Di Donato Novellini
C’era il problema dei denti. Si dirà: marci, cadenti, aperti, storti, posizionati apparentemente a caso nella bocca alcolica e tabagista di Shane Mac Gowan (nato il giorno di Natale del 1957 e morto a Dublino nel 2023), allampanato cantante dei Pogues. Impiccio trascurabile, percepibile semmai ora, in questi anni plastificati e virtuali in filtri, ma all’epoca valutabile come indubbio segno verace del vissuto ribelle, anzi nichilista. Affini per spirito barricadero ai Clash, coi quali vi fu reciproca stima, ribadita dalle collaborazioni con Joe Strummer, i Pogues seppero mescolare genialmente punk rock e tradizione musicale irlandese, di fatto creando un ibrido ludico divenuto in seguito genere a parte, sorta di combat-folk ebbro e barcollante. Raggiunsero il successo internazionale col brano Siesta, nel 1988, ma per scoprire il loro più prezioso tesoro occorre aprire un forziere di tre anni addietro, ovvero quel capolavoro da naufraghi e disperati in burrasca che corrisponde all’album Rum, Sodomy & the Lash (il titolo pare derivato da una freddura di Winston Churchill). All’interno della stiva dobloni d’oro quali Dirty Old Town, Navigator, Waltzing Matilda, I’m A Man You Don’t Meet Every Day, caratterizzati dal cantato rauco e scartavetrato di Mac Gowan, oltre che da un’atmosfera portuale poco rassicurante, da pub fumoso per racconti iperbolici di marinai e galeotti. C’è lo slang plebeo degli umidi bassifondi, sorta di ruvido argot della teppaglia irlandese esule a Londra, ma anche una vena romantica purissima, che si risolve in ballate sognanti per fredde notti stellate. Nei pressi del molo, tra botti di legno tarlato, pinte di scura ed ancore mangiate dal salmastro, i Pogues mettono in piedi la loro opera maestra, impreziosita da una copertina strabiliante. Il riferimento esplicito riporta al quadro “Le Radeau de la Méduse” (La zattera della medusa), dipinto da Théodore Géricault nel 1818 ed ora conservato al Louvre di Parigi. L’artista francese, rimasto assai colpito dai drammatici racconti riguardanti il naufragio della fregata Méduse – fatto all’epoca clamoroso, che portò addirittura ad una crisi di governo – imbastì un’opera dalla grande forza emotiva, cogliendo appieno la disperazione immediatamente seguente all’affondamento. Alcuni superstiti, avvinghiati tra loro quasi in un unico ammasso di tragicità, fra lacerti lignei e assi sconnesse lambite dalle onde, invocano aiuto sventolando drappi, nella speranza di trovare salvezza. Un quadro che di fatto sancì la fine dello stile neoclassico e l’inizio dell’epopea romantica, ispirando tra gli altri Delacroix, Turner, Courbet e Manet. Nella versione riveduta e corretta – senza i magheggi dell’intelligenza artificiale, ça va sans dire – dell’album del 1985, le varianti riguardano proprio i volti dei naviganti allo sbando, sostituiti con quelli dei componenti della band, mimetizzati accuratamente nel funesto contesto. Se non fosse per gli incongruenti occhiali da sole del mozzo Mac Gowan, la si potrebbe scambiare per una fedele riproduzione. L’atmosfera marittima del disco è rafforzata dalla bellissima foto in bianco e nero, a tutta pagina nella busta interna, dove i musicisti sono immortalati come reietti in divise d’epoca (Shane particolarmente sconsolato in feluca napoleonica), giusto davanti all’ingresso dei traditori, sotto la prigione della Tower of London. Un disco palesemente dalla parte degli sventurati cercatori d’approdo, quindi molto attuale, visto ciò che accade ai giorni nostri nei mari del mondo.

