Di Donato Novellini
Post-punk eterodosso, sincretico, magmatico, straniante e caotico, quello del collettivo inglese Pop Group trovò incredibilmente una forma compiuta e un recinto contenitivo nell’esordio discografico, misteriosamente battezzato Y. Più di un titolo un grafema. Album totalmente “fuori genere”, accostabile semmai alle sperimentazioni free jazz, a collassate superfetazioni di funk bianco, a cacofonie no-wave rattoppate con legacci appuntiti di rumorismo, cabaret Dada disfunzionale e improvvisazioni brutaliste; il tutto, vista l’epoca, tenuto assieme dall’irreverenza collosa, spigolosa, ancora intrinsecamente punk. Punk di testa: invettive politico-sociali come di Crass e Gang of Four, no-sense e degenerazioni notturne à la Blurt o Birthday Party, vuoti a perdere afrodub che estremizzano oltremodo i P.I.L. e rendendo i Clash una barzelletta. Y assomiglia maggiormente ad una performance artistica d’avanguardia annotata su vinile che a un prodotto d’intrattenimento veicolato dall’industria discografica. Verrebbero in mente Basquiat, Braque, Picasso e le sue maschere cubiste, Henri Matisse e i Fauve, in generale al primitivismo africano filtrato specularmente dal gusto occidentale; solo che nel caso del Pop Group manca del tutto quell’intellettualismo da salotto, quella sovrastruttura in fondo decadente e artificiosa, ovvero ciò che riporta direttamente al mito del “buon selvaggio”, all’esotico tribalismo riciclato in favore di musei minimalisti perfettamente illuminati, riviste patinate, divagazioni accademiche, pruderie e pentimenti post-colonialisti assortiti. Come nel caso similare di Cut, esordio delle Slits (le quali si africanizzarono radicalmente, e non solo in favore di macchina fotografica), la copertina di Y oltrepassa il moralismo folklorico, financo l’antropologia più didascalica di carte geografiche seppiate disegnate da qualsivoglia imperialismo (Commonwealth), alla ricerca di una convergenza attitudinale ancora prima che estetica. Essere selvaggi e conflittuali nel mondo nuovo alla maniera riferita da Baudrillard, ben più di tornare ad esserlo per romanticismo panteista o peggio di sembrare tali coi jeans finto-strappati pagati il doppio. Difatti: chi sono quegli uomini grottescamente mascherati, seminudi e stranamente agghindati in ciondolami che brandiscono armi grezze? Alieni antropomorfi? Uruk-hai tolkieniani? Mostri dell’inconscio? Trattasi invece di un incontro ritualistico africano, immortalato nell’allora mondo ancora reale da Don McCullin, d’impatto disturbante, a maggior ragione se rapportato all’epoca della compassata Inghilterra thatcheriana in piena austerity. Il noto fotoreporter, incorruttibile indagatore di tutte le cause perse in giro per il mondo – dagli operai licenziati in UK ai primi malati di Aids, dal Vietnam all’Irlanda del Nord, da Beirut alla Palestina – offre a Mark Stewart e soci l’ultimo scampolo d’originale arcaicità pre-globalizzazione, l’aborigena stravaganza epperò già pronta per essere collocata nel reame dell’infinitamente riproducibile, replicabile e perciò vendibile. Nobili gli intenti, a maggior ragione tenendo conto delle prese di posizione contro il copyright imposte a suo tempo dal sodalizio di Bristol, eppure così ingenuamente destinati ad essere fagocitati dal sistema stesso, dal potere mediatico tanto vituperato. Dopo più di quarant’anni cosa resta di Y, in attesa dell’inevitabile ristampa deluxe con bonus e ammennicoli? Poco della veste grafica, superata dal documentarismo più invasivo, molto dei contenuti musicali, ancora splendidamente ostici e quantomai inattuali.

Y – Pop Group, Radar, 1979.
