Di Duilio Scalici
Inizia un nuovo anno e, come sempre, porta con sé nuove visioni. Il primo film del mio 2026 è stato No Other Choice di Park Chan-Wook, una scelta non casuale, ma condivisa: mia e di Ninfa, come apertura simbolica dei festeggiamenti per il nostro anniversario. Un inizio che sapeva già di rituale.
L’unica nota stonata della serata è stata, ironicamente, la più concreta: il posto a sedere. Per la prima volta ho sottovalutato l’uscita del film e non ho prenotato. Complice la promozione, il passaparola e forse il periodo festivo, ci siamo ritrovati in prima fila. Una visione scomoda, quasi distorta, che costringe lo sguardo e il collo a una resa forzata. Eppure, anche lì, come spesso accade, la realtà si è presa gioco di noi: biglietto ridotto per il disagio e spazio extra per le gambe. Un piccolo compromesso, una di quelle ironie quotidiane che sembrano anticipare il tono stesso del film.
E poi c’è il film. Perché sì, questo 2026 non poteva inaugurarsi meglio, almeno dal punto di vista cinematografico. No Other Choice è una vera chicca. Una di quelle opere che ti avvolgono lentamente, senza clamore, ma con una precisione chirurgica. La regia è elegante e crudele al tempo stesso, la fotografia curatissima, la sceneggiatura solida e affilata, le ambientazioni dense di significato. Tutto è al posto giusto, tutto serve il racconto.
Ma è Lee Byung-Hun a prendersi la scena e a trascinarci con sé. Già noto al grande pubblico per Squid Game, qui offre una prova straordinaria: intensa, stratificata, sorprendentemente ironica. Il suo personaggio è un uomo sull’orlo, costretto a confrontarsi con scelte impossibili, e l’attore riesce a renderlo umano, grottesco, tragico e a tratti persino esilarante. Non mi stupirei affatto se questa interpretazione finisse per essere presa seriamente in considerazione anche in ottica Oscar.
L’opera di Park Chan-Wook funziona non solo per la sua impeccabile costruzione formale, ma soprattutto per ciò che racconta. È una storia profondamente drammatica, eppure vicinissima a ciascuno di noi. Una discesa che spinge il protagonista verso atti inumani, e nonostante tutto ci ritroviamo a simpatizzare con lui. Merito di una narrazione che sceglie spesso l’ironia, che abbraccia il paradosso e regala momenti di pura follia. Ammetto di aver riso di gusto, di quelle risate che arrivano improvvise e un po’ colpevoli.
E forse, sedili scomodi a parte, una delle gioie più grandi è stata vedere la sala così gremita. Un pubblico numeroso, attento, presente, per un film tutt’altro che facile. È stato quasi commovente. Forse iniziamo a non meritarci soltanto la solita “zolfa”. Forse qualcosa sta cambiando. Forse il pubblico sta imparando ad apprezzare anche le chicche d’autore.
Se questo è il modo in cui il 2026 sceglie di cominciare, allora sì: c’è spazio per una piccola, ostinata speranza cinematografica.

Foto di copertina di Duilio Scalici.

