AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco
Di Stefano Marullo
Monica Lanfranco, giornalista e formatrice, scrittrice e autrice femminista, direttrice di Marea e fondatrice di Altradimora. Vorrei oggi parlare con te di Iran. “Donna, Vita e Libertà”, il movimento che ha ispirato i moti del 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, vedeva protagoniste le donne e la Generazione Z, oggi si vedono operai, commercianti (i c.d. bazaari) e famiglie. Come giudichi l’affiancamento degli uomini nella lotta contro gli ayatollah?
Dal 2001 non è mai mancata la voce potente, chiara e critica delle femministe iraniane a ricordarci che non ci sono democrazia e libertà se le donne non sono libere dal doppio giogo del patriarcato (a destra come a sinistra) e del fondamentalismo islamista. Ricordo il monito delle femministe iraniane dopo il G8 di Genova, che chiesero alle attiviste e attivisti dell’Europa di non invitare personaggi all’epoca idolatrati da una parte del movimento noglobal come Tariq Ramadan, perché dietro ai suoi proclami anti Usa c’era un potente e pericoloso impianto politico e culturale misogino e islamista.
Oggi, dopo la tragica illusione delle “primavere” arabe che hanno, se possibile, peggiorato la situazione delle donne in molti paesi anche a noi vicini, come l’Egitto, l’Algeria, il Marocco e la Tunisia, solo per citarne alcuni, l’Iran vive una stagione drammatica e straordinaria allo stesso tempo. Le donne scendono in piazza senza velo e sfidano la morte: questo ha dato una scossa alla società iraniana, nella quale c’è una forte componente di donne giovani colte e laiche, che dopo l’assassinio di Mahsa Amini sono diventate il simbolo del cambiamento. Ogni anno, in occasione di momenti simbolici amplificati anche dai social media, come il No Hijab Day, sono molte le iraniane che tolgono il velo sui social a viso aperto (non dimentichiamo che un gesto che a noi appare semplice può portare alla morte) e sono spesso affiancate da uomini di tutte le età che le sostengono: in questo la presenza maschile è fondamentale, perché senza una presa di posizione anti-islamista degli uomini la protesta e la rivolta potrà avere qualche effetto rispetto alla corruzione, alla disastrosa situazione economica ma non inciderà sulla cultura delle relazioni tra donne e uomini e sulla necessaria separazione tra legge dello stato e religione, una riforma che nell’Islam non c’è ancora stata.
La mia maestra politica Lidia Menapace, per dimostrare che non c’è, purtroppo, automatismo tra “rivoluzione” e fine del patriarcato raccontava che i compagni partigiani, con i quali aveva lottato fianco a fianco durante la Resistenza una volta caduto il fascismo discutevano se fosse o meno il caso di “dare” il voto alle donne. Lidia replicava: “Quindi voi avete il voto in quanto uomini e fate una elargizione di questo diritto universale a noi donne”?
Non era dunque solo la parte più conservatrice del mondo cattolico a temere la libertà femminile: anche a sinistra c’erano dubbi. Ecco la prova: se da una parte donne e uomini lottano insieme contro il totalitarismo non è detto che gli stessi uomini “rivoluzionari” siano disposti ad affiancare le donne contro il dominio maschile, perché in parte si tratta del loro dominio come sesso. Penso che sia importante conoscere alcune delle straordinarie intellettuali del mondo musulmano che hanno messo in luce la necessità di fare chiarezza su cosa si intenda per “rivoluzione”, come ad esempio Nawal El Saadawi, medica attivista egiziana autrice del potentissimo libro Firdaus che racconta la sua drammatica esperienza nel carcere per le sue posizioni femministe, o come l’attivista ugandese Irshad Manji e il suo pamphlet Quando abbiamo smesso di pensare?: una parte di sinistra in Italia storse il naso all’uscita del libro perché la critica di Manji, pur dichiaratamente credente, era tagliente e senza appello contro l’islam e quelli che lei chiama nel testo “gli autoproclamati ambasciatori di Allah”. “Ogni volta che penso alla quantità di fatwa lanciate dal monopolio dei cervelli della nostra fede provo enorme imbarazzo. Voi no? – scriveva Manji nell’incipit del libro – Un amico saudita mi racconta che nel suo paese la polizia religiosa arresta le donne che nel giorno di San Valentino si vestono di rosso e istintivamente mi chiedo: quando mai un Dio misericordioso metterebbe fuori legge l’allegria? Leggo di vittime di stupro lapidate per ‘adulterio’ e mi domando come la maggioranza di noi possa restare muta come un sasso”. Il problema in Italia è soprattutto l’ignoranza delle voci femministe dissonanti che esistono dentro e fuori i paesi a maggioranza musulmana: più volte Maryam Namazie, una tra le più potenti voci del femminismo iraniano in Europa, puntò il dito sulla connivenza della sinistra nei confronti del fondamentalismo islamico, che lei non esita a definire “fascismo islamico”, identificandolo come un movimento di estrema destra.
C’è un paradosso: l’Iran ha il numero più elevato al mondo di donne laureate in discipline scientifiche e rappresentano il 60% della popolazione studentesca totale, però poi una donna può essere fermata per strada, picchiata e uccisa perché porta male il velo. Come è possibile?
Ricordo a questo proposito Be my voice, l’intenso ritratto dell’attivista iraniana Masih Alinejad affrescato dalla regista Nahid Persson (autrice del coraggioso documentario Prostitution Behind the Veil del 2004) che l’ha filmata nella sua casa dell’esilio e in occasione di alcune trasferte in Europa. Si tratta di un film potentemente, e crudamente, terapeutico. Fa soffrire, perché ogni ricorso alla cura e all’approfondimento del malessere causa effetti in profondità, spesso dolorosi, ma trasforma il patire in commozione, struggimento, energia, consapevolezza e riposiziona le priorità essenziali non attraverso concetti astratti ma incidendo la carne, coinvolgendo il corpo e tutti i sensi.
Nel 2014, dalla sua pagina Facebook, La mia libertà clandestina, Masih Alinejad (oggi riparata negli Stati Uniti) invitò le donne iraniane, costrette dalla dittatura teocratica dei mullah a indossare il velo e l’hijab, a fotografarsi mentre si toglievano le coperture, mostrando i capelli. La rete fu inondata da centinaia di migliaia di immagini, che rimbalzarono in tutto il mondo: donne giovani e vecchie, dalla città ai villaggi, e tanti uomini che le supportavano. Allora, come di recente, molte delle attiviste furono arrestate, torturate, qualcuna uccisa soltanto per questo gesto o per aver distribuito fiori in occasione dell’8 marzo nelle metropolitane, a capo scoperto: di alcune non si conosce ancora la sorte.
Nel 2020 il libro Il vento fra i capelli ha raccontato al mondo la sua storia, personale e politica, di ribellione alle leggi religiose misogine e patriarcali iniziata da bambina in un piccolo villaggio dell’Iran. Oggi la sua famiglia non le parla più, tranne il fratello, che dopo averle dato apertamente supporto è in carcere, con una condanna a 8 anni. In Be my voice la regista riprende i momenti terribili delle chiamate alla madre: “Sono tua figlia, perchè non mi copri le spalle?” le grida Masih, che alla fine della telefonata crolla sul prato di casa, nascondendo il viso nell’erba. Il giardino, colmo di rose, girasoli e piccoli alberi, ai quali Masih ha dato i nomi delle persone amate, è la sua salvezza.
La relazione dell’attivista con la natura, i fiori e le verdure che coltiva mi hanno ricordato il delicato libro Al giardino ancora non l’ho detto, di Pia Pera: non trovando pace né energia nelle lunghe giornate di collegamento online, scrittura, interviste e furiose dirette televisive da cui denuncia la situazione iraniana, che definisce un enorme carcere, Masih si rifugia nella bellezza gratuita dei colori, dei profumi e dei sapori del giardino. Ma, accanto ai crolli emotivi, alle lacrime e alle grida che il film ritrae senza filtro ci sono anche i momenti di gioia: “Andiamo a fare una rivoluzione con i nostri capelli” dice Masih, che di bellissimi capelli ne ha un’infinità. Agli esordi della sua campagna per la liberazione dall’imposizione del velo in Iran la risposta di Masih Alinejad in una delle prime interviste sull’emozione provata una volta levato il velo era stata: “Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano”.
Nel film, Masih prende per mano la regista, che spesso si ritrae in ascolto insieme all’attivista e la accompagna, entrando in intimità con lei fino al punto di chiederle se potesse fare un momento di silenzio, perché il suo continuo essere in fermento, in movimento e mai zitta è sfiancante. Masih è inarrestabile: balla scalza e si inzuppa sotto la pioggia in mezzo alla strada davanti casa, inizia a cantare, con una bellissima voce, persino durante un’intervista ad un mullah, scoppia in lacrime urlando nel terribile confronto con un politico del suo paese che la sbeffeggia, non molla mai il telefono dal quale arrivano messaggi, aggiornamenti sulla situazione delle attiviste in Iran e delle campagne di ribellione ispirate dalle sue parole infuocate. Al suo fianco, sempre, in silenzioso e preoccupato secondo piano c’è il marito, una presenza amorevole e solerte, pienamente consapevole della forza enorme così come della fragilità della compagna: forza e fragilità che la mettono, costantemente, in un bilico pericoloso tra determinazione lucida e definitiva perdita di sé.
Lo squilibrio inevitabile che abita Masih mi ha fatto ripensare ad un articolo sull’ecofemminismo nel quale vengono evidenziati i rischi di burn out, di esaurimento e forte crollo psicofisico di chi fa attivismo.
Nell’articolo si sostiene che l’attivismo sociale ha un costo sulla salute mentale degli attivisti e delle attiviste, e che quando un movimento riconosce la gravità dei problemi di salute mentale di chi lo anima, e di conseguenza si mettono in atto azioni per sostenere chi ne è affetto, chi lavora nelle associazioni e nella politica raggiunge risultati più efficaci. Un sistema di supporto sulle difficoltà emotive e mentali si traduce in una comunità più forte, più duratura e più compassionevole. Ma Masih è comunque una e sola, a sostenere il peso dell’esilio, il peso dell’odio massiccio e delle condanne a morte dei fanatici fondamentalisti, il fardello del senso di colpa per aver scatenato un movimento che viene brutalmente represso, anche se rinasce ogni volta camminando sulle gambe delle donne che lo intercettano. Il documentario di Nahid Persson racconta senza filtri tutta la fatica e l’angoscia di Masih Alinejad, con cui convive ogni giorno, nonostante le centinaia di migliaia di persone che le scrivono, la contattano, le inviano messaggi d’amore e di riconoscenza per la sua voce coraggiosa.
Be my voice è dunque un documento crudamente e liricamente indispensabile per riflettere sui costi individuali del prendere una posizione contro l’odio misogino del fondamentalismo, sulla fatica sovrumana dell’essere la scintilla, sulla incognita dell’assunzione di responsabilità che, sempre, reca consenso ma anche isolamento e cancellazione. “Non voglio cambiare tutto il mondo, vorrei cambiare solo il mondo intorno a me” dice Masih Alinejad. Che, appunto, è l’unico modo di fare una rivoluzione nonviolenta.
Tu conosci molto bene Maryam Namazie, scrittrice laica e attivista femminista, una delle figure più prestigiose del dissenso iraniano in esilio. Cosa pensa Maryam di quello che sta avvenendo?
Che il corpo delle donne sia uno degli obiettivi principali, tra i più bersagliati dalla repressione patriarcale, della quale le religioni, tutte, sono potenti alleati, è cosa nota dagli albori della critica femminista. Degno erede di testi storici come Nato di donna di Adrienne Rich, Il mito della bellezza di Naomi Wolf o Il potere della bellezza di Nancy Friday (solo per citarne alcuni dello scorso secolo) che hanno aperto la strada della analisi del corpo come indicatore storico e politico della condizione umana femminile, c’è un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca laica di ogni attivista. Quando ho conosciuto Namazie alla prima edizione della Secular Conference ho capito che lì si stava costruendo un cambio di paradigma, fuori dalla retorica italiana e di parte della sinistra europea dove è più diffusa la critica al cattolicesimo e all’ebraismo, ma è più faticosa quella verso l’Islam perché, specialmente a sinistra, vige un pericoloso corto circuito tra pensiero critico e paura del razzismo. Proprio alla Secular Conference conobbi Inna Shevchenko e Pauline Hillier, attiviste del movimento femminista Femen, autrici di Anatomia dell’oppressione (Ananke Lab, 2018). Anatomia dell’oppressione è un libro potente e diretto, perché prende in esame la violenza patriarcale sul corpo femminile partendo dai testi sacri e dalla ferocia concreta che gli “uomini di fede” e gli Stati nazionali esercitano nello spazio pubblico contro la libertà delle donne.
Namazie è capace di dire verità scomode in modo pacato e diretto e se in rete cercate il suo dibattito con l’islamista Ramadan ne avrete la conferma: quello che Namazie sostiene è che le religioni siano all’origine di molte delle sofferenze delle donne, tuttavia non è giusto confondere l’umano e i dogmi istituzionalizzati. Non tutti i credenti sono odiosi e violenti: ebrei, cristiani e musulmani pacifici del mondo intero lo dimostrano ogni giorno. Le persone sono generalmente migliori delle religioni.
Un altro paradosso è che viene invocato il ritorno del figlio dello scià. Come a dire che si stava meglio quando si stava peggio? Pensiamo solo al fronte femminile. Lo scià di Persia Mohammed Reza Pahlavi in effetti aveva concesso nel lontano 1963 il voto alle donne, spostato nel 1975 l’età minima per il matrimonio da 13 a 18 anni, inoltre ha dato alle donne il diritto al divorzio e la custodia dei figli oltre ad aprire in massa le porte delle università alle studentesse e ad imporre il divieto del velo. Lo stesso che però poi in un’intervista ad Oriana Fallaci del 1973 dichiarava che poi le donne non hanno le stesse capacità degli uomini e che sono solo brave a fare le cuoche. Tutto spazzato via dalla Rivoluzione Khomeinista.
Su questo non ho molto da dire, ascolto voci diverse: Namazie si è molto esposta sostenendo che chi ha a cuore i diritti deve rifiutare soluzioni che vedano coinvolti sia mullah che i reali, ma a quanto sappiamo il movimento democratico iraniano ha posizioni diverse: c’è anche chi pensa che una fase intermedia che veda il ritorno del figlio dello scià possa costituire un compromesso utile alla fine della teocrazia.
Ancora a proposito della cosiddetta Rivoluzione Khomeinista, non credi che storicamente la sinistra abbia una responsabilità morale grandissima nei confronti delle donne iraniane? In nome dell’antimperialismo e del populismo ignorò la questione dei diritti delle donne (scese in piazza già l’otto marzo 1979 per protestare contro l’imposizione del velo) e accettò una teocrazia sempre più oppressiva che governa da 47 anni.
Quando è ripartito il dibattito sul divieto del velo in Italia, come avviene ad intervalli più o meno regolari quando ci sono proposte di legge più o meno propagandistiche sull’argomento, è tornato anche l’immancabile appello contro l’islamofobia da parte di chi è contrario al divieto: l’islamofobia sarebbe il sentimento che anima chi è critico sulla copertura del corpo femminile, imposta nei paesi a maggioranza religiosa islamica.
Sono andata nei giorni scorsi a riprendere le fonti che, da almeno due decenni, riporto nei vari articoli e saggi sul tema, voci autorevoli di attiviste e studiose che lavorano per la laicità nei loro paesi di provenienza (quasi tutte sono riparate in Europa, perché in patria sarebbero in carcere o morte): Maryam Namazie, Merieme Helie Lucas, Inna Shevchenko, Gita Sahgal, che spiegano perché il relativismo della sinistra e di parte del movimento femminista (“è la loro cultura, la laicità occidentale è imperialismo, le islamiche si devono liberare da sole, la taglia 42 è il nostro burka”) sia un danno enorme per la liberazione dal patriarcato fondamentalista, di qualunque religione si tratti e ad ogni latitudine. Volevo riportarle per ricondividere le voci che mettono in luce il pericolo di parlare di “fobia” nel caso della religione: in alcuni paesi del mondo la critica alla religione viene identificata con la blasfemia, e punita fino alla morte.
Poi, al mattino presto del 13 ottobre 2025, ho assistito ad alcune fasi del rilascio degli ultimi 20 ostaggi vivi israeliani, grazie alle dirette disponibili online. Nelle strade di Gaza c’erano solo uomini, giovani e non: le pochissime donne erano tutte velate, qualcuna anche con il niqab, presenze scure e uniformi nel mare di uomini che vivevano le fasi concitate dell’evento in quella terra martoriata.
Una terra nella quale, oltre alla carneficina operata dall’esercito israeliano, le donne hanno subìto da sempre, con l’insediamento di Hamas, la specifica violenza che le condanna al destino legato al loro sesso in ogni luogo dove c’è la guerra e dove c’è il fondamentalismo: lo stupro, che in guerra diventa arma usata tra uomini per punire il nemico attraverso la violenza più inumana che un uomo compia sull’altra da sé. Come ci insegna il Tribunale delle donne dell’ex Iugoslavia oltre alla violenza sessuale le donne che ne sono vittime rischiano di essere abbandonate dalla loro famiglia d’origine a causa della violenza che hanno subìto.
Nel recente timido report di Terre des Hommes sulla condizione femminile in Palestina si afferma, dati alla mano, che a Gaza la situazione delle donne e delle bambine si è aggravata durante i due anni di guerra, senza dire però che anche prima era un inferno: spose bambine, limitazione delle cure mediche, divieto di accesso all’istruzione erano, e sono, pratiche coerenti e strutturali del fondamentalismo islamico, in Palestina con la feroce dittatura di Hamas, in Nigeria con quella di Boko Haram, in Iraq con i Talebani, in Iran con i fondamentalisti che incarcerano e uccidono le ragazze che si oppongono al velo, solo per citare le situazioni più note.
Molte critiche in Italia, da sinistra e in alcuni settori del femminismo, si sono levate contro la legge francese del 2004, approvata a larga maggioranza dopo un lungo dibattito pubblico non solo dalla destra ma anche dai socialisti, che vieta i segni religiosi ostensibili, come il velo islamico, la croce, la kippah e il turbante sikh nelle scuole pubbliche.
Nel 2006 a Genova, invitata dalla rivista Marea, Mimouna Hajam della associazione Ni putes ni soumise raccontò di come quella legge aiutasse le giovani donne delle famiglie musulmane nel loro processo di liberazione dalle catene del fondamentalismo anche domestico. In Italia, la proposta, che la destra presenta malamente in chiave propagantistica “anti-islam”, è criticata a sinistra perché soffia sul fuoco del razzismo, ed è ovviamente da rigettare per questo.
Però attenzione: è pericoloso aggirare l’ostacolo dicendo che una legge c’è, la 152 del 1975, relativa al divieto di portare il casco o copertura integrale in una logica di tutela della sicurezza. Qui non si tratta di sicurezza: lo spiega molto bene la reazione dell’imam Massimo Abdallah Cozzolino, guida dell’associazione culturale islamica Zayd Ibn Thabit. Il religioso ha dichiarato: “Non sono contrario a misure che tutelino la sicurezza pubblica, ma mi oppongo a qualsiasi iniziativa che rischi di colpire l’identità religiosa di una comunità. In quel caso, si andrebbe contro i principi costituzionali a cui tutti, spesso, si richiamano. La libertà religiosa garantisce a ciascuno il diritto di esprimere la propria fede, le proprie pratiche e simboli, purché nel rispetto delle leggi e dei valori comuni”. È questo il punto. Per usare la lucida analisi di Raffaele Carcano che parlò di relazioni pericolose tra sinistra e islam:
“Il problema è che gli esseri umani (e le organizzazioni in cui si uniscono) hanno molte identità, e assumere certe posizioni anziché altre finisce quindi per definire quale delle diverse identità è ritenuta prioritaria. Come ha sottolineato Kenan Malik, sostenere che i leader musulmani non devono essere sottoposti alle stesse crude domande di chiunque altro è difficilmente un buon argomento in favore delle pari opportunità. Ma una corrente consistente della sinistra non si riconosce più in tale scopo, se coinvolge una religione di minoranza. Non è più per l’emancipazione di tutte le donne ma per il sostegno all’hijiabizzazione di quelle musulmane, che fu il provvedimento centrale della politica khomeinista e che ovunque è l’obbiettivo numero uno di tutti gli islamisti, sciiti o sunniti che siano. Non più per la libertà di espressione, ma per il politicamente corretto. Non più per la laicità, ma per la deroga al principio di uguaglianza e per la concessione di privilegi comunitaristi. L’incondizionato sostegno alla causa palestinese la porta a sostenere gli estremisti di Hamas, e pazienza se i laici palestinesi sono costretti al silenzio o all’esilio. Se la priorità è la laicità, non fai sconti a nessun politico e a nessuna religione. La storia insegna che se non scegli questa strada stai sottovalutando gli effetti collaterali. Come la sinistra iraniana ha tragicamente sperimentato sulla propria pelle”.
Come finirà questa ennesima insurrezione popolare con in prima linea ancora le donne?
Non lo so, temo che ci saranno ancora vittime perché quando c’è di mezzo la religione la violenza diventa ancora più brutale. Torno ad Anatomia dell’oppressione perché accanto alla robusta denuncia e all’ingente quantità di informazioni e analisi che il libro offre c’è anche il forte afflato verso il cambiamento quando in esso si legge:
“Se potessimo tornare indietro nel tempo, tornare indietro lontano, alla genesi in-conscia di questo libro, alla prima irritazione, alla prima ingiustizia sperimentata da Inna e Pauline, avremmo detto loro, e a tutte le loro piccole simili: non credere a ciò che si dice su di te, credi solo a ciò che senti. Non sei colpevole, né meno importante, né sporca, né inferiore, né provocatoria, né bugiarda, né isterica, né bestia, né fragile, né leggera. Sei quello che vuoi. Puoi essere principessa lunedì e cavaliere martedì, sirena al mattino e pirata nel pomeriggio, ballerina a gennaio e pompiere a febbraio, puoi essere stata rosa ieri, blu oggi e domani tutti i colori dell’arcobaleno; la tua testa può imparare, analizzare e inventare, la tua bocca può ridere, piangere e cantare, le tue parole possono suscitare gli spiriti, richiamare folle e cambiare il mondo, i vostri occhi possono brillare di intelligenza, d’orgoglio e gioia, le mani possono costruire, prendere il potere, e difendere, il seno può essere materno, sessuale e ribelle, il cuore può seguire la propria strada, il tuo ventre non appartiene a nessuno, il tuo sesso può ricevere o rifiutare piacere, i piedi possono correre, saltare tutti gli ostacoli, scalare tutte le montagne, viaggiare per il mondo e portarti dove vuoi. Il tuo corpo vale quanto quello di un altro. Niente ti è proibito, nulla è impossibile per te. Non ascoltare quelli che ti diranno diversa-mente, saranno numerosi e insistenti. Se ci proverai vedrai che non sono grandi come sembrano. Non abbassare mai lo sguardo, non obbedire, prendi i libri che ti confiscano, vai nei luoghi che ti vietano, non lasciare mai che qualcuno decida o parli al posto tuo, prendili in giro se e quando è necessario, e denuncia tutte le loro bugie. Dì a voce alta e forte che non sei quello che dicono e sappi chi sei. Perché la cosa più bella in cui credere è te stessa”.
Nel 1976, dedicandolo alle sue due nonne, la poeta e saggista femminista Adrienne Rich dava alle stampe il libro che ha cambiato la vita di almeno tre generazioni: Nato di donna.
Quello che scriveva nelle ultime pagine mi è tornato in mente quando ho finito di leggere il libro Anatomia dell’oppressione e questo è forse il segno che, nonostante la violenza del patriarcato e dei fondamentalisti religiosi, l’energia femminista che circola da decenni germoglia e riesce a diventare pianta:
“La riappropriazione del nostro corpo apporterà alla società umana mutamenti molto più essenziali dell’impossessarsi dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori. Il corpo femminile è stato al tempo stesso territorio e macchina, terra vergine da sfruttare e catena di montaggio produttrice di vita. Dobbiamo immaginare un mondo in cui ogni donna è il genio tutelare del suo corpo. In tale mondo le donne creeranno autenticamente nuova vita, dando alla luce non solo figli (se e come vogliono) ma le visioni e il pensiero necessari a sostenere confortare e modificare l’esistenza umana: un nuovo rapporto con l’universo. La sessualità, la politica, l’intelligenza, il potere, la maternità, il lavoro, la comunità, l’intimità creeranno nuovi significati, il pensiero stesso ne uscirà trasformato. Da qui dobbiamo cominciare”.
A 50 anni di distanza due giovani scrittrici e attiviste hanno raccolto l’invito e si va avanti, nonostante tutto.

Monica Lanfranco è giornalista e formatrice. Conduce corsi sulla comunicazione e linguaggio non sessista e sulla differenza sessuale, la storia del movimento delle donne, la risoluzione nonviolenta dei conflitti nel lavoro e nelle dinamiche collettive. Ha un blog sul Fatto quotidiano e su Micromega. Nel 2008 ha fondato Altradimora, luogo di seminari e incontri con ottica femminista e nel 1994 il trimestrale Marea. Tra le pubblicazioni più recenti Crescere uomini-le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo (2019 Erickson), Mio figlio è femminista. Crescere uomini disertori del patriarcato (2023 Vanda) e Donne che disarmano. Come e perché la nonviolenza riguarda il femminismo (2024 Vanda).
I suoi siti: www.monicalanfranco.it – www.mareaonline.it – https://altradimora.eu –
http://manutenzionilapiece.wordpress.com/ – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mlanfranco/ –
https://www.micromega.net/author/monica-lanfranco/

