Sciarra, desiderio e redenzione tra le Eolie
Di Roberta Denti

Caro Taccuino,
le guide turistiche descrivono le Eolie come sette isole.
È falso.
Le Eolie sono sette disturbi della personalità collegati da un aliscafo.
Per anni ho creduto che le Eolie fossero un luogo. Poi ci ho trascorso abbastanza tempo da capire che sono soprattutto un carattere. Anzi sette. E nessuno particolarmente facile da gestire. Vivendoci ho scoperto che assomigliano molto di più a stati mentali. O, nei casi più gravi, a diagnosi.
Da allora ho capito che ogni isola dell’arcipelago corrisponde a una precisa alterazione del carattere umano. Alcune molto più contagiose e insidiose delle altre.
Lo aveva compreso, e inanellato con precisione chirurgica, anche Nanni Moretti. In Caro Diario (1993) attraversa le Eolie come un antropologo capitato per errore in un arcipelago governato da nevrosi, ossessioni e caratteri impossibili.

A Stromboli viene accolto da un sindaco affetto da una forma particolarmente mediterranea di megalomania. Una figura che, a distanza di trent’anni, continua a sembrarmi sorprendentemente attuale. Appena sbarcato, Nanni percepisce la presenza minacciosa del vulcano, che contribuisce a rendere le persone riottose: infatti, lui e il suo amico Gerardo iniziano quasi subito a litigare. «Perché non mi hai ricordato che sono qui per lavorare?» gli rinfaccia a un certo punto, dopo giorni trascorsi a non fare assolutamente nulla.
A Stromboli, sembra suggerire Moretti, perfino un vulcano attivo fatica a competere con il talento umano per la sciarra.
A Salina scopre invece un’altra patologia isolana. «Da anni ormai Salina era dominata dal figlio unico», osserva. E in effetti l’isola appare educata, ordinata, composta, quasi compiaciuta della propria perfezione. Le case sono curate, i giardini impeccabili, le conversazioni civili. Persino i tramonti sembrano arrivare puntuali. Salina possiede quel genere di eleganza che suscita ammirazione e, dopo qualche giorno, un leggero desiderio di sabotaggio. È così perfetta da sembrare quasi una provocazione. Al limite della sopportazione.
Ad Alicudi il tono cambia. Qui incontra un uomo che ha rinunciato alla fama e al successo perché «tutti su quest’isola odiamo il narcisismo». Gli spiega che Alicudi accoglie soltanto chi la pensa come lei e che lì si trovano energie che le altre isole non sanno dare. «È venuto qui a espiare il successo», dice di un altro abitante. Dopo alcuni giorni Moretti annota nel diario: «Siamo ad Alicudi da diversi giorni. È veramente un’isola diversa dalle altre. Qui c’è molta calma. Una calma terribile.»
A rivederlo oggi, più che un diario di viaggio sembra un referto clinico dell’arcipelago.
Io, nel mio piccolo, ho passato abbastanza anni tra queste isole da poter confermare la diagnosi.
Con qualche aggravante.
STROMBOLI – L’ISOLA DELLA SCIARRA
Per due mesi ho avuto l’impressione che Stromboli si fosse finalmente innamorata di sé stessa.
Alice Rohrwacher aveva trasformato l’isola in una specie di allucinazione collettiva. Stava girando The Three Incestuous Sisters, una favola gotica, surreale e leggermente perturbante che sembrava appartenere a Stromboli da sempre. Il cinema era tornato sotto il vulcano con la grazia rara delle cose belle. Alla Libreria si parlava più di libri e cinema che di ordinanze, sentieri e regolamenti.
Per qualche settimana Stromboli era sembrata la versione migliore di sé: generosa, curiosa, viva. Attori premio Oscar e pescatori, produttori hollywoodiani e strombolani, costumisti, tecnici, viaggiatori, camerieri e sognatori condividevano gli stessi tavoli e spesso anche gli stessi bicchieri. Un piccolo miracolo eoliano.

Poi è arrivata la festa di fine produzione, con tutto il magnifico cast, ormai divenuto una famiglia allargata a La Libreria, l’isola nell’isola dove si festeggiava anche il compleanno di Josh O’Connor.
In sala c’era persino Mick Jagger.
Per chiunque altro sarebbe stata una curiosità. Per me un po’ meno. Ho passato quindici anni a scrivere di rock, concerti, groupie, rockstar, backstage e mitologie assortite su Rolling Stone. Per lungo tempo sono stata la scribacchina sentimentale in stile gonzo journalism di quel mondo, una specie di Hunterina Thompson con meno droghe e più taccuini. Trovarmi seduta a pochi metri dall’uomo che aveva fornito la colonna sonora a una discreta porzione della mia vita aveva quindi qualcosa di vagamente surreale.
Me l’ha presentato la bellissima Dakota Johnson quella sera stessa.
«Nice to meet you», mi ha detto.
«Hope you guess my name», gli ho prontamente risposto io.
Per fortuna è scoppiato a ridere.
Io, nel frattempo, ero follemente ebbra di entusiasmo, mezcal e rock&roll-ismo.
E proprio quando tutto sembrava filare sorprendentemente liscio, Stromboli ha deciso di tornare a essere Stromboli.
A un certo punto qualcuno ha sentito il dovere morale di salvare l’ordine pubblico da una delle minacce più pericolose del Mediterraneo: una festa riuscita.
Sono arrivati i tutori dell’ordine, convocati da anime particolarmente sensibili ai rumori della felicità altrui. Quelle persone che considerano la legalità una virtù sacra, purché celebrata nel giardino del vicino. Predicano il catechismo delle regole con fervore missionario e poi affidano alla memoria selettiva i capitoli che li riguardano.
La musica si è spenta.
La sala è ammutolita.
Vale forse la pena ricordare che il sovversivo rave che minacciava l’ordine costituito consisteva in una piccola cassa Bluetooth nascosta tra i libri e in una colonna sonora a base di Abba. Più che Woodstock, una pericolosa insurrezione di mezza età.
Da una parte Mick Jagger, Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley, Josh O’Connor, Alice Rohrwacher – fatalità in sala quella sera c’era anche Paolo Sorrentino – e una produzione che aveva appena restituito dignità cinematografica a un’isola ferita da una passata scadente e delinquente (s)produzione televisiva. Che non cito per decenza.
Dall’altra una cassa Bluetooth.
La cassa ha perso.
La barzelletta ha vinto.
Non entrerò nelle questioni burocratiche, amministrative, acustiche e tragicomiche che hanno trasformato una notte di festa in una discussione degna del Concilio di Trento.
L’ho presa con il consueto equilibrio zen che mi contraddistingue.
Più precisamente, con la serenità di uno shōgun a cui hanno appena incendiato il villaggio.
La mia pace interiore ha estratto la katana e, per qualche minuto, ha valutato soluzioni che avrebbero reso orgogliosa la Sposa di Kill Bill.
Esiste una teoria secondo cui, davanti allo stress, gli esseri umani scelgono tra attacco, fuga o immobilità.
Io ho scelto la fuitina.
La mattina seguente ho salutato il vulcano, i gatti e la mia pazienza.
E sono partita.
Conoscevo già il copione strombolano.
Prima arriva il fatto.
Poi il commento.
Poi il contro-commento.
Poi qualcuno che sa tutto.
Poi qualcuno che non c’era ma racconta meglio di chi c’era.
Infine la grande caponata del curtigghiu, quella forma di gossip comunitario che nelle piccole isole svolge contemporaneamente le funzioni di giornale, tribunale, social network e intrattenimento serale, dove realtà, fantasia e risentimenti si mescolano insieme fino a diventare leggenda.
È lì che, per esempio, è nata la voce secondo cui quella notte avrei baciato Mick Jagger. Non confermerò né smentirò. Come insegna ogni vera professionista del pettegolezzo internazionale: I don’t kiss and tell. I just kiss.
Nel frattempo la notizia aveva già fatto il giro del mondo. Non era partita dalla Libreria né tantomeno dalla libraia, come qualcuno ha fantasiosamente, e stronzamente, ipotizzato. Semplicemente, nel XXI secolo, una storia che contiene Mick Jagger, un’isola vulcanica, una festa interrotta sul più bello e una sanzione amministrativa possiede una naturale tendenza alla viralità.
Del resto, se l’obiettivo era mantenere un basso profilo, l’operazione ha avuto più o meno lo stesso successo di un gavettone in una vasca da bagno.
Nel giro di poche ore la faccenda era rimbalzata da una testata all’altra, da un continente all’altro, in quel meraviglioso meccanismo contemporaneo per cui decine di giornali riescono a pubblicare la stessa notizia senza che quasi nessuno senta il bisogno di verificare qualcosa. Davano per presente anche Isabella Rossellini, che invece era a Cannes. Ma quando il copia-incolla prende il comando, da Cannes a can il passo è brevissimo. Pennivendoli!
È stata una delle più spettacolari operazioni di autopromozione involontaria mai viste nell’arcipelago. Una specie di auto-sabotaggio mediatico perfettamente riuscito.
Se l’intenzione era spegnere una festa, il risultato è stato accendere una notizia mondiale.
A conti fatti, la pubblicità che ne è derivata per la sottoscritta e per la Libreria supera abbondantemente i 1.032 euro della solerte sanzione comminata alla nostra attività.
Dovrei quasi ringraziare il misterioso benefattore che ha dato il via all’intera faccenda.
Anzi, grazie.
Uso il termine “misterioso” soltanto per rispetto delle convenzioni letterarie, perché nelle piccole isole il mistero è una risorsa assai più rara dell’acqua dolce.
Nella storia delle Eolie si sono viste imprese più brillanti. Ma raramente una persona è riuscita a trasformare una normalissima festa di fine produzione in un caso mediatico internazionale con altrettanta efficienza.
È il genere di talento che andrebbe valorizzato.
A quel punto il mare mi sembrava un’idea decisamente migliore delle polemiche.
Così sono salita su un aliscafo.
Destinazione: Salina.
Il prossimo disturbo mentale.
SALINA – L’ISOLA DEL FIGLIO UNICO
Dopo la Sciarra, Salina sembrava la scelta più sensata.
Avevo bisogno di silenzio, misura e conversazioni che non rischiassero di trasformarsi in casi internazionali.
Per qualche ora ho persino creduto di averle trovate.
In Caro Diario di Moretti è l’isola del figlio unico.
Appena arrivata ho capito cosa intendesse.
Qui tutto appare più composto, più elegante, più misurato. Se Stromboli entra in una stanza sbattendo la porta, Salina si ferma sulla soglia e chiede permesso. Se Stromboli ti coinvolge in una discussione prima ancora di sapere come ti chiami, Salina ti offre un bicchiere di Malvasia e aspetta che sia tu a raccontarti.

Per qualche giorno sono stata ospite del mio carissimo amico Diego, noto negli ambienti mondani come The Ego.
Non con cattiveria.
Con precisione scientifica.
Narciso, al suo confronto, era sostanzialmente un ragazzo pieno di dubbi.
Poi è successo quello che alle Eolie succede con una frequenza quasi inquietante. Sono uscita per una passeggiata e sono tornata con una storia. Tra una deviazione apparentemente innocua e una salita che sembrava non finire mai, ho conosciuto i Signori Signum, custodi dell’omonimo hotel di Malfa, luogo di culto laico per viaggiatori, buongustai e devoti della bellezza. L’amicizia è stata immediata, di quelle che sul continente richiedono mesi e sulle isole il tempo di un aperitivo.
Così mi sono trasferita nel loro gioiello di Sigillo, dove per qualche giorno mi sono lasciata cullare da terrazze fiorite, rifocillare dall’ospitalità impeccabile e rigenerare da una bellezza così naturale da sembrare priva di sforzo. È stato allora che è arrivata la notte di travolgente e sconvolgente passione.
Una di quelle notti che iniziano con un bicchiere di Eolia Rosé – il divino rosato prodotto dai Signori Signum – e finiscono molto lontano dal punto in cui erano cominciate. Nutro da tempo il sospetto che questo rosé contenga proprietà afrodisiache e, in particolari condizioni atmosferiche, persino lievi effetti psichedelici. Non dispongo di prove scientifiche. Dispongo però di numerosi indizi.
A un certo punto della serata ha fatto la sua comparsa un personaggio che sembrava uscito da Inganno, la serie di Pappi Corsicato in cui Monica Guerritore perde con notevole eleganza la testa per un uomo molto più giovane. E, come spesso accade alle serie di successo, è arrivato il remake eoliano. Aveva circa trent’anni, un sorriso pericolosamente intrigante e quell’aria da rovina serenamente annunciata che il cinema italiano continua a spacciare per fascino mediterraneo.
Io, naturalmente, ho mantenuto il consueto autocontrollo.
Mrs. Robinson al confronto era una dilettante.
Anzi, considerata l’età del soggetto coinvolto, dovrei probabilmente ribattezzarmi Mrs. Robi-and-SON.
Ed eccolo lì.
Il famoso figlio unico di Moretti.
Solo che nel suo film lo cercavano i genitori.
Nel mio, a quanto pare, ha trovato prima me.
Ricordo soprattutto la notte inoltrata, che, come cantava Patti Smith in Because The Night, appartiene agli amanti.
Ricordo le lenzuola di lino bianco, la finestra aperta sulla notte e quel genere di desiderio che non ha più nulla dell’urgenza adolescenziale e proprio per questo diventa infinitamente più interessante.
Per qualche, intensa e intima, ora Salina ha smesso di essere l’isola del figlio unico.
È diventata l’isola degli amanti.
Di quelli che si cercano nel buio e fanno meravigliosamente l’amore mentre il mare continua il suo lavoro millenario senza prestare la minima attenzione agli esseri umani.
La mattina dopo ho pensato che sarebbe rimasto soltanto un ricordo estivo.
Mi sbagliavo.
Ma questa è un’altra storia.
Ad ogni modo, dopo qualche giorno trascorso a verificare sul campo certe teorie sul desiderio, ho ritenuto opportuno concedermi una pausa spirituale.
O qualcosa che gli somigliasse.
Così ho preso un altro aliscafo.
Destinazione Alicudi.
L’isola dove il disturbo mentale assurge a misticismo e l’isolamento a vocazione.
ALICUDI – L’ISOLA DELL’ESPIAZIONE
Dopo la Sciarra di Stromboli e la lussuria di Salina avevo bisogno di espiare.
Non peccati.
Quelli, semmai, li rivendico ancora con una certa fierezza.
Piuttosto la fama.
Come in Caro Diario, quando Moretti cerca un luogo sempre più remoto dove sparire dal mondo, anch’io sentivo il bisogno di sottrarmi a tutto quel rumore.
Per qualche settimana ero diventata una notizia. Non completamente mio malgrado, devo ammetterlo: tra interviste, articoli e qualche inevitabile concessione al mio innato protagonismo, avevo dato anch’io un piccolo contributo alla faccenda.
Resta il fatto che avevo accumulato più attenzione di quanto la mia natura randagia sia normalmente disposta a sopportare.

Ero ancora a Salina quando è arrivato un messaggio che, in modi più o meno consapevoli, aspettavo da anni.
Era di L.
L’uomo senza una virgola. Un antico amore, una grande passione, una grande sciagura e probabilmente anche una grande fortuna. L’uomo con cui avevo celebrato un matrimonio pagano su un’isola che sembra uscita da un sogno febbrile. Intorno a lui continua a orbitare una costellazione di ex, nostalgie e gelosie archeologiche che monitorano la situazione con una costanza quasi scientifica. Diciamo che, se Attrazione Fatale fosse stata girato ad Alicudi, il coniglio avrebbe avuto poche speranze.
Dopo anni di incomprensioni aveva capito una cosa prima di me: avevo bisogno di essere accolta.
Così sono scappata ad Alicudi. Da lui. Da L.
Mentre mezzo mondo continuava a discutere della festa interrotta, delle polemiche e del più celebre coitus interruptus della recente storia eoliana, io trascorrevo due giorni a guardare il mare, mangiare piatti cucinati con cura e parlare con una persona che conosceva quasi tutte le mie ferite.
A Moretti spiegano che ad Alicudi si viene per espiare il successo. Io non avevo molto successo da espiare, a essere sincera. Però una certa notorietà improvvisa sì, insieme a qualche illusione, qualche aspettativa e a tutta quella stanchezza che si accumula quando il rumore degli altri diventa più forte della propria voce.
Forse è stato proprio lì, in quella calma terribile di cui scrive Moretti, che ho capito una cosa che per anni mi era sfuggita.
L’amicizia non è il contrario dell’amore.
È forse la sua forma più alta.
Perché non pretende, non reclama, non cerca di vincere. Accoglie. E basta.
E mentre Alicudi esercitava il suo antico talento nel ridimensionare tutto ciò che, altrove, sembrava enorme, ho avuto la sensazione che alcune storie non siano destinate a finire.
Sono destinate a trasformarsi.
Alicudi, dopotutto, non mi ha insegnato l’amore.
Mi ha insegnato la cura.
Sull’aliscafo che si preparava a riportarmi nel mondo civile – o in qualcosa che gli assomiglia – ho ripensato a quella nota che Moretti affida al suo diario nel mezzo del mare: «Sono felice solo nel tragitto tra un’isola che ho appena lasciato e un’altra che devo ancora raggiungere».
Forse aveva ragione. Forse la felicità non abita le isole. Abita il passaggio.

Nel magma dell’anima, dove il pensiero si fa carne e la carne diventa pensiero, nasce Filoso-FICA: rubrica di erotismo e filosofia, di piaceri e riflessioni, di corpi che pensano e menti che godono.
Roberta Denti – libraia, scrittrice e pellegrina erotica – esplora le vertigini del desiderio, le sue contraddizioni, le sue estasi, tra vulcani, isole e amori impossibili.
Ogni mese un viaggio sensuale e visionario dentro l’erotismo come atto di conoscenza.
