Tabula Rasa

Di Donato Novellini

Rumoristi radicali, allucinati sovversivi alienati ispirati al Dada e al teatro totale Bauhaus di Gropius, ai balletti meccanici come a certe spavalderie futuriste, i berlinesi Einstürzende Neubauten vengono di solito annoverati nel giro del pionierismo industriale meno compromissorio. Eppure tutto quell’armamentario siderurgico – fatto di martelli pneumatici, lamiere ossidate, bidoni d’acciaio, trapani e tubi, vetri rotti e teatri sfasciati – ereditato dalla cantieristica post-bellica tedesca (dai nuovi palazzi che crollano), ha smussato col tempo l’integralismo “concreto”, per sposare sonorità quasi neoclassiche e cameristiche, ospitando nella seconda parte della corposa discografia archi, organo, addirittura fiati. Al crocevia tra terrorismo sonoro e melodia ipnotica del collasso sta Tabula Rasa, con tutta probabilità il grande classico di Blixa Bargeld e soci. L’amico e ai tempi ancora socio nei Bad Seeds sua maestà Nick Cave, invia l’ambasciatrice Anita Lane (Blume), bilanciando così gli spasmodici deliri metallici e i tribalismi psicotici con certo qual romanticismo oscuro, oppiaceo, trasognante. L’album, assieme ai due EP collaterali (Interim e Malediction), denota un mutamento stilistico decisivo, anche dal punto di vista dell’immagine di copertina scelta. In luogo del graffitismo antropomorfo – quel neo-primitivismo metropolitano sintetizzato nell’onnipresente omo-logo della compagine – si manifesta in questo caso con un ingannevole trucco retrò; cedimento decorativo? a tutta prima una fiamminga soluzione passatista, museale accomodamento. Difatti in fronte fa bella mostra la “Natura morta con frutta e cavalletta” (e calice di vino, aggiungerebbe lo scrivente) olio su tela del 1631, del pittore olandese Ambrosius Bosschaert. Mele, pere, pesche, noci, gusci di arachidi e nei paraggi avidi insetti che annunciano l’imminente stato di decomposizione del raccolto illustrato. Che c’entra un dipinto siffatto, si domanderà l’osservatore poco attento, con l’anarchismo iconoclasta e laterizio dei berlinesi? La risposta è nel dettaglio, in fondo a destra, laddove si può notare l’incongrua presenza di due spinotti da amplificatore – il nero e il rosso – di certo non appartenenti al XVII secolo e tuttavia infilati, con uno stratagemma grafico, nel melone della still-life. Aprendo l’albo viene ripreso il dettaglio ingigantito, virato blu acido, della cavalletta, sovrastante riquadri di attrezzi da lavoro artigianale. Ma la possibile soluzione dell’enigma resta confinata nel retro della custodia, laddove si palesa un surreale desco iperralista: il beffardo quintetto, seduto a tavola – più disadorna che imbandita – sovrintende a un’altra natura morta, decisamente meno aulica e in qualche modo Deutsch-kitsch. Tra una clessidra presa all’Ikea, un calice ribaltato, argenterie improbabili, vino in cristallo di Boemia e frutta di plastica su alzata matrimoniale, sbucano fuori ancora quei due cavetti dell’alimentazione, provenienti dal frutto ovale in copertina. Dopo aver viaggiato metaforicamente attraverso i secoli, i serpenti di rame fanno il loro bel giro di curve sulla tovaglia bianca, fino alla pinza da elettricista che potrebbe reciderli di netto. Morale? Il passato, col suo ineccepibile codice estetico, resta connesso al presente come un ricatto, mummificato come un’auto-parodia non trasmissibile ma mutuabile in nuove repliche performative. Attraverso la figurazione pittorica, divenuta ripetitivo valore culturale in cornice, l’arte si fa museo imbalsamato della Storia, occorre liberarla dal giogo o quantomeno elettrificarla; perciò Tabula Rasa, titolo che prende forma sovversiva anche grazie al significato subliminale della copertina, osa una manipolazione geniale: quello che pareva un omaggio alla natura morta diventa sardonico banchetto avanguardista, sabotaggio sia della tematica decadente raffigurata che della tecnica pittorica, la quale prefigura già il codice fotografico. L’immagine alimenta altresì una forma di comunicazione creativa più pericolosa, dato che i fili elettrici partono dall’attualità come esploratori e giungono alla modernità come testimoni, attraversando capziosamente il passato, usandolo senza soluzione di continuità per svuotarlo di senso. Arte nichilista, la quale s’incarica di troncare quei legami con la frutta marcia pittata, forse proprio per trovare una ragion d’essere in forme nuove di rumore.

Tabula Rasa –  Einstürzende Neubauten, Mute 1993


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