L’arte di svivere

Svivere è sviare la vita ordinaria, sospendersi per un periodo limitato di tempo salutando il mondo. Ma, attenzione, chi decide di svivere non ha nulla a che fare con lo svitato (non nell’accezione comunemente intesa dello “svitato di Bel Air”), ovvero colui che è figuratamente “senza vita”, poiché vive senza rendersene conto, come farebbero un’ape o una formica – anche se io non so proprio nulla delle api e delle formiche, quindi prendete questa informazione con le pinze, ma da quello che ricordo dalle mattinate estive della mia infanzia, passate fra una puntata di Hazzard e un documentario naturalistico, non mi pare che fossero particolarmente attaccate a questioni esistenziali come certi esseri umani laureati in filosofia. Ad ogni modo, un modo impareggiabile per svivere in estate, quando tutti sono in procinto di partire per la vacanza della vita è restarsene a letto. Lo sapeva bene J. M. Barrie, prima ancora di scrivere Peter Pan, che nel suo A Holiday in Bed sostiene che la migliore delle vacanze consiste nel non partire affatto, magari fingendosi malaticci. Sai quanto stress risparmiato? La sua intuizione più sottile è che il piacere dello svivere nasce dall’indugio. Sì, perché la regola principale affinché questo tipo di vacanza non sia un fallimento “è prendersi la vacanza a letto con la vaga intenzione di alzarsi entro un quarto d’ora”, senza poi farlo. Bisogna continuare a pensare che ci si alzerà fra poco, fra dieci minuti, fra mezz’ora, dopo una pagina ancora (cosa c’è di meglio che leggere a letto?). Lo svivere abita proprio quel rinvio, il suo dolce e indefinito differimento. Unico accorgimento che mi sento di darvi per esercitare al meglio quest’arte? Un buon ventilatore.

Illustrazione di Romareloaded