John Lee Hooker

John Lee Hooker nasce a Clarksdale, Mississippi, il 22 agosto 1917 sotto il segno della Vergine. Cresce tra campi di cotone, canti religiosi e dischi di Blind Lemon Jefferson, ma quando prende in mano la chitarra capisce subito che non gli interessa rispettare le regole. La sua tecnica è elementare solo in apparenza, con un uso ossessivo del boogie a corda singola, riff ripetuti come mantra e un rapporto del tutto personale con il tempo: allunga e accorcia le battute, entra quando vuole e costringe chi lo accompagna ad inseguirlo. Non a caso molti musicisti raccontano che suonare con lui non era affatto facile. Quando si trasferisce a Detroit alla fine degli anni Quaranta, lavora in fabbrica di giorno e la sera elettrifica quel blues primitivo. Nel 1948 registra “Boogie Chillen’”, con la chitarra amplificata e il piede che batte sul pavimento a fare da percussione: è un successo enorme e inaugura un nuovo linguaggio, caratterizzato da accordature standard ma suonate come se fossero aperte, sfruttando corde a vuoto, bending lenti e un shuffle ipnotico che diventerà la base di mezzo rock’n’roll. Uno stile che è un misto di Delta blues e modernità urbana. Negli anni Cinquanta incide una quantità impressionante di singoli, spesso sotto pseudonimo, per etichette come Chess e Vee-Jay. Brani come “I’m in the Mood” e “Crawling King Snake” mostrano un uso della chitarra quasi percussivo, dove il ritmo conta più dell’armonia. Nel 1962 arriva “Boom Boom”, costruita su un riff semplicissimo ma micidiale, che attraversa l’Atlantico e viene studiata da chiunque imbracci una Fender: dagli Yardbirds agli Who, dai Rolling Stones agli ZZ Top, che faranno della ripetizione una religione. Nel 1971 pubblica Hooker ’n Heat con i Canned Heat: una lunga conversazione musicale in cui la sua chitarra resta al centro. E quando negli anni Ottanta potrebbe limitarsi a essere una statua vivente del blues, torna protagonista con The Healer (1989), affiancato da Santana, Bonnie Raitt e altri devoti. Muore nel 2001, a 83 anni, dopo aver dimostrato che la chitarra può essere uno strumento di potere assoluto anche con pochissime note, purché suonate come se fossero inevitabili.

*

Disegni di Maurizio Di Bona, testi di Stefano Scrima


Pubblicato

in

da