Di Donato Novellini
Abatjour e carta da parati a fantasia di rose sfiorite, cognac, tabacco e posacenere colmi, vecchie poltrone sfondate, interni dagli stucchi decadenti, una voce nasale sulle note dell’organo tremolante ci racconta che non saremo mai più felici, a maggior ragione dopo esserlo stati. L’eleganza stropicciata dei Tindesticks debuttò in società nel 1993, con un doppio album dalle tinte crepuscolari e dalle sfumature orgogliosamente retrò. All’epoca si disse: “Troppo elegante per piacere al pubblico”, pubblico di merda ovviamente. Il pop da camera (oscura) di Stuart Staples e soci, al contempo magniloquente e dissonante, morboso e indolente, orchestrale e intimista, lasciò al contrario tracce di sé, tuttora indelebili nel panorama indipendente anni ’90, tant’è che saggiamente il Melody Maker lo nominò tosto album dell’anno. Tutta questione d’atmosfera, distillata qui in 22 movimenti fumosi e demodé, come se la band di Nottingham, già all’esordio, fosse nata vecchia o per lo meno aliena al giovanilismo alternativo. Lapalissiano che per un affresco di tale magniloquenza musicale il contenitore avrebbe dovuto esibire altrettanto stile. I Tindersticks, talvolta giudicati autoreferenziali – anche se non privi d’ironia, si badi al logo: un asino stilizzato nell’atto di espletare l’impellenza – si sono sempre occupati direttamente della direzione artistica, talvolta reclutando spiriti affini per sensibilità. Nel caso dell’omonimo primo album l’immagine di copertina, ritraente una ballerina di flamenco, è opera di un pittore spagnolo minore, tale Francisco Rodríguez Sánchez Clement. Olio su tela degli anni ‘50, parrebbe titolato The red skirt; il dipinto rafforza l’elemento esotico presente nel disco – mescolato a una sorta di divina pigrizia – nonché la diffusa sensualità da club privé all’alba coi vuoti di champagne e va da sé d’amore. Tuttavia un riferimento subliminale riporta il ritratto anche alla storica soap opera inglese Coronation street, dove una riproduzione della “gonna rossa” è utilizzata come arredo kitsch nell’appartamento dei protagonisti. Sul retro dell’albo, invece, un altro dipinto, spezzettato e quasi illeggibile mosaico, nel quale si scorgono dei cagnolini ed il volto di una fanciulla. L’arcano è svelato all’interno, laddove si comprende il trucco della mise en abyme, ovvero l’escamotage del quadro nel quadro. Incorniciato tra sfarzosi decori c’è un dipinto di Suzanne Osborne (moglie di Stuart), raffigurante la band accomodata in salotto, con alle spalle un piccolo quadro, dove riappare chiaramente la piccola col barboncino. La stessa figura fanciullesca, giusto per ingarbugliare ancora di più i rimandi, finirà sulla cover del singolo Marbles, del medesimo periodo. Nella prima edizione in vinile, a testimonianza della gloriosa epoca pre-digitale, giace una busta gialla con due cartoline promozionali, sempre con ritratti di bimbi tristi col moccolo, di gusto prettamente dickensiano. Tornando alla ballerina di flamenco, una curiosità: i Tindersticks non furono l’unico gruppo – e nemmeno il primo – ad avere l’idea di utilizzarla. Nel 1990 infatti, un’oscura rock band chiamata The Snapdragons, effigiò il proprio disco (The eternal in a moment) con il medesimo dipinto di Clement.

The First Tindersticks Album – Tindersiticks, This way up, 1993.

