L’arte di restare ragazzini

Che la vita da adulti sia una tristezza assoluta lo si sa da sempre, perlomeno da quando Barrie creò Peter Pan per incanalarne il sentimento. Peter non voleva crescere perché crescere significa rinnegare se stessi per entrare in un mondo infelice la cui infelicità è artatamente costruita dai suoi abitanti, adulti che si affannano per sopravvivere senza gioia, in una sorta di espiazione laica del peccato originale: lavorare perché sì, perché altrimenti non mangi e non dormi per risvegliarti e lavorare. Peter non aveva voglia di far niente, solo di avventure, un entusiasmo che non voleva farsi estirpare da quelli che pensano che la vita sia una guerra continua, i quali però non si rendono conto che lo è proprio a causa loro, perché vogliono di più degli altri, e soffrono e fanno soffrire. Ma ci sono anche quelli che vorrebbero crescere e non possono, perché nessuno dà loro importanza, come il Józio Kowalski di Gombrowicz, protagonista trentenne di Ferdydurke, aspirante scrittore riportato a scuola e quindi infantilizzato da un professore simbolo della saccenteria adulta. Questo per dire di quanta violenza siamo capaci. La verità è che gli adulti sono gli unici che sanno cosa significhi essere ragazzini, perché lo sono stati, mentre i ragazzini non possono ancora saperlo, essendo troppo impegnati a esserlo. Gli adulti sono invidiosi di quella condizione perfetta (si fa per dire) e si sgolano per sottolineare le inadeguatezze di esseri umani incompleti – i più eruditi citando Calvino a vanvera – facendo di tutto per creare un mondo peggiore dove i futuri adulti vivranno molto peggio, tanto loro saranno morti (e si spera dimenticati). E poi si incazzano se ai ragazzini arriva l’odore di bruciato, e magari si esasperano perché vedono che i genitori stanno sempre peggio e nei loro occhi il destino che li attende beffardo. L’arte di restare ragazzini per me è pensare alla tristezza che stiamo consegnando a quelli che verranno dopo di noi, che mi rende ancora più triste della normale tristezza adulta, che già sarebbe abbastanza per morire di tristezza. Per fortuna esiste Peter Pan, ma anche Kowalski. Per fortuna esistono i ragazzini che mi ricordano che anch’io un giorno lo sono stato, e non sarò mai più felice come allora – perché ho capito adesso, mentre scrivo, cos’è la felicità: è credere di poter essere felici. Se strangoli la speranza in pubblica piazza, come puoi pensare che nessuno se ne importi.

s.

Illustrazione di Romareloaded