Di Michele Savino
Amare la verità significa sopportare il vuoto, e quindi accettare la morte.
La verità è dalla parte della morte.
Simone Weil
Triste sorte quella dei poeti crepuscolari, scomparsi quasi tutti in giovane età, causa tubercolosi, arruolamento in guerra, o semplicemente per i vani capricci del destino. Basti ricordare Sergio Corazzini, che morì di tubercolosi all’età di ventuno anni; Guido Gozzano, ucciso dal medesimo male ad appena trentadue anni; oppure Nino Oxilia, morto in combattimento durante la prima guerra mondiale, quando di anni ne aveva solamente ventotto.
Carlo Vallini, da bravo crepuscolare, non fece eccezione ed abbandonò questo mondo nel lontano 1920, all’età di trentacinque anni. Poeta di notevole inventiva e musicalità, oggi tristemente dimenticato, Vallini lo si ricorda soltanto per essere stato amico del ben più celebre Guido Gozzano, a cui fu vicino anche negli esiti squisitamente ironici del proprio poetare.
Tra le curiosità della breve vita di Vallini, vale la pena ricordare la sua esperienza di mozzo su un veliero mercantile in Giamaica, al termine della quale, tornato in Italia, frequentò la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, dove conobbe, appunto, Gozzano.
Il capolavoro di Vallini è, indubbiamente, il poemetto Un giorno, pubblicato nel 1907, concepito come una scettica e divagante meditazione esistenziale, sapientemente velata di malinconia crepuscolare. Questo poemetto, d’ispirazione buddhista, si apre con La leggenda del principe Siddharta narrata in terzine e prosegue, per contrasto stilistico, con un fluente ed ironico monologo meditativo, a cui l’autore dice d’essersi abbandonato una mattina di maggio, in solitudine su uno scoglio del mar ligure, nel decorso cronologico, per l’appunto, d’un giorno.
Il sentimento d’amara disillusione nichilista, che serpeggia nel poemetto, fa di quest’opera disincantata una celebrazione sui generis della vanità universale, un’arguta lode della morte, intenzionalmente concepita come inversione parodistica della celeberrima Laus Vitae dannunziana.
Dato il generale disinteresse editoriale a procurare ristampe delle opere di Vallini1, si potrebbe riscoprirne il valore attraverso alcuni estratti del capitolo più ozioso del poemetto, il decimo, incluso da Sanguineti nella sua antologia della Poesia italiana del Novecento, testo, quest’ultimo, recentemente ristampato e reperibile.2
Ecco come la vagheggiante pigrizia di Vallini lo porta ad orchestrare il frugale desiderio di un’esistenza ritirata, spontaneamente disimpegnata:
Non chiedo la grazia divina
del sogno, né la scintilla
del genio: una vita tranquilla
mi basta, una vita meschina.
Per questa manìa solitaria
m’occorrerebbe un’onesta
casa, assai vecchia e modesta,
con molta luce e buon’aria,
con alberi verdi e da frutti
d’intorno, sepolta tra un folto
di pergole ombrose; ma molto,
ma molto lontana da tutti.
Un’assai vecchia dimora,
linda, ospitale ed ammodo,
un po’ rozza e semplice al modo
delle massaie d’allora;
e in questo rifugio all’antica,
vorrei, nell’oblio secolare,
illudermi di riposare
da un’imaginaria fatica.
Che sonni, che sonni tranquilli
da bimbo nella sua cuna,
le notti col lume di luna,
le notti col canto dei grilli!3
La pigrizia poetica di Vallini non ha nulla di eroico, è anzi una resa volontaria, una ponderata rinuncia alla vanità d’ogni azione, una fuga nel sogno, che, come ogni sonno, sottende ed anticipa un bagliore di morte.
Effettivamente la morte, essendo il culmine dell’inazione, è anche l’irraggiungibile vertice della pigrizia e Vallini parrebbe qui rammentarci quella nota e strettissima relazione che sussiste tra arte e sonno, spazio letterario e tensione di morte. Il sonno è, infatti, una condizione sospesa che ci consente di avvicinarci alla verità delle cose, un’anticamera rivelatrice di quel vero assoluto che è tangente alla morte. L’azione sfiora le cose in superficie, è troppo viva e attiva per captarle profondamente; la verità risiede nell’inazione, in quel vitale surrogato di morte che possiamo esperire quando il sonno ci culla e il vero si desta.
Il poeta si lascia cullare dal ritmo medesimo del proprio poetare, vagabondando pigramente nel mondo, come nell’universo interiore dei propri pensieri; Vallini si affida a questo flusso di poesia e d’ozio, fino a sprofondare nella condizione ideale del sonno:
Non ascolterei che la sola
Natura, l’unica amica;
non compirei più la fatica
di dire una mezza parola.
Avrei con me qualche rado
libro, assai fuori di mano;
andrei per i campi pian piano
senza saper dove vado;
nella mia testa i pensieri
andrebbero com’io li lascio
andare, tutti a rifascio,
i più pazzi con i più seri:
e a sera, sull’imbrunire,
un letto fresco e profondo
mi smemorerebbe del mondo
con la voluttà di dormire.4
Il poeta qui delineato da Vallini assomiglia, più che al tradizionale flâneur baudelairiano, a un ozioso vagabondo del pensiero, le cui derive poetiche avvengono principalmente nella propria interiorità sconfinata; Vallini allude alla pigrizia e al sonno in quanto condizioni esistenziali privilegiate e poeticamente fertili, perché, forse, l’autentico flâneur, il poeta ideale, è solamente il dormitore indefesso, quell’immobile vagabondo del suo stesso sonno.
Note
- La sola edizione recente delle poesie di Vallini è: Carlo Vallini, Un giorno e La rinunzia, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2010. ↩︎
- Edoardo Sanguineti (a cura di), Poesia italiana del Novecento, Einaudi, Torino 2018. ↩︎
- Carlo Vallini, Un giorno e altre poesie, Einaudi, Torino 1967, pp. 92-93. ↩︎
- Ivi, pp. 93-94. ↩︎
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Immagine: fotografia della “Banda Gozzano”, che immortala alcuni poeti crepuscolari fra cui Bassi, Dogliotti, Vallini…

