Third

Di Donato Novellini

P di Palermo, P duale di loggia massonica deviata, P di parcheggio, P di partito politico, P di poste, P di principiante alla guida. In musica però la P è quella di Portishead, lettera solitaria divenuta marchio di fabbrica del terzetto di Bristol. Iniziatico logo più o meno evidente in ogni emissione della band: nel classico dell’epopea trip-hop Dummy, così come nell’omonimo secondo disco, trova però in Third la sua dimensione totalizzante. Di pari passo ai mutamenti sonori – inaugurati con Tricky e Massive Attack nell’humus imbastardito di elettronica, dub, hip hop rallentato, house, psichedelia con aromi jazz soul – i Portishead sono riusciti a imporre un segno di riconoscimento duraturo e peculiare; suono essenziale, sorta di drammaturgia estetica inconfondibile in grado di circoscrivere il proprio giardino botanico dalla sterpaglia delle mode passeggere. Visualmente il merito è soprattutto del grafico Marc Bessant, sodale di Beth Gibbons, Geoff Barrow e Adrian Utley fin dagli esordi; egli, dopo alcuni esperimenti con i caratteri tipografici retrò (invero puntando all’inizio sul font della Porsche), trovò casualmente nel glorioso lettering della Philips l’ispirazione giusta: quel grafema rubato all’azienda olandese servì a conferire il necessario aspetto rigoroso esteriore – anzi una sintesi comunicativa efficace, non dissimile dalla F di Facebook, ma 10 anni prima – alle produzioni di musicisti propensi all’anonimato o comunque ad apparire pubblicamente il minimo indispensabile. Difatti la campagna pubblicitaria organizzata per il lancio di Dummy prese forma proprio attraverso la diffusione – con proiezioni video en plein air, adesivi e manichini, stampa su scatole di fiammiferi o impressa sul sobrio merchandising – dell’enigmatica iniziale bianca verticale in campo rettangolare blu. Col secondo disco tutto mutò in bianco e nero, P compresa tra i dettagli di una straniante foto cinematografica. Dovranno comunque passare altri 10 anni prima che la quattordicesima lettera dell’alfabeto finisca col bastare a se stessa, bellamente sovrapposta al numero 3 e liberata dal recinto geometrico, sulla tautologica copertina blu foglia di tè di Third. A forma di P anche la chiavetta usb contenuta nella versione speciale in box. “Anonimato utilitarista che rimanda agli anni dell’austerità britannica, necessità di riallacciare i fili col passato pur senza nostalgie, predisposizione anti-concettuale rivolta semmai al puro minimalismo iconografico…”, ciò stando alle asciutte spiegazioni di Bessant; più semplicemente la musica dei Portishead, cangiante dal jazz-noir fino a lambire livide claustrofobie Industrial, resta in qualche modo legata a una forma di continuità stilistica sopravvissuta sottotraccia, qui messa coraggiosamente alla prova del tempo. Third è disco che osa, torbido e abissale, nero pulsante a tratti piacevolmente alienante, non fosse per l’inconfondibile voce della Gibbons apparentemente immemore del glorioso passato trip-hop: nessun revival. Perciò, forse, non si è voluto forzare l’elemento di rottura anche visivamente. Nella sua semplicità la copertina di Bessant diventa così messaggio di persistenza: se i contenuti risultano stravolti in qualche forma di apocalisse sonora, il contenitore rassicura sempre, con l’inequivocabile firma P.

Third – Portishead, Island, 2008.


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