Per affumicare un sogno, per prima cosa appendetelo in un luogo chiuso e privo di correnti d’aria – una soffitta dell’anima o un vecchio cassetto della memoria pieno di progetti mai conclusi andranno benissimo. Non serve fuoco, solo una lenta combustione di legni amari: usate trucioli di nostalgia e bacche di rimorso, che bruciano senza fiamma producendo un fumo denso e grigiastro. Lasciate che il sogno resti lì a dondolare per diverso tempo, forse anni, avvolto in quella nebbia acre. Il fumo deve penetrare nelle fibre del desiderio, saturando ogni poro della fantasia finché il suo colore originale non sbiadisce, diventando una sfumatura di seppia e cenere. Questa preparazione richiede una pazienza infinita: non bisogna avere fretta di consumarlo, perché l’affumicatura è l’arte di conservare ciò che è già morto, dandogli un sapore che sfida il tempo. A fine processo, il sogno risulterà indurito, rugoso e profondamente segnato. Non è più qualcosa da mangiare per sfamarsi, ma da affettare con precisione e sadismo, come in un rito ancestrale. Il sapore sarà quello giusto solo se intenso e terribilmente malinconico. Ogni morso vi riempirà la bocca di un fumo antico che non se ne va più, lasciandovi l’illusione che quel sogno sia ancora lì, mentre invece è solo il suo fantasma conservato nel sale delle lacrime.

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Il sognario è un ricettario dei sogni impossibili scritto da Stefano Scrima e illustrato da Cristiano Baricelli.

