The Downward Spiral

Di Donato Novellini

Il maelstrom nichilista e (auto) distruttivo di Trent Reznor, disco imprescindibile dei ’90 meno accomodanti, ha ridisegnato in modo radicale le stantie coordinate industrial vigenti a quei tempi, divenendo ascolto generazionale post-grunge, baratro psicotico post-tutto, bramato fiele apocalittico per alienati fin de siècle; anche per lo scrivente all’ora ventenne, che l’acquistò in tempo reale in lussuosa edizione slipcase: taluni, fondamentali, incontri musicali raclamano il vezzo autobiografico. The Downward Spiral contiene per l’appunto una violenza inedita, compulsiva e claustrofobica, torbida, serrata tra immaginari ingranaggi acciaiosi e scartavetrate impalcature noise, sapientemente alternate a mefitici episodi d’oscuro ambient. Come se DAF, Einsturzende Neubauten, Clock DVA, Ministry e compagnia rumorista, fluttuassero nella formalina berlinese del Low di Bowie (ascoltare “A warm place” riandando poi a “Warszawa”), generando un Golem sintetico, mostro cibernetico, sperimentazione da laboratorio chimico sfuggita di mano che finisce per trovare forma ultima nell’equilibrio tra ordine e caos. Tra angoscia e catarsi. Concetto e pratica sonora che trovano enigmatica veste nella copertina, di primo acchito eterea, evanescente del tipo 4AD, disegnata dall’artista inglese Russell Mills. Attivo dagli anni ’80, dotato di uno stile pittorico non lontano da quello dei “Young British Artists”, Mills ha iniziato molto presto a ricevere incarichi per ideare copertine di album e relativo apparato estetico (Brian Eno, Wire, Rain Tree Crow, David Sylvian e molti altri). Stilisticamente, rispetto ad una prima fase più figurativa, il suo lavoro muta in una sorta di espressionismo astratto, volgendo verso allusioni simboliste, ottenute però con soluzioni materiche. Per affinità d’intenti la connessione con il genio disturbato di Reznor sembra proprio stare nell’ordine della predestinazione, giacché ai tempi l’artista britannico trattava regolarmente la tela come fosse un piano scultoreo oppure un macabro letto operatorio, utilizzando sovrapposizioni di materiali quali metalli, polveri, ossa, piume, cera d’api, tessuti, filamenti, pelli d’animali, carte incastonate tra spesse vernici e pastosi pigmenti. La tela quale supporto scatologico e al contempo escatologico, un po’ come per Antoni Tàpies o Alberto Burri, è utilizzata per sedimentazioni, ossidazioni, squarciamenti, deperimenti imponderabili in quanto solo parzialmente controllabili dalla volontà umana. Difatti in alcune opere i materiali sono stati volutamente esposti all’acqua, ad agenti ambientali o più radicalmente all’ossidazione causata da elementi chimici, in modo tale che il loro sfaldamento oggettuale si imprimesse sulla superficie della tavola, conferendo al risultato finale una certa epica della consunzione: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”. La cover esterna di The Downward Spiral, nello specifico, è tratta da un pannello quadrato di legno, ricoperto di intonaco, olio, acrilici, metalli arrugginiti, insetti morti, cera, vernici, sangue (proprio quello di Mills) e garza chirurgica. L’utilizzo di materiali organici, da parte del pittore, è funzionale giustappunto all’evocazione di un senso di corruzione e decadimento, ribadendo in tal modo il titolo del dipinto: “Wound” (ferita). Poetica fatalista della lacerazione che ritorna più incisivamente nel libretto, nell’estetica collegata dei singoli estratti e nella copertina interna, con quei fori e squarci messi in fila nel ferro arrugginito. Come se una Superficie spaziale di Lucio Fontana fosse stata abbandonata in discarica e tempo dopo recuperata da un museo di arte contemporanea.

The Downward Spiral – Nine Inch Nails, Interscope, 1994.


Pubblicato

in

da