Autobahn

Di Donato Novellini

Viaggio autostradale ai confini del futuro, meccanica inconfondibile, un marchio di fabbrica registrato quello della Centrale Elettrica di Düsseldorf, nemmeno fosse Wolkswagen per via del popolo: suono robotico, siderurgico e sintetico, futuribile eppure autarchico e cosmopolita, freddo ma pulsante in fughe lisergiche, che dal minimalismo avanguardista dell’apprendistato Stockhausen passa attraverso il krautrock immaginifico per poi anticipare grazie alla tecno-elettronica qualsiasi cosa riguardante non solo il pop rock dagli anni ’70 in poi con pretese di novità, ma pure arte, immaginario collettivo ed estetica (questa nota si scriverebbe da sé citando gli innumerevoli debitori a mo’ di lista). Da quando Florian Schneider, uno dei dioscuri-automi fondatori assieme a Ralf Hütter, è morto, la macchina Kraftwerk fattasi col passare del tempo sempre più virtuale, impersonale, auto-replicante, potrebbe anche procedere per forza d’inerzia, pura energia cinetica in moto perpetuo, con pilota automatico inserito e avatar a bordo o sul palco, preconizzando di fatto il distopico avanzare dell’intelligenza artificiale. D’altronde Ralf e Florian smisero di creare produzioni veramente innovative quando compresero che tutti – in vari tempi e modi, da Bowie ad Aphex Twin, passando per Joy Division e Depeche Mode – avevano iniziato a mutuarne le intuizioni: il mondo era diventato Kraftwerk; scelsero quindi di riprogrammarsi in cadenze sempre più dilatate, come ingegneri, alchimisti chiusi nell’athanor industriale denominato Kling Klang Studio; dopo l’apice pop in tre atti (Radio Activity, Trans-Europe Express e The Man Machine) seguirono varianti sul tema tradotte in digitale, una primogenitura nel frattempo fattasi gelida prassi diffusa, clessidra artificiale capovolta in mancanza di un altro futuro iperbolico immaginabile, revisione tecnica al cospetto di una Metropolis (F. Lang) globale velocizzata, impazzita, centrifugata per essere poi venduta in buste eco-sostenibili nei centri commerciali. Si può essere tanto visionari, più moderni del moderno dopo aver contribuito a crearlo, il moderno? al di là delle apparenze androidi proprio in ciò si configura il romanticismo mimetizzato dei Kraftwerk, nell’oggettività ancora “artistica”, capacità di delineare una forma di controllo – come in architettura Bauhaus – regolando il rapporto simbiotico tra uomo e macchina, tra necessità e funzione: eppure non erano più loro a immaginare nuove tecnologie, ma queste ultime a ridisegnare i Kraftwek, divenuti col tempo modellini del loro stesso videogioco, fagocitati dalla tecnica. Ebbene, la matrice Autobahn rappresenta nella discografia dei tedeschi un ottimo spunto d’analisi, già a partire dalle due diverse copertine che l’hanno egregiamente rivestita. La prima stampa europea ospita sulla custodia un’illustrazione del tipo Touring club epoca dopoguerra  – vagamente effetto cartolina modernista, tipica di certo realismo socialista – opera di Emil Schult, raffigurante per l’appunto una amena fuga autostradale con implicita fiducia nel progresso collettivo: un fendente di grigio cemento tra verdeggianti colline e sol dell’avvenire sullo sfondo, visuale prospettica pigliata dall’interno di un’automobile in viaggio. Di qua il nazionalpopolare maggiolino bianco, sull’altra corsia per contrappasso una lustra Mercedes nera, e qualche astruso messaggio subliminale ci potrebbe anche suggerire chi va verso il futuro e chi lo abbandona. Nella prima versione della stampa in vinile compare sul cruscotto un santino coi quattro giovani Kraftwerk, immortalati anche nei sedili posteriori del veicolo, protettori del viatico, dettaglio estetico in seguito rimosso come se fosse intervenuto direttamente il KGB a cambiare il cartonato di taluni musicisti ancora capelloni e barbuti, poco allineati alle disposizioni del Comitato Centrale, finiti poi in Siberia (o a Düsseldorf?). Molto più efficace la versione razionalista inglese, vieppiù dopo il rifacimento radicale detto “reconstruction” apportato da Johann Zambryski assieme allo stesso Ralf Hutter; sintesi estrema, funzionalista com’è della segnaletica stradale di un mondo che s’è dato delle regole ben precise: due parallele bianche sormontate da un cavalcavia su campo blu. Null’altro che l’essenzialità cartellonistica per i nuovi automobilisti, in attesa delle astronavi in ritardo sui tempi.

Autobahn – Kraftwerk, Kling Klang, 1974.