Gino Paoli mi è sempre piaciuto, sebbene certo non lo sbandierassi – della mitica “scuola genovese” è stato forse il (musicalmente) meno impegnato, il più mainstream, il più piacione nonostante quella faccia un po’ così, da uno che passa lì per caso, oppure, come diceva lui stesso, da uno che le cose non le cercava, ma gli capitavano. E poi, appunto, anche se i suoi esordi sono contraddistinti da un’estetica da “becchino”, una via di mezzo fra Johnny “man in black” Cash e un intellettuale parigino esistenzialista, dalla sua musica non avresti certo detto fosse un maledetto, perlomeno non quanto i De André, i Tenco o i Bindi. Si ok, ma chi è che a meno di trent’anni si è sparato nel cuore (e non in testa per non dare troppo dispiacere alla madre) perché stanco di vivere, sopravvivendo? Lui. Per oltre sessant’anni ha vissuto con una pallottola nel cuore – perché toglierla sarebbe stato troppo pericoloso – continuando a bere whisky, fumare e fare tutto quello che voleva come niente fosse. Esiste qualcosa di più rock’n’roll? Nemmeno Keith Richards o Lemmy si avvicinano a questo livello di leggendarietà.
Il giorno dopo la sua dipartita alla veneranda età di 91 anni, mi è capitato di leggere il commento di un tizio che sosteneva più o meno questo concetto: “Gino Paoli? Bah, ha scritto 4 o 5 buone canzoni e poi il nulla”. 4 o 5 buone canzoni? E ti pare poco? E poi, avvocato, definire buona Il cielo in una stanza, rasenta il ridicolo. Siamo di fronte a uno dei maggiori poeti del Novecento, un signore che ha plasmato il nostro immaginario per sempre, con il suo “soffitto viola”, il “sapore di sale” e “i giorni che passano pigri”, o ancora con la gatta “che aveva una macchia nera sul muso”, o il suo attimo, paradossalmente, “senza fine”.
Ma c’è un’altra cosa che vorrei dire, la più importante. Finalmente ho capito perché quelle 4 o 5 canzoni di Gino Paoli sono così perfette. Lo sono perché hanno bellissime melodie. Ah, beh, grazie – qualche altra ovvietà? E invece non è così ovvio. Vi svelo un segreto: sapete che per scrivere una canzone oggi esistono delle regole tacite? e che se proponete a un produttore una vostra canzone che non segue queste regole ve la boccerà o la trasformerà per adeguarla il più possibile allo standard richiesto? Ma poi da chi? Boh. Ad ogni modo, una di queste regole tacite è che un pezzo, per “girare bene” deve avere un (odiosissimo) special – “eh ma qui manca lo special!” -, che sarebbe quella parte di canzone, solitamente dopo il secondo ritornello (ma anche no), dove non riprende la strofa ma la canzone cambia, prende un’altra direzione e poi si conclude con il ritornello. Fateci caso, tutte le canzoni di oggi, perlomeno quello che sentite in radio o a Sanremo, sono fatte così. E quindi? E quindi adesso andate a riascoltarvi quelle 4 o 5 canzoni di Gino Paoli. Lo special? Nemmeno l’ombra. Strofa-ritornello-strofa-ritornello, questo è lo schema. Quando le melodie sono belle non serve altro, anzi. E vi dirò di più. La cosa ancor più paradossale di quelle canzoni è che la melodia della strofa è perfino migliore di quella del ritornello (che, da che mondo è mondo, dovrebbe essere la parte “forte”, quella più orecchiabile), che è quasi superfluo! A pensarci è pazzesco. “Sapore di sale, sapore di mare”, “Quando sei qui con me, questa stanza non ha più pareti”, “C’era una volta una gatta”, “Senza fine, tu trascini la nostra vita”, “Che cosa c’è, c’è che mi sono innamorato di te”, sono tutte strofe, e sono quelle che ci viene da canticchiare e che canticchieremo per sempre.
s.

