Terrifier 3

Di Duilio Scalici

Premetto che, pur essendo un grande appassionato del genere horror, non ho mai nutrito particolare simpatia per lo splatter più estremo. Eppure, non ho potuto fare a meno di immergermi nella visione della saga di Terrifier, in particolare nell’ultimo, attesissimo capitolo. Complice il clamore mediatico che lo ha accompagnato – un vero e proprio fenomeno virale – ho pensato che ci dovesse essere sotto qualcosa di davvero interessante. E, in effetti, qualcosa c’è.

Ciò che ho apprezzato più di ogni altra cosa è l’uso coraggioso e affascinante degli effetti speciali “vecchia scuola”: pochissima CGI, tanto sangue finto e artigianalità a fiumi. Un’estetica cruda e viscerale, che oscilla tra la perizia e l’amatorialità, ma che riesce comunque a colpire, a scuotere, a disgustare. Alcune sequenze sono talmente estreme e disturbanti da lasciare lo spettatore con un senso di malessere fisico – lo stomaco si stringe, gli occhi si socchiudono, eppure non si riesce a distogliere lo sguardo.

In questo, mi è venuto spontaneo pensare ai grandi maestri dell’orrore italiano: Mario Bava, Lucio Fulci… Penso che avrebbero quantomeno apprezzato lo spirito con cui questo progetto è stato portato avanti. C’è qualcosa di profondamente “indie”, selvaggio, sincero nel modo in cui Damien Leone mette in scena il terrore. Non tutto funziona, anzi: la trama arranca, si perde, si affida a cliché e svolte poco convincenti. La regia e la fotografia, a tratti, sembrano rubate da una sitcom anni ’90, con un’estetica televisiva che poco si sposa con il tono dell’opera.
Eppure, nonostante questi difetti evidenti – o forse proprio grazie a essi – Terrifier riesce a mantenere viva l’attenzione. Ti cattura, ti trascina nel suo inferno disturbante e surreale. E fa male. Fa davvero male.

Per gli amanti dello splatter, questo film è probabilmente una piccola perla nera, soprattutto grazie all’interpretazione di David Howard Thornton, che incarna Art the Clown con una fisicità e una presenza scenica ormai iconiche. Art non parla, non spiega, non razionalizza. È il male puro, grottesco, beffardo. Una nuova icona dell’horror moderno, capace di incutere terrore con un semplice sguardo.

Ho letto che è in cantiere un quarto – e pare ultimo – capitolo della saga. La mia speranza è che, pur cavalcando l’onda del successo, Terrifier non perda mai il suo spirito da B-movie, quella patina grezza che lo rende unico. Magari con una sceneggiatura un po’ più ispirata, perché in fondo, anche le sue imperfezioni – quelle inquadrature sbagliate, quelle recitazioni forzate – contribuiscono a creare un’atmosfera malata, quasi demoniaca.

E in un film come questo, forse, non serve davvero nient’altro.

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Foto di copertina di Duilio Scalici


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