Stupro (parte III)

AREA FEMMINISTA. Dialoghi con Monica Lanfranco

Di Stefano Marullo

Monica, continuiamo a parlare di stupro, che è sempre figlio di una (sotto) cultura patriarcale/maschilista. Indro Montanelli in una famosa intervista del 1969 raccontò in modo quasi serafico che durante l’occupazione dell’Etiopia come ufficiale fascista comprò una bambina di 12 anni per cinquecento lire e la sposò secondo le usanze coloniali del cosiddetto madamato. Quest’uomo ha vissuto tanti anni senza alcun rimorso e sostenendo addirittura che a 12 anni in Africa le ragazze sono già considerate donne. Insomma la pratica delle spose bambine viene da lontano, ennesimo orrore del fascismo? E cosa pensi della statua che è stata dedicata a Milano a Montanelli di cui tante donne chiedono la rimozione?

Di questa fase ne scrissi nel 2020 insieme a Nadia Somma, portavoce della rete Dire e responsabile di un centro antiviolenza. In quell’articolo ragionavamo sul perché, secondo noi, chiedere di rimuovere le statue, o imbrattarle, o distruggerle, sebbene si comprenda il potente sollievo immediato, ma effimero, dell’azione catartica demolitiva sia un errore pericoloso e una pratica nociva. La querelle sulla rimozione della statua di Indro Montanelli, chiesta dai Sentinelli di Milano, non ci appassionava allora come non ci appassionò due anni prima, quando alcune femministe di Non una di meno gettarono vernice rosa sulla statua dedicata a Montanelli situata nei giardini di Milano a pochi passi dal luogo dove venne gambizzato dalle Brigate Rosse. Allora la questione della rimozione della statua era  tornata al centro di polemiche dopo le proteste per la morte di George Floyd e l’ondata iconoclasta contro monarchi o colonizzatori che ne era seguita, attraversando gli Stati Uniti, l’Inghilterra e il Belgio con l’abbattimento o l’imbrattamento di statue tra le quali quella di Winston Churchill a Westminster (Londra) su cui è stato scritto “razzista”, mentre la richiesta di rimozione da parte dei Sentinelli prende spunto da una trasmissione televisiva: L’ora della verità, nel 1969.Intervistato dal giornalista Gianni Bisiach Montanelli ricordò l’invasione dell’Etiopia e l’acquisto di una sposa 12enne, Destà, poi ceduta ad un attendente e da lui descritta, in altri contesti, con parole difficili da ascoltare: un ‘animalino docile’.

Durante la stessa intervista, Elvira Banotti, femminista di origine eritrea seduta tra il pubblico, gli rinfacciò di aver commesso uno stupro nei confronti della 12enne e, svelando l’indicibile, provocò l’interruzione della trasmissione. La domanda: “In Europa si direbbe che lei ha violentato una bambina di 12 anni, quali differenze crede che esistano di tipo biologico o psicologico in una bambina africana?” colpì con forza Montanelli che rimase disorientato dall’accusa di stupro perché le parole di Banotti erano deflagrate inaspettatamente nello studio televisivo facendo franare la narrazione compiaciuta sulle memorie della guerra e sull’acquisto di una sposa “molto bella e ben scelta’’.

La vicenda di Montanelli si inscrive in una storia collettiva millenaria, quella dell’esercizio del potere e del dominio maschile sui corpi delle donne e sui corpi di uomini e popoli, vinti e sottomessi, privati di terre, identità e risorse. Un dominio che è stato possibile esercitare attraverso due pratiche costanti di de-umanizzazione: il sessismo e il razzismo. Quello che Montanelli narra nel lontano 1969 non riguarda solo la storia della colonizzazione e dell’invasione dell’Etiopia e tantomeno la vicenda dell’acquisto della sposa può essere archiviata come un accidente che appartiene a “consuetudini odiose ma considerate normali all’epoca”, come scrisse Gad Lerner sul Fatto quotidiano in un botta e risposta con Marco Travaglio.

L’avvocato Andrea Coffari, presidente dell’associazione Movimento per l’Infanzia, denunciando “la falsa coscienza civile” ricordò che anche in Italia l’articolo 152 del codice civile, in vigore nel Regno delle due Sicilie, permetteva i matrimoni con bambine e che oggi, nei tribunali civili italiani, è diventato difficile difendere i diritti delle vittime di violenza familiare mentre la legittimazione dello stupro è una storia recente tutta italiana, perché fino al 1967 lo stupratore poteva cancellare il reato (considerato fino al 1997 come atto immorale) sposando la vittima.

Questo avveniva nel passato ma ancora oggi, nelle teocrazie islamiche, i matrimoni combinati tra fanciulle minorenni e uomini adulti sono legali, e la vicina Turchia di Erdogan, che vuole entrare in Europa, ha recentemente legittimato i matrimoni con bambine di 9 anni. Sono violazioni dei diritti umani che una parte dell’opinione pubblica tende a ignorare in nome dell’astensione del giudizio su “usanze e costumi locali”. Il turismo sessuale nei Paesi poveri, del quale gli italiani sono tra i maggiori fruitori europei, vede coinvolte migliaia di bambine comprate da insospettabili padri di famiglia e bravi cittadini, e nelle nostre strade milioni di uomini comprano, senza farsi troppe domande, giovani donne vittime della tratta della prostituzione che provengono dall’Africa, proprio dalle terre che furono colonizzate. Infine, nelle nostre campagne, forse sotto i nostri occhi, ci sono nuove schiavitù di uomini e donne alle quali spetta anche la schiavitù sessuale, come accade alle braccianti rumene.

Eppure tutto quello che ci circonda, oggi, proprio qui ed ora, non sembra scuotere le nostre coscienze. Perché, allora, distruggere statue non ha senso? Perché cancellando le vestigia, vogliamo rabbiosamente cancellare quello che fa male, nell’illusione di avere vinto sul male, mentre il male è ancora tra noi.

Distruggere una vestigia non la cancella, ma rimuove, questo sì, dalla nostra vista qualcosa che ci fa stare scomode, ne riduce il fastidio e ci colloca in un fasullo comfort dello sguardo, esteriore ed interiore, che agevola la rimozione, forse lenisce qualche senso di colpa ma ci allontana dall’affrontare il problema. Penso invece che quello ‘stare scomode e scomodi’ sia la chiave per aiutarci a non cadere nell’errore fatale di dimenticare che il sessismo, il razzismo e la violenza non sono lontani ricordi ma la realtà purtroppo ancora viva e palpitante sul pianeta.

A rinforzo della utilità delle vestigia vorremmo ricordare che esistono nel mondo associazioni femministe, come Il Mediterranean women fund, che organizzano visite in alcune città ai monumenti che raffigurano le protagoniste della storia dei diritti. Dovremmo usare lo stesso criterio per accostarci alle statue di sovrani, generali, dittatori per intraprendere l’attraversamento, doloroso e scomodo, di una storia antica che incide, e riscrive, la nostra quotidianità con le stesse dinamiche di potere e dominio in una coazione a ripetere che non fermeremo con atti di rimozione o abbattendo statue, ma acquisendo la consapevolezza delle relazioni feroci, unilaterali e ingiuste che si instaurano tra esseri umani e delle visioni che le rendono possibili.

Una delle storie più spregevoli e allucinanti degli ultimi anni riguarda Gisèle Pelicot, che per almeno dieci anni è stata vittima del marito che le somministrava segretamente massicce dosi di ansiolitici e sedativi per renderla incosciente per poi invitare decine di uomini nella loro casa a Mazan, in Provenza che potevano abusare di lei. L’uomo è stato condannato a 20 anni e con lui altri 50 uomini. Ritorniamo alla doppiezza; un profilo da dottor Jekill amorevole e premuroso di giorno e Mr. Hyde che la sera si trasformava in reclutatore di stupratori. Sembra la trama perfetta di un film dell’orrore ma purtroppo non è un film. E Gisèle ha reagito con una dignità enorme e un coraggio inusitato. Ce lo puoi ricordare?

Mentre scrivo sta emergendo, questa volta in Inghilterra, un caso analogo a quello di Gisèle Pelicot, e chissà quanti altri potranno essere rivelati. Ma la tua domanda mi riporta a qualche anno fa, quando una donna giovane mi scrisse affinché portassi alla luce, attraverso i miei blog, il problema degli appuntamenti nei quali l’uomo di nascosto drogava le donne, che si risvegliavano senza ricordare nulla.

C’è stato un periodo nel quale al ritmo di circa uno al mese mi arrivavano racconti, brevi o più lunghi via mail, di donne che non conoscevo e che mi scrivevano della violenza subìta da parte di uomini. Uomini conosciuti, vicini, frequentati da più o meno tempo ma certamente non sbucati dal vicolo buio una notte all’improvviso.

Mi scrivevano della violenza, quella fisica che lascia segni visibili, ma anche di quella psicologica impalpabile e subdola di una relazione tossica che non si riesce ad abbandonare, che colpisce la psiche e mina, giorno dopo giorno, l’autostima togliendo linfa alla vita. Il fatto che io abbia alcuni luoghi pubblici dove dar conto delle loro storie, quando talvolta non si può, o non si vuole, chiedere aiuto ad un centro antiviolenza, o quando l’incontro con essi non è stato soddisfacente, sembra dare un minimo sollievo a chi si rivolge a me.

Sono soprattutto il senso di solitudine, corollario del temere di non essere credute, e l’isolamento, attuato talvolta da parte dalle altre donne, i pesanti fardelli emotivi con cui chi ha subìto violenza convive. Il racconto del quale parlo smentisce alcuni stereotipi legati alla modalità della violenza. Ve lo propongo.

“Sono Nora (nome di fantasia), ho 35 anni, ho conosciuto Renato (nome fittizio) qualche anno fa in palestra. Mi sembrava un uomo serio, dai modi garbati. Abbiamo sempre parlato del più e del meno, non ha mai fatto una sola allusione sessuale. Una sera mi invita per un aperitivo. Avevo sempre rifiutato altri inviti ma questa volta, forse per colpa del lockdown e la maggior voglia di uscire anche se non sono attratta da lui, penso che può essere interessante come persona e quindi perché no?Ci vediamo in un locale: parliamo di sport e di cinema di cui io sono appassionata. Mi lascio sfuggire che c’è un film del mio regista preferito che voglio vedere da parecchio tempo ma che proprio non riesco a trovare. ‘Ce l’ho io, te lo presto’ risponde. Non posso credere alla mia fortuna. Proprio quel film che cerco da tanto. Sono così entusiasta e mi fido di lui: è benvoluto in palestra da tutti, mi invita a salire a casa sua per prendere il film, non ho dubbi e salgo. Sono seduta sul divano quando mi piazza un limoncello sul tavolino. ‘Questo lo devi bere, lo faccio io, sennò mi offendo’. Prendo un sorso. ‘Dai finiscilo’. Non vorrei finirlo ma per mera educazione lo faccio. E poi vedo tutto sfocato. Alcuni colori della tv mi appaiono vividi, quasi fosforescenti: è una sensazione strana, mi sento ‘estraniata’ dal mio corpo”.

Da quel momento il racconto di Nora diventa il copione di un incubo, i ricordi sono tutti legati alla mancanza di padronanza di se stessa. Fino al risveglio, che rende chiaro che per molte ore è stata incapace di avere il controllo perché è stata drogata. In ospedale, dove si reca dopo due giorni per avere la prova della sostanza nel sangue le analisi per il Ghb (la droga dello stupro, della quale spesso si parla in occasione di abusi sulle ragazze molto giovani, versata nel bicchiere in discoteca o alle feste) l’analisi risulta negativa: purtroppo se non viene effettuata entro poche ore le tracce scompaiono. Nora, dopo essersi consultata, sta valutando la denuncia. 

“So quello che mi ha fatto e sono certa che non l’abbia fatto solo a me. Non pretendo di essere creduta sulla parola. Non credo che riuscirò mai a dimostrare quello che lui mi ha fatto e trovare un’altra vittima di questo uomo, che sono certa sia un predatore, perché se ha usato questa tecnica con una di certo l’avrà fatto anche con altre e si sentirà potente grazie all’impunità. Vorrei però che ci fosse informazione su questo tipo di violenza: che si sapesse che può drogarti una persona che conosci (la stampa troppo spesso racconta di questi stupri come se potessero avere luogo soltanto in discoteca e ad opera di uno sconosciuto). Vorrei anche che si sapesse che queste droghe non necessariamente addormentano e inducono passività: il Ghb e Mdma producono aumento della libido, annullano i freni inibitori e creano chimicamente empatia, per cui la vittima non si sottrae alla violenza e appare consenziente”.

Pur se in buona fede talvolta si suggerisce a chi ha subìto violenza di dimenticare.

Ma dimenticare, ammesso che si possa, o minimizzare (perché sei salita? Almeno non ti ha fatto del male fisico. Spero tu abbia imparato la lezione. Ci potevi pensare prima) corrisponde a invisibilizzare la violenza, di fatto negandola. Dando così potere a chi abusa, avvalorando la cultura della sopraffazione, diventando complici. Uscire dal silenzio è il primo, fondamentale passo da compiere. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto si pensi: prova ne è l’affollamento il lunedì, presso i consultori per avere la pillola del giorno dopo e fare controlli circa le malattie sessualmente trasmissibili, che sono un altro corollario del fenomeno predatorio. La drammatica vicenda di Pelicot ha segnato una svolta epocale circa l’impossibilità, dopo di lei, di negare il problema della violenza sessuale dentro alla relazione dove una donna dovrebbe trovare la massima sicurezza: la sua famiglia. E, se si può riassumere in una sua frase la profondità di questa svolta, penso che la svolta sia qui: quando lei disse che “la vergogna deve cambiare lato”. 

Noi affrontiamo con grande determinazione la lotta contro le malattie come il cancro, che si stima uccida 27.000 persone al giorno nel mondo oppure, che so, gli incidenti stradali che fanno 3200 vittime al giorno a tutte e latitudini. L’OMS ha stimato che circa il 30% delle donne nel mondo (quasi una su tre!) abbia subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. L’UNICEF in una ricerca pubblicata di recente mostra che oltre 370 milioni di ragazze e donne nel mondo hanno subito stupri prima dei 18 anni. Perché questa non viene affrontata dai governi e dalle organizzazioni internazionali come una emergenza al pari delle malattie, degli incidenti stradali o delle pandemie?

Devo, ancora una volta, tornare a citare Processo per stupro e l’arringa di Tina Lagostena Bassi. E poi toccare l’impatto millenario che ha la sedimentazione, nell’inconscio collettivo femminile della vergogna: in nessun’altra violenza la vittima si sente in colpa per la violenza che ha subito, perché l’unica situazione nella quale la vittima si sente responsabile è nella violenza sessuale.

Si tratta della seconda violenza che le donne violentate spesso subiscono: quella di sentirsi in colpa, e provare vergogna per ciò che è accaduto. Colpevoli per qualcosa che non hanno fatto, ma che al contrario altri hanno fatto contro di loro. Provare vergogna, perché essere vittime di violenza può, in parte, essere responsabilità delle vittime stesse. Questo meccanismo è frutto di quella sottovalutazione e normalizzazione della violenza, della possibilità che l’uomo faccia violenza per svariati motivi che nulla hanno a che fare con la responsabilità della donna, che provoca nel tempo l’invisibilità alla quale tu accenni: perché governi e istituzioni si dovrebbero preoccupare di qualcosa che è trasparente, certo brutto quando accade ma che non è ‘visto’ come un problema per la collettività?

Lo sa bene chi opera per aiutare la ricostruzione di un vissuto accettabile nell’esistenza delle donne stuprate, percosse e abusate, nel corpo come nella psiche. Sembra incredibile, ma mentre a chi è stata inflitta un’altra ingiustizia (per esempio un’aggressione, un furto, un affronto per questioni legate alla propria religione, o al colore della pelle) non si chiede di fare i conti con il senso di colpa generato dall’ipotesi di essere in qualche modo il fattore scatenante dell’ingiustizia subìta, per le donne violate invece è così: in fondo è colpa tua.

Te la sei cercata. Sei certa di aver fatto di tutto per evitarlo? Non sarà che c’è qualcosa in te che scatena la violenza? Se non fossi uscita a quell’ora, se avessi indossato un altro abito, se avessi tenuto la bocca chiusa, se non avessi bevuto, se: due lettere potenti per minare la forza e la legittimità di chi, da vittima di un abuso, rischia di diventare complice, o comunque di essere in parte responsabile. In Italia la messa in scena di questa mentalità diffusa fu resa manifesta grazie al documentario Processo per stupro. Diretto da Loredana Rotondo andò in onda nel 1979 e fu trasmesso dalla Rai: l’idea di filmare un processo per violenza nacque in seguito ad un convegno contro la violenza sulle donne organizzato nel 1978 alla Casa delle donne di via del Governo vecchio di Roma. Emerse che ovunque nel mondo, quando aveva luogo un processo per stupro, la vittima si trasformava in imputata. Tina Lagostena Bassi, che nel processo difendeva le donne violentate, sottolineò come il documentario fosse stato sconvolgente per gli spettatori perché rendeva visibile che gli avvocati difensori degli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne: insistendo sui dettagli della violenza, e sulla vita privata della parte lesa, puntavano a screditarne la credibilità, trasformandola in imputata. L’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna ‘di buoni costumi’ non poteva essere violentata; che se c’era stata una violenza questa doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente da parte della donna; che se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione la vittima doveva essere consenziente. Nel dibattimento il ‘disonore’ si sposta gradualmente dal presunto aggressore alla presunta vittima, tanto che nella sua arringa, Lagostena Bassi sentì la necessità di ricordare che lei non era a difesa della parte lesa, ma accusatrice degli imputati.

Ricordo che nel 2013 un gruppo femminista di Torino propose una pratica importante, che andrebbe ripresa ed estesa: la testimonianza pubblica da parte di donne che hanno subìto violenza. Perché senza un momento pubblico, come quello al quale ha costretto Gisele Pelicot, la violenza resta invisibile e quindi non esiste.

Il 25 novembre 2013 fu un’occasione per dire forte e chiaro che chi subisce violenza non ha colpe, e che non si deve vergognare. La proposta di pratica collettiva, presa a prestito da quella adottata per denunciare culture omofobe e da quella dell’autodenuncia di aborto (in Italia prima della legge 194 si andava in galera se si diceva di aver interrotto la gravidanza, come ci ha insegnato Emma Bonino di recente morta) è quella del coming out: dire in pubblico una verità scomoda. In questo caso che chi è vittima non può essere violentata una seconda volta, cercando di attribuirle delle colpe che non ha. Nessuna colpa, nessuna vergogna era allora il titolo della proposta per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre: il primo coming out italiano delle donne che hanno subito violenza.

Così scrissero le organizzatrici nella comunicazione per chiamare le donne in piazza: “Noi donne che abbiamo subito violenza spesso ci sentiamo in colpa e ci vergogniamo, diventando così vittime di una nuova, meschina e a volte peggiore violenza, che ci paralizza, ci rende inermi e nasconde la nostra forza”, scrivono le proponenti. “Anche quando è ‘finita’ a volte continuiamo a sentire la vergogna della nostra esperienza ed è faticoso parlarne. Temiamo che dicendolo alle altre e agli altri verremo giudicate e saremo considerate delle perdenti, ‘sporche’, inadeguate. Come se parlarne danneggiasse la nostra dignità per colpa di chi senza alcun senso della dignità ha commesso contro di noi un crimine. Non tocca a noi vergognarci, tutto questo deve finire. In questa giornata vogliamo dire a chi è causa del nostro silenzio e del nostro isolamento che non abbiamo più paura e non siamo sole. Il 25 novembre saliamo sui palchi nelle piazze e scandendo forte insieme ‘nessuna colpa, nessuna vergogna’ testimoniamo la nostra esperienza o con un solo gesto o con alcune parole o con una breve storia. Togliamogli la meschina e violenta arma della colpa, con orgoglio gridiamo che siamo sopravvissute alla violenza!”

Mi sembra che sarebbe una pratica di replicare, non credi?

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Immagine: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni,1610 (particolare)