New Wave #22

Magazine

Di Stefano Marullo

Tra i pionieri della scena post-punk e new wave britannica, un posto di riguardo meritano senz’altro i Magazine. Fondati nel 1977 in piena era punk a Manchester (che darà i natali a gruppi del calibro di Joy Division, New Order, The Smiths e The Fall) da Howard Devoto che aveva lasciato da poco i Buzzcocks, tra le cult band del primo punk rock, i Magazine cercarono da subito uno stile complesso e “cinematografico” attraverso tastiere e sintonizzatori, linee di basso ipnotiche e testi colti in cui si cantava l’alienazione e la paranoia. Tre i loro album fondamentali: Real Life (1978), Secondhan Daylight (1979), The Correct Use of Soap (1980).

Per quanto riguarda il primo, davvero un debutto con il botto, anche se in realtà i Magazine hanno venduto pochissimo in termini commerciali (il loro piazzamento più alto in classifica con un album non andò oltre la posizione 28) nonostante l’accoglienza entusiastica della critica e delle riviste specializzate. Ma a loro si può applicare la formula che espresse Brian Eno a proposito dei Velvet Underground: “Poche persone comprarono i loro dischi ma tutti quelli che lo fecero fondarono una band!”. Rispetto a Real Life, il loro secondo lavoro Secondhan Daylight è più cupo e sperimentale e si pone sulla linea del filone gothic e darkwave. Con The Correct Use of Soap, tornano i ritmi serrati dell’esordio a tratti persino funkeggianti.

La band si sciolse prematuramente nel 1981 per poi riunirsi temporaneamente tra il 2009 e il 2011 regalando ai fan un ultimo album No Thyself. L’influenza dei Magazine è stata enorme per gruppi come Radiohead, Morrissey, Simple Minds (dei quali si è parlato in questa rubrica) e Ministry. La loro fine ha dato il via a una serie di carriere straordinarie considerando il talento di tutti i membri della band. Howard Devoto, dopo lo scioglimento, tentò la carriera solista con l’album Jerky versions of the dream (1983), subito dopo con il progetto Luxuria pubblicò altri due album acclamati dal mondo della critica; negli anni Novanta decise di abbandonare la musica per dedicarsi alla fotografia prima della reunion dei Magazine nel 2009. Il chitarrista John McGeoch, che aveva lasciato i Magazine nel 1980, suonò con i Siouxie and the Banshees, con gli Armoury Show e i Public Image Ltd (PIL), morendo purtroppo nel 2004. Il bassista Barry Adamson, dopo essersi unito ai Visage, divenne uno dei membri di Nick Cave and the Bad Seeds, suonando nei loro primi quattro storici album, infine come compositore di colonne sonore ha lavorato con registi come David Lynch e Olivester Stone. Il tastierista McGeogh, dopo essere anch’egli entrato nei Visage, ha in seguito fondato The Angel. Infine il batterista John Doyle ha seguito McGeoch negli Armoury Show, e collaborato con Howard Devoto nei Luxuria.

Degni di nota sono i contenuti dei testi dei Magazine, scritti quasi interamente da Devoto (che aveva studiato filosofia e letteratura alla facoltà di scienze umane di Manchester) che spaziano dalla paranoia, al cinismo sentimentale (amore e sesso descritti come giochi di potere e vissuti con distacco), all’alienazione esistenziale (qui è forte l’influenza degli scrittori esistenzialisti): nel pezzo “In a song from under the floorboards” si ispira direttamente alla Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij.

Dei Magazine vi faccio ascoltare uno dei loro brani più iconici, “Shot by both sides”, singolo di debutto del gruppo, gennaio 1978, vero manifesto del passaggio cruciale dal punk al post-punk. Howard Devoto, poco prima di lasciare i Buzzcocks, scrisse a quattro mani un riff di chitarra formidabile che usò per la canzone. Pochi mesi dopo, nel marzo 1978, Pete Shelley e i Buzzcocks usarono lo stesso identico giro di chitarre (con un ritmo molto più accelerato e un testo completamente diverso) per la loro celebre canzone “Lipstick”. Insomma, due brani con lo stesso… DNA! Il titolo della canzone (che si può tradurre in “preso tra due fuochi”) evoca uno scenario di guerra, ma la realtà è molto più intima e psicologica, una sorta di urlo di indipendenza di chi pressato da più parti decide di non volere prendere posizione.