non velato dall’avvenire immaginario. […]
In questo senso, e a condizione che non sia diretto verso una pseudo-immortalità concepita sul modello dell’avvenire, l’amore votato ai morti è perfettamente puro. Perché è il desiderio di una vita finita che non può dare più nulla di nuovo. Si desidera che il morto sia esistito; ed è esistito.4
Il principe e la principessa di Palazzeschi, in questo senso, si desiderano come se fossero morti, o meglio puramente esistenti poiché assolutamente dormienti, quindi incapaci di proiettare il desiderio nell’avvenire. Essi esistono, ci sono e dormono; contemporaneamente e in luoghi distinti. La separazione spaziale è, in questo caso, tanto necessaria al legame quanto la perfetta consonanza temporale del sonno reciproco; quest’amore, proprio perché radicato nell’istante presente, è totalmente reale, com’è reale il sonno di colui che dorme, che sta dormendo.
Desiderarsi dormienti, desiderarsi dormendo, dormire inconsapevolmente entrambi il medesimo sonno presente: questo potrebbe essere l’amore.
Note

