Tasti

Di Michele Savino

Raramente si è coscienti della fiducia assoluta che si ripone in genere nei tasti, fisici o virtuali, d’un pianoforte o d’un calcolatore. La certezza che il tasto, servo inanimato, non tradisca è tanto salda in noi da permetterci d’utilizzarlo sempre fidatamente, sicuri che a ogni nostra intenzione corrisponda certamente quel dato effetto, quel risultato, proprio quel numero, quella lettera, quel suono suonato. Ebbene, ciò non sarebbe affatto ovvio qualora i tasti fossero vivi e imprevedibili, non s’osi dire umani, padroni di mentire, ingannare, contrattare, ricattare, sicché se premi, chessò, il 4 magari ottieni un 8 e di quel tasto non ti potrai fidare, come magari l’hai scocciato e si voleva solo vendicare.
Per una volta, e forse veramente, è qui in difetto la natura, la vita furbastra e dal tasto macchinico dovremmo imparare una lezione di coerenza, di corrispondenza, di verità rarissima e in apparenza quanto mai banale, come banale sembrerebbe quel dato che ogni tasto infallibilmente ci restituisce qualora premuto. Sicuramente, se il tasto ci tradisse potremmo fare poco o niente, però di lui poi sospetteremmo, lo ricorderemmo e invece, siccome sempre puramente ci accudisce, ci ubbidisce fedelmente, allora per noi il tasto è un fatto ovvio, irrilevante e, proprio perché vero, non conta quasi niente.
Io nel mio piccolo cercherò, quando potrò, di farmi tasto, non certo per servir l’altrui desio ma il mio proprio, ristabilendo un’armonia fra interno e esterno, mi premerò, mi suonerò, sicché se il mio pensiero pensa un 4, allora la mia voce quello dice.

Michele Savino, Rose maschili, olio su tela, 2024


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