Dai canti anarchici a Lumiero
Se c’è un mito che merita di essere smontato in tutti i modi possibili è senz’altro quello del lavoro come unico fine dell’esistenza.
La canzone italiana, da par sua, ci ha sempre provato, e in questo torrido agosto vogliamo allora ripercorrere alcune delle tappe principali di questo percorso – ancora decisamente in fieri, considerato che il lavoro, quando c’è, continua a essere considerato come l’unico fine possibile delle nostre miserevoli vite.
Il rifiuto del lavoro e della morale produttiva affonda le sue radici, nella musica italiana, almeno alla fine dell’Ottocento, quando il Canto dei malfattori di Attilio Panizza, apparso nel 1892 nel repertorio socialista-anarchico, trasformava la parola “malfattori” in un titolo di orgoglio e di rivolta. Non è ancora, in senso stretto, un inno alla diserzione dal lavoro, ma più che altro una contestazione radicale dell’ordine sociale fondato sullo sfruttamento e sull’autorità.
Qualche decennio più tardi, la stessa insofferenza prende la voce delle mondine. Saluteremo il signor padrone, canto anonimo della tradizione di risaia, mette in scena il momento della fuga dal lavoro: “Di risaia siamo stufi”, cantano le lavoratrici, mentre preparano il ritorno a casa. Qui il rifiuto non ha ancora il tono filosofico dell’ozio, ma quello, assai più concreto, della dignità: liberarsi dal padrone significa riprendersi il proprio tempo. La canzone tornerà nel repertorio della musica italiana degli anni Settanta grazie a Eugenio Finardi, che ne propone una versione rock nel suo primo album, Non gettate alcun oggetto dai finestrini (1975). Finardi conserva il nucleo originario del canto delle mondine, ma lo aggiorna introducendo anche la fabbrica: “per la vita che ci fa fare / nella fabbrica dieci ore / neanche il tempo di mangiar”. La risaia e la fabbrica si fanno così due luoghi della stessa condizione: lavorare fino a non avere più tempo per vivere.
Nel 1956 arriva una risposta tutta romana alla morale del sacrificio. La società dei magnaccioni, canzone popolare resa celebre da Lando Fiorini, mette al centro una compagnia di amici, il vino, il cibo, il canto e una certa allegra indifferenza verso le regole della rispettabilità. “Ma che ce frega, ma che ce importa” è molto più di un ritornello, è una piccola filosofia dell’indifferenza. Sarebbe scorretto dire che si tratta di una canzone contro il lavoro, ma il suo atteggiamento è quello di chi rifiuta di considerare la produttività il criterio supremo dell’esistenza. Al lavoro, al denaro e alla rispettabilità si preferisce la convivialità. L’ozio, qui, viene semplicemente vissuto.
Nel 1963 arriva invece il fannullone per eccellenza. Fabrizio De André, insieme a Paolo Villaggio, scrive Il fannullone, la storia di un uomo che sceglie deliberatamente di vivere ai margini della rispettabilità: dorme di giorno, vaga di notte, racconta storie e non sembra avere alcuna intenzione di trasformare la propria esistenza in una rispettabile carriera: “Ti diedero lavoro in un grande ristorante / A lavare gli avanzi della gente elegante / Ma tu dicevi il cielo è la mia unica fortuna / E l’acqua dei piatti non rispecchia la luna”. È l’inno borghese al contrario: sottrarsi all’obbligo di essere “utile” e “produttivo”.
Nel 1972 Domenico Modugno porta addirittura l’ammutinamento dentro Sanremo con Un calcio alla città. Il protagonista è un impiegato incatenato alla scrivania che, almeno per un giorno, decide di non presentarsi in ufficio: il sole fuori, la campagna, le margherite diventano improvvisamente più importanti del cartellino da timbrare. Il brano, accusato di incitare all’assenteismo, diventa così una piccola fantasia di diserzione collettiva: “Libertà, libertà!”. Una dichiarazione di guerra alla trasformazione del lavoro in destino.
Nello stesso anno, Claudio Lolli con Borghesia porta il discorso su un terreno ancora più ampio, quello della rispettabilità come forma di prigionia. Il lavoro si fa elemento di quella vita ordinata e prevedibile che la società borghese presenta come unica esistenza possibile. Il problema, insomma, è ciò che il lavoro pretende che siamo.
Nel 1973 gli Area fanno un passo ulteriore e, con Arbeit macht frei, trasformano in un cortocircuito filosofico la formula “il lavoro rende liberi”. Il titolo dell’album riprende infatti la scritta posta all’ingresso di Auschwitz. Qui il lavoro non è più sinonimo di dignità ed emancipazione, può diventare persino lo strumento attraverso cui l’uomo viene privato della libertà. La provocazione degli Area porta dunque la critica del lavoro fuori dal terreno della semplice protesta sociale e dentro quello, molto più inquietante, della domanda su che cosa intendiamo davvero quando diciamo “libertà”.
Nel 1974 Enzo Del Re risponde a questa retorica con una formula apparentemente più modesta e, proprio per questo, geniale: Lavorare con lentezza. Non smettere di lavorare, dunque, ma smettere di correre. “Lavorare con lentezza / senza fare alcuno sforzo”: l’idea è già una piccola rivoluzione. Il vero nemico è la il lavoro come gara permanente, nella quale ogni minuto deve essere sfruttato e ogni gesto deve produrre qualcosa. La lentezza si fa così una forma di sabotaggio della produttività.
Anche Giorgio Gaber, negli anni del Teatro Canzone, torna più volte sulla retorica dell’operosità e sulla promessa, tutt’altro che mantenuta, che il lavoro debba nobilitare l’uomo. Nel suo teatro il lavoro appare spesso come parte di quell’ingranaggio sociale che ci chiede di essere continuamente produttivi ed efficienti. In Anche per oggi non si vola, del 1974, questa critica si intreccia alla più generale insofferenza verso la normalità borghese; pochi anni dopo, in Libertà obbligatoria, Gaber arriverà a mettere esplicitamente in discussione proprio quella libertà che dovrebbe derivare dal nostro essere lavoratori.
Con la fine degli anni Settanta e il riflusso nel privato, la critica sociale perde l’ottimismo della protesta collettiva e si tinge di disillusione. Gli anni Ottanta, dominati dal mito dell’edonismo e del successo economico, trovano il loro perfetto contraltare nel punk filosovietico dei CCCP – Fedeli alla linea. In brani come Spara Jurij e Mi ami?, la band emiliana mette in crisi, con la sua ironia corrosiva, la figura dell’individuo disciplinato e performante, sia esso l’operaio modello del socialismo o lo yuppie occidentale. Il rifiuto del lavoro si trasforma qui in un più generale rifiuto delle identità e dei ruoli imposti, in un grido di rivolta contro una società che pretende una performance continua.
Questa tensione si stempera nel decennio successivo, quando la resistenza alla produttività si rifugia in una dimensione più intima, legata ai rituali dell’evasione personale e del disimpegno. Ne è un esempio Neffa che, con la svolta soul di La mia signorina (2001), firma un’orecchiabile ode alla marijuana e alla possibilità di guardare il mondo a un’altra velocità. Tra le righe del brano, il fumo diventa uno strumento per staccare la spina, un piccolo sabotaggio quotidiano contro l’ansia da prestazione e i ritmi stressanti della modernità. Rifiutare di stare al gioco della competizione permanente, preferendo il sole e una serena passività, diventa un modo per sottrarsi, almeno per qualche ora, all’obbligo di essere efficienti.
Il rifiuto della produttività sa essere, naturalmente, anche incredibilmente funky e leggero. Nel 2007 Enzo Carella pubblica Lavorare no, contenuta in Ahoh Ye Nanà, con i testi di Pasquale Panella: l’ozio e l’indolenza vengono sottratti alla colpa e trasformati in una specie di stralunata filosofia pop. La formula è già tutta nel titolo: lavorare, semplicemente, no.
La stessa ribellione riaffiora, con una veste più apertamente popolare, nella Tatuata bella dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Il brano riprende e attualizza una canzone tradizionale lombarda, La canzone del non lavoro, trasformando il rifiuto del lavoro in una dichiarazione di autonomia: quello che conta è altro, qualcosa che non può essere misurato in salari e produttività. La fabbrica e il padrone lasciano così il posto a un desiderio molto più semplice e radicale: tenersi il proprio tempo.
Nel 2018 Lo Stato Sociale porta sul palco di Sanremo Una vita in vacanza. Il titolo dice già quasi tutto. Il brano mette in fila professioni, ruoli, identità e prestazioni che riempiono la nostra epoca, fino alla domanda più semplice e più difficile: “Perché lo fai?”. Alla logica della produzione viene contrapposta la possibilità di un’esistenza finalmente sottratta all’obbligo di essere utile. Il tempo libero, quello che normalmente consideriamo il premio concesso dopo il lavoro, diventa improvvisamente il fine.
Il testimone di questa gloriosa staffetta dell’anti-lavoro è arrivato fino al giovane cantautore Lumiero, con Cascasse il duomo. Il brano fotografa con ironia lo sfinimento del lavoratore urbano contemporaneo all’arrivo dell’estate: le scadenze, le mail dell’ultimo minuto, l’afa cittadina e l’irresistibile desiderio di partire. La risposta è un grido liberatorio, un mantra da cantare a squarciagola che non ammette repliche: “Domani partire ad ogni costo / Cascasse pure il Duomo / Mi dispiace / Non voglio lavorare / Non voglio lavorare / Non voglio lavorare mai più”.
Dalla fine dell’Ottocento a oggi, dunque, la musica italiana ha continuato a custodire, spesso sotto forma di protesta, scherzo, canzone popolare o desiderio di fuga, una piccola controstoria dell’operosità. Una voce minoritaria, certo, ma ostinatamente presente. Quella che ci ricorda che il lavoro può essere una necessità, un mestiere, persino una fonte di dignità, ma non dovrebbe mai diventare il nome che diamo alla vita. Perché, alla fine, riprendersela è forse il lavoro più serio che ci sia.
s.
Immagine: copertina di Arbeit macht frei degli Area 1973 (particolare).
