“I’m in Blue” delle 5.6.7.8.’s
Di Stefano Marullo
Il nostro viaggio nel mondo del garage è appena terminato. Occorre però fare qualche precisazione per i/le puristՅ. Ho usato indifferentemente il termine garage per indicare il sia garage rock che garage punk. A rigore, sul piano sia formale che temporale si tratta di due sottogeneri distinti. Garage rock si riferisce alla reazione americana al beat della British Invasion dei vari Beatles, Rolling Stones, Animals e altri, nella metà degli anni Sessanta, mentre il garage punk fa riferimento ai primi anni Settanta. Rispetto al suono, il garage rock include elementi beat, fuzz e organo e spesso fa incursioni nella psichedelia mentre il garage punk fonde l’attitudine grezza del garage rock ‘60s con la velocità del punk rock ‘70s, più veloce e rumoroso e meno dipendente dall’organo. Se vogliamo si tratta di sfumature: il garage punk è l’ala più ruvida e “proto-punk” del garage rock. Il termine punk rock fu usato per la prima volta nel 1972 con riferimento alla compilation Nuggets a cui parteciparono mostri sacri come The Standells, The Seeds, The Barbarians, The 13th Floor Elevators, Blues Magoons, The Electric Prunes, The Shadows of knight tra gli altri. Semmai è piuttosto bizzarro come il punk rock settantasettino sia divenuto mainstream temperandosi nel pop punk e in parte nell’alternative rock (resiste però un’ala dura e radicale, l’hardcore punk, meno da classifica) e il garage che precede il punk, sia sopravvissuto al punk medesimo e conservi carattere underground. Il garage che era il “nonno” del punk e ne ha fornito la grezza attitudine, è rimasto fedele alle sue radici lo-fi, rimanendo su circuiti di nicchia. Se non appare troppo contorto potremmo dire che il garage è rimasto più punk del punk rock medesimo.
In buona sostanza garage per me (e devo dire per tanti critici musicali) può essere un termine che va bene sia per gli anni 60 che per gli anni 70 (e poi con il revival anni 80). Fatte salve le precisazioni di cui prima.
Per darvi contezza di quanto il garage sia stato (e sia) un fenomeno planetario, vi faccio ascoltare un gruppo nipponico dal nome abbastanza originale, The 5.6.7.8.’s, una female band, nata a Tokyo nel 1986 che mescola garage rock al surf rock americano, fino al punk’roll e al rockabilly, tuttora attivissime con tour in tutto il mondo. Il nome deriva dalla circostanza che il loro sound attinge alla musica degli anni ‘50, ‘60, ‘70 e ‘80. La formazione attuale comprende Yoshiko “Ronnie” Fujiyama (voce e chitarra), Sachiko Fujiyama (batteria) e Akiko Omo (basso). Hanno raggiunto fama internazionale per la partecipazione al film Kill Bill vol. 1 di Tarantino in cui si esibiscono suonando sul palco del “House of Blue Leaves” a Tokyo.
“I’m in Blue” è un concentrato di energia garage e surf rock che dà idea della potenza del trio giapponese. Si tratta di una cover dell’omonimo pezzo attribuito alle Ikettes. Trionfa, rispetto all’originale R&B, il riverbero pesante (tipico del surf) e la distorsione (fuzz, tipico del garage punk). La voce è meravigliosamente strillata.

