Nico, 1988

Di Duilio Scalici

Spesso si sente dire che in Italia sia difficile trovare un cinema di qualità, o anche solo un cinema davvero alternativo. Ma è davvero così? Non credo proprio. E non lo è nemmeno per la musica, per la letteratura o per l’arte in generale. Le perle esistono – eccome – solo che bisogna avere la pazienza di cercarle.

Bisogna andare oltre ciò che le programmazioni delle sale, le radio e i grandi distributori cercano di imporci come unico orizzonte possibile. Perché, diciamolo senza troppi giri di parole: nel mainstream si salva poco. Molto poco. Tutto sembra uguale, plastificato, svuotato di contenuto. Certo, esistono delle eccezioni. E a volte capita persino che piccole gemme vengano prodotte proprio da grandi case di produzione. Solo che, per qualche motivo, finiscono comunque per restare un po’ in sordina, soprattutto qui in Italia.

Uno di questi casi è Nico, 1988, il film del 2017 diretto da Susanna Nicchiarelli. Guardandolo si potrebbe quasi pensare all’opera di un regista d’autore polacco o tedesco, tanto è asciutto, essenziale e profondamente europeo nello sguardo. E invece è un bellissimo lungometraggio italiano.

Il film racconta gli ultimi anni di vita di Christa Paffgen, meglio conosciuta come Nico: musa di Andy Warhol e voce iconica dei Velvet Underground. A interpretarla troviamo la straordinaria Trine Dyrholm, che restituisce un ritratto lontano anni luce dalla mitologia patinata delle biografie musicali più convenzionali.

Nel film Nico appare segnata e invecchiata. Spesso incompresa. Eppure conserva un’attitudine quasi magnetica, una forza silenziosa che continua a spingerla avanti. La seguiamo in un viaggio on the road attraverso un tour solista profondamente underground: piccoli club, furgoni sgangherati, pochi soldi, molta fatica. Un mondo lontanissimo dai biopic musicali più celebrativi, quelli che raccontano solo ciò che il pubblico vuole vedere.

Qui invece si esplora una fase della sua vita poco conosciuta, quasi nascosta: la dimensione più fragile e autentica di un’artista che continua a suonare nonostante tutto. Il film restituisce perfettamente le vibes di un vero tour indipendente – con i suoi momenti di sconforto, le tensioni, le difficoltà logistiche, ma anche con quella strana, inspiegabile soddisfazione che nasce dal continuare a fare musica contro ogni previsione.

Susanna Nicchiarelli riesce a raccontare tutto questo con una sensibilità rara, aiutata da una fotografia bellissima. Guardandolo mi sono ritrovato più volte a sorridere con un filo di nostalgia, ripensando al tour fatto con I Giocattoli: certe dinamiche, certe sensazioni, certe notti in viaggio sono raccontate con una verità sorprendente.

Insomma, Nico, 1988 è una piccola perla del cinema italiano. Eppure se ne parla ancora troppo poco, nonostante abbia alle spalle una produzione importante come Rai Cinema.

Un film che, a mio avviso, supera molti biopic musicali recenti – come ad esempio il deludente progetto dedicato a Bruce Springsteen – proprio perché sceglie di raccontare la parte meno comoda e più umana della vita di un’artista.

Per chi ama la musica, soprattutto quella più alternativa, e ha voglia di sbirciare dietro le quinte di quel mondo, è un film assolutamente imperdibile. Un po’ come Control, lo splendido film dedicato a Ian Curtis dei Joy Division.

E viene da pensare che avremmo davvero bisogno di più opere di questo calibro. Perché quando il cinema italiano vuole, sa ancora dimostrare di non avere nulla da invidiare al resto del mondo.

Foto di copertina di Duilio Scalici.


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